Storie di ebrei torinesi

 

Israeliani a Torino

Nella nostra città vivono decine di israeliani, una realtà spesso poco conosciuta. Di solito sono studenti, intenzionati a rimanere per un tempo limitato. Non tutti però se ne vanno: nel corso degli anni non pochi hanno scelto di rimanere, chi per amore, chi per lavoro, chi per altri motivi, e sono diventati parte della Comunità. A loro dedichiamo le interviste di questo numero, in cui si parla contemporaneamente di elezioni italiane e israeliane. Ruth Mussi e Avi Reich sono conosciuti nella nostra Comunità anche per la loro attività di insegnamento alla scuola ebraica di Torino.

 

 

Avi Reich

 

Avi Reich, di Tel Aviv, architetto, sposato con Rosanna, medico infettivologa, e padre di una figlia, Sarah, liceale.

 

Quando sei arrivato a Torino e perché?

 

Sono arrivato a Torino nel settembre 1980 per l’inizio dell’anno accademico '80-'81. Prima della partenza ho frequentato un corso di italiano di base gestito dal Consolato Italiano di Tel-Aviv, ma ho consolidato soltanto dopo le mie conoscenze di italiano durante i primi due anni di università.La scelta di studiare architettura in Italia era accompagnata da dubbi. Ero indeciso tra il Techniyon a Haifa, gli Stati Uniti e l’Italia.  Infine ho escluso il  Techniyon perché oltre alla dubbia

fama che aveva allora di essere un istituto troppo e solo tecnico - ingegneristico e meno artistico, era necessario frequentare una mechinàh (un anno pre-universitario al termine del quale si doveva sostenere un esame di ammissione).Scartai gli Stati Uniti in quanto molto onerosi e sarebbe stato necessario da parte mia dover lavorare durante lo studio. L’Italia risultava perciò, per l’enorme fama di cui godeva e gode tuttora in ambito artistico e per i costi più ragionevoli dell’università e di soggiorno, la più adatta.

Hai avuto difficoltà di inserimento nella città e/o nella Comunità?

Arrivai a Torino negli anni ’80 quando l’aspetto della città non era quello attuale. Gli edifici erano coperti di smog, tutto mi sembrava scuro e cupo, molto differente dalla luce e dalla luminosità cui ero abituato a Tel Aviv. Al mio arrivo contattai degli studenti israeliani che vivevano già qui da anni e fui così introdotto nella Comunità Ebraica. L’integrazione nella Comunità, sebbene i caratteri degli israeliani siano diversi da quelli degli ebrei torinesi, avvenne in modo quasi ovvio. La Comunità ha svolto nei confronto di noi studenti israeliani un ruolo di aiuto e appoggio.

Da parte mia e anche per altri studenti non vi è stata una frequenza costante della Comunità Ebraica in quanto le iniziative erano e sono principalmente di carattere religioso ed io appartengo ad una cultura laica.

Nell’ambito universitario l’integrazione è stata facilissima sia con gli studenti che con i professori, i quali hanno sempre dimostrato nei confronti di noi studenti israeliani simpatia e apprezzamento. Voglio sottolineare che in tutti gli anni trascorsi qui, oltre ad aver creato rapporti di amicizia duraturi e solidi, non mi sono mai sentito discriminato né soggetto a fenomeni di ostilità e/o antisemitismo.

Quale rapporto hai ancora con Israele?

Il mio rapporto con Israele non è mai cessato e nonostante i numerosi anni in Italia è molto forte. Vado molto sovente, circa tre volte all’anno, e sono in contatto telefonico quasi giornaliero con i miei familiari. Seguo costantemente le notizie da Israele attraverso i media israeliani e continuo a leggere libri di prosa quasi sempre in ebraico. Possiedo inoltre la doppia cittadinanza e continuo a mantenere la mia iscrizione all’Ordine degli Architetti in Israele. Tuttavia ho sempre vissuto la mia permanenza qui in Italia, a Torino, in modo piacevole e più intenso possibile. Ormai mi sento torinese non meno che ”tel-avivese.”

Come vivi la situazione in Israele e in Italia oggi?

Senz’altro con preoccupazione. Il fatto che la società israeliana stia diventando sempre più ortodossa e di destra suscita in me inquietudine e timore concreto per la sicurezza di Israele e per le conseguenze del suo isolamento sempre maggiore nel mondo. D’altro canto anche la situazione in Europa in generale ed in Italia in particolare è purtroppo in questo momento poco promettente. I duri fenomeni di cui siamo testimoni negli ultimi anni, la crisi economica e la conseguente disoccupazione, la corruzione e l’inadeguatezza della classe dirigente del paese a guidare ed ad affrontare i problemi contingenti e non solo sono motivo di grande preoccupazione.

 

Intervista a cura di Anna Maria Fubini

   

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