Ricordi

 

La signora delle cellule

 di Emilio Hirsch

 

Dopo una lunga vita di successi ci ha lasciato la “Signora delle Cellule”, Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina nel 1986, senatrice a vita della Repubblica Italiana nonché donna ebrea di natali torinesi. L’ordine di questi titoli non è casuale, Rita Levi Montalcini ha dedicato la vita alla ricerca scientifica con una dedizione pressoché assoluta. I suoi legami con l’ebraismo non sono, tuttavia, mai mancati ma la sua profonda passione per una visione razionalistica del mondo l’hanno portata a dichiararsi atea o, al più, di formazione spinoziana. Ciononostante, le sue relazioni con il mondo ebraico torinese non si sono mai spezzate. Pur non avendola mai veramente conosciuta personalmente, ne ho un ricordo indelebile quando bambino o ragazzino mi era stata presentata al Valentino da mia nonna materna e da una mia prozia, sua amica di gioventù. La sua aristocratica torinesità aveva colpito la mia mente in formazione e sicuramente negli anni successivi il ritornello di molti “dovresti andare a parlare con la Levi Montalcini” non hanno permesso di superare un timore direi reverenziale. La Levi Montalcini non è stata solo una scienziata straordinaria ma il suo contributo di donna laica, politicamente impegnata per un mondo più equo, di pari opportunità a dispetto delle differenze di genere, di credo o di pensiero, l’ha resa una icona non solo nel mondo accademico ma anche nei media e nella cultura popolare.

Resterà però la “signora delle cellule”, come è stata affettuosamente indicata da sempre. Fin dai suoi studi di medicina nell’avanzatissima scuola di Giuseppe Levi, padre della biologia cellulare italiana e mondiale, si era fatta notare per la dedizione e per la chiarezza di espressione. La Levi Montalcini, negli anni precedenti il secondo conflitto mondiale, già da studentessa era un fenomeno quasi unico. Aveva studiato medicina ed allora questo mestiere non era considerato opportuno per una figura femminile destinata piuttosto alla famiglia ed alle cure parentali. Ciononostante, era riuscita a convincere il padre che piuttosto la voleva avviata verso una carriera di artista. Il padre della Levi Montalcini, come descritto nel suo volume autobiografico “Elogio dell’imperfezione”, era una persona autoritaria ma di ampie vedute ed il rapporto con la figlia traspare dal racconto come profondo e di grande affezione. Si dice che la Levi Montalcini abbia scelto gli studi medici di conseguenza alla tragica sofferenza di un conoscente poi deceduto per un male inguaribile. Tuttavia, le pagine più potenti della sua autobiografia si riferiscono proprio alla perdita del padre e all’orribile sensazione di impotenza davanti al dolore fisico e all’ineluttabilità della fine. La Levi Montalcini si è quindi dedicata con totale pienezza a migliorare la nostra conoscenza della biologia e dell’intima essenza dell’uomo e della vita. La sua spinta ideale, come è noto, l’ha portata a rinunciare a formare una famiglia in modo da non essere costretta ad una esistenza di rinunce come forse invece notava in sua madre, a cui comunque la legava un affetto così importante da far aggiungere al cognome paterno Levi, quello materno Montalcini. Fortuna della Levi Montalcini non è stata solo di crescere in un mondo di familiare sostanzialmente sereno, agiato e a suo modo progressista ma anche di incontrare un maestro come Giuseppe Levi. È in questa scuola che la Levi Montalcini muove i primi passi verso la ricerca scientifica raggiungendo una passione che neanche le leggi razziali e la guerra riescono ad offuscare. Si racconta che la Levi Montalcini, fuggitiva in campagna, abbia allestito un laboratorio di ricerca personale nella sua camera da letto. Per proseguire i suoi studi, allora incentrati sullo sviluppo del sistema nervoso nell’embrione di pollo, lei stessa racconta di aver passato giornate a caccia di uova di gallina che allora in tempi di guerra erano rare e preziose. I suoi studi, finito il conflitto mondiale e le persecuzioni, colgono l’attenzione di un altro esule negli Stati Uniti, Viktor Hamburger, che fuggito dalla Germania nazista si era trasferito a Saint Louis, piccolo centro del midwest statunitense, destinato a divenire uno dei templi della ricerca biomedica della seconda metà del novecento. Hamburger nota la chiarezza espositiva della Levi Montalcini e la invita a raggiungerlo negli Stati Uniti. Ciò che aveva colpito Hamburger è rimasto leggendario: la Levi Montalcini ha sempre avuto una straordinaria capacità artistica di rappresentazione del risultato scientifico. Nel primo dopoguerra, il microscopio era legato non ad una macchina fotografica ma ad un proiettore chiamato camera lucida che costringeva il ricercatore a disegnare ciò che compariva nell’oculare. Forse, come la sorella gemella Paola, che ha dedicato la vita alla pittura e all’arte, la Levi Montalcini sviluppa la sua dote artistica ma la piega alla comprensione di meccanismi biologici allora considerati poco meno che miracolosi nonché alla loro spiegazione, schematizzazione e comunicazione. Con gli studi sviluppati negli Stati Uniti, dove vive per circa trent’anni, la Levi Montalcini spalanca le porte ad una serie di teorie che hanno rivoluzionato il modo di pensare e razionalizzare lo sviluppo degli organismi viventi e di molte delle loro malattie.

La scoperta principale valsa il premio Nobel è stata ufficialmente quella del fattore di crescita delle cellule nervose, chiamato NGF, una proteina la cui esistenza è stata confermata da Stanley Cohen, il collega di Saint Louis con cui la Levi Montalcini ha condiviso il premio Nobel. La descrizione tecnica di questa scoperta non rende sufficiente onore alla profondità conoscitiva e delle sue conseguenze. Sebbene l’NGF sia stato isolato come una sostanza che attrae le cellule nervose di pollo, il concetto di base indicato dagli esperimenti della Levi Montalcini è che le cellule di cui il nostro corpo è composto si parlano tra di loro. Alcune dicono ad altre di spostarsi, di proliferare, di sopravvivere oppure di autoeliminarsi. Dallo studio dell’NGF della Levi Montalcini sono partiti innu-merevoli altre ricerche, ancora oggi di grande rilevanza e attualità. Se la Levi Montalcini e il Cohen hanno dimostrato l’esistenza di istruzioni, vere e proprie missive, che le cellule si passano le une alle altre, il passo successivo è stato ed è ancora oggi di capire come le cellule “comprendono” questi segnali. La questione del come e del perché le cellule sopravvivono, si muovono o si moltiplicano in risposta ai fattori di crescita, di cui l’NGF è stato il capostipite, non è né irrilevante né scontata e la sua soluzione ha un impatto straordinario, seppur forse non evidente ai non addetti ai lavori, sulla vita pressoché di tutti. Le risposte, che solo ora cominciano ad emergere, ci stanno facendo capire perché si sviluppano i tumori e come si possano curare. Se un giorno, neanche troppo lontano, molti tumori potranno essere curati con un principio simile ai comuni antibiotici è in larga parte perché avremo capito come le cellule rispondo ai fattori di crescita. Il lascito filosofico, scientifico ed etico della Levi Montalcini è dunque impressionante. La sua lunga vita è stata un esempio per molti che hanno avuto la fortuna di esserle vicino praticamente ed idealmente, ma la sua figura rimarrà impressa non solo nella mente dei suoi allievi diretti ed indiretti ma anche nella vita di quei fortunati che stanno incominciando a vedere una speranza in ciò che prima era una condanna all’ineluttabile.

Emilio Hirsch

   

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