Storie di ebrei torinesi

 

Israeliani a Torino

Nella nostra città vivono decine di israeliani, una realtà spesso poco conosciuta. Di solito sono studenti, intenzionati a rimanere per un tempo limitato. Non tutti però se ne vanno: nel corso degli anni non pochi hanno scelto di rimanere, chi per amore, chi per lavoro, chi per altri motivi, e sono diventati parte della Comunità. A loro dedichiamo le interviste di questo numero, in cui si parla contemporaneamente di elezioni italiane e israeliane. Ruth Mussi e Avi Reich sono conosciuti nella nostra Comunità anche per la loro attività di insegnamento alla scuola ebraica di Torino.

 


Ruth Mussi con la copertina del Sistema periodico in ebraico
 

Ruth Mussi

Ruth Mussi è nata a Tel Aviv e cresciuta a Holon, dove abita tuttora la sua famiglia; ha studiato a Bar Ilan e Netanya, ha conseguito un BA in psicologia e sociologia e un MA in terapia di arti espressive (psicodramma); ha vissuto tre anni a Gerusalemme, per uno stage in riabilitazione psicologica. È venuta a Torino dal 1997 al 1999 come arevà (cioè nell’ambito del progetto “arevim” che prevede l’invio di giovani israeliani nelle comunità della diaspora per un periodo di uno o due anni); vive a Torino stabilmente dal 2005 in seguito al suo matrimonio con un ebreo torinese, Edoardo Segre (tra il 1999 e il 2005 - dice - ha finanziato generosamente Alitalia, El Al, e Bezeq, la compagnia telefonica israeliana). Ha tre figli, Rebecca di quasi cinque anni, Akiva di quasi tre e Sarah di sette mesi.

Insegna ebraico ed ebraismo alla scuola ebraica di Torino ed è fondatrice e coordinatrice, insieme a Sonia Brunetti, del bet midrash delle donne (ispirato dall’esempio di iniziative analoghe in Israele, - la cui principale artefice, Ruth Calderon, è stata appena eletta alla Keneset - che Ruth e Sonia hanno cercato di adattare ai gusti torinesi)

Sei stata tu a scegliere proprio Torino per la tua esperienza come arevà?

In verità sono venuta a Torino perché era l’ultimo posto rimasto; io avrei voluto Salonicco, ma lì cercavano una giovane coppia perché l’uomo potesse contare per il minian; io allora ero single, quindi non facevo al caso loro. Quando si trattava di decidere la mia destinazione ho avuto occasione di parlare in Israele con Chicco Fubini (allora Presidente della Comunità) e con sua moglie Rossella, che sono stati molto gentili con me. Conoscevo Torino dal Sistema periodico che ho letto studiando chimica al liceo (me lo aveva consigliato la mia insegnante e mi ero appassionata).

La Torino vera corrisponde all’immagine che ti eri fatta dal libro di Primo Levi?

Alcune vie e alcune ore mi ricordano molto quella Torino, per esempio quando nella luce del primo mattino si vedono chiare le montagne tutt’intorno. Così ancora oggi mi ricordo la Torino dei sogni, della pre-quotidianità.

Come è stato l’impatto con la città?

Abbastanza buono: mi piace molto la parte storica, la parte medievale, il quadrilatero romano, Porta Palazzo: lì mi sento molto in Europa (un israeliano all’estero dopo un po’ perde la sensazione di essere all’estero, ma certe zone di Torino mi ricordano che mi trovo nella verde Europa).

E con i torinesi?

Gli italiani sono educati e gentili. Quando ero appena arrivata a Torino c’era la moda tra gli israeliani di citare il proverbio “torinesi, falsi e cortesi”; ora non ci credo più: i torinesi non sono più falsi di altri ma in compenso sono cortesi, che è una qualità che nel deserto da dove arrivo è apprezzata molto; ogni tanto la cortesia serve anche se non è sincera: non è che bisogna essere per forza aggressivi per dare un’immagine di sincerità.

Mi rendo conto, però, che finché continui a fare confronti vuol dire che la tua identità è ancora israeliana, che sei ancora un israeliano all’estero.

Alla fin fine la mia vita sociale è quasi tutta nell’ambito della Comunità, a parte alcuni rapporti amichevoli e preziosi legati alla mia professione di psicodrammatista.

Come è stato il tuo inserimento nella Comunità di Torino?

Naturalissimo, felicissimo, subito ho trovato amici, mi trovavo e mi trovo molto bene (nella poca porzione che mi è rimasta di vita sociale…). Naturalmente avendo Edoardo avevo un biglietto d’ingresso privilegiato.

Mi sento parte della Comunità, ma non mi sento parte di nessun gruppo, né Comunitattiva, né Anavim né Gruppo di Studi Ebraici (in questo senso mi sento ancora “l’israeliana”); casomai, anche se li frequento poco, mi sento parte del gruppo degli israeliani.

Insegnare alla scuola ebraica influenza il tuo modo di vivere il rapporto con la Comunità?

È proprio questo che definisce il mio rapporto con la Comunità: insegno da quando sono arrivata, prima come arevà, poi a scuola. Insegnare è difficilissimo ma anche bellissimo, prima di tutto perché chi insegna è costretto a studiare, ed è una ricchezza. È una sfida per me imparare come si insegna ebraismo ai non ebrei. Mi capita di pensare spesso qual è il motivo che attrae i non ebrei alla nostra scuola, e forse una delle risposte è che noi proponiamo un contatto narrativo col passato legato vividamente alla realtà quotidiana - una cosa che manca nella società occidentale in generale. Dicono che alla scuola ebraica è come stare nella bambagia, ma siamo minoranza anche lì (anche se tutto è più facile): tutti dicono che poi andando fuori dovrai combattere per la tua identità, ma i nostri ragazzi hanno delle sfide per definire la propria identità già dentro la scuola, per esempio se i compagni li invitano a mangiare un kebab. Io penso che la nostra è una bellissima scuola, il cuore della comunità… sono fiera di far parte di un team che si impegna molto per insegnare la nostra cultura non come una cosa arcaica ma come una cosa che ha un valore esistenziale, che serve per la vita di ogni giorno.

Perché non hai chiesto la cittadinanza italiana?

Non saprei spiegarlo: un po’ pigrizia, un po’ la sensazione che il mio passaporto israeliano è il più forte del mondo, che non ho bisogno di un’altra chiave per definirmi, per uscire ed entrare; e poi perché ho ancora le valigie sotto il letto: la mia presenza qui mi sembra sempre temporanea, sento che io e la mia famiglia siamo sempre ebrei erranti.

Come vedi la situazione politica in Italia?

Non capisco come è possibile che tutti si lamentano della situazione economica ma nessuno scende per strada a protestare. Tutti vivono la situazione con un sorriso. Forse questo è il lato negativo della cortesia di cui parlavo prima. Si parla in intimità o tra amici ma la società non si organizza. Mi sembra che stiamo affondando tutti, tutti tagliano le spese e raccontano di vivere con poco, ma nessuno protesta. Tutti vivono sulla rendita dei loro genitori ma cosa faremo per i nostri figli? Dov’è l’iniziativa? Dove sono l’entusiasmo e la voglia i cambiamento che nascono dalla disperazione?

Rispetto all’esito delle elezioni italiane sei curiosa?

Curiosa sì, ma non di più.

E riguardo a Israele?

I cittadini israeliani che non risiedono in Israele non possono votare, quindi non ho votato.

Nel complesso sono contenta di come sono andate le elezioni: mi sembra che le onde di protesta sociale abbiano ricevuto attenzione. Molti tra i nuovi eletti, per esempio di Yesh Atid, si distinguono non per un brillante curriculum militare, come accadeva quasi sempre un tempo, ma per le loro esperienze di dialogo tra religiosi e laici, tra ebrei e arabi; è gente che non ha paura di dire che sogna di costruire un’Israele più unita. Mi fa piacere che nella Keneset ci sia gente che non si vergogna di sbandierare valori che possono sembrare naif: per esempio Ruth Calderon, donna laica che nel suo giuramento ha portato il Talmud e ha letto un midrash per evidenziare un’idea, cioè per parlare del delicato equilibrio che occorre tra la devozione verso la cosa in cui si crede e la necessità di non offendere gli altri. Che piacere era vedere rabbini, haredim, uomini dalle lunghe barbe, che ascoltano una donna laica citare il Talmud e parlane come padrona di casa propria!

In Israele negli ultimi anni ci sono sempre più persone, anche laiche, il cui linguaggio è legato al Talmud, alla Torà, molto più di un tempo; è una cosa che mi manca molto. Sarebbe bello far diventare le nostre fonti un linguaggio che accomuna tutti gli ebrei.

Intervista a cura di Anna Segre

   

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