Ricordi

 

Eugenia Sacerdote Lustig

di Anna Bises Vitale

 

Rita Levi Montalcini aveva una cugina, Eugenia Sacerdote Lustig, torinese, sua coetanea, compagna di studi che dopo la laurea si sposò con l’ingegner Lustig trasferendosi a Milano per poi emigrare in Argentina.

Tra le varie famiglie di ebrei italiani che a causa delle leggi antiebraiche arrivarono a Buenos Aires c’erano i Covo e i Lustig, fratello e sorella con i rispettivi coniugi e cinque figli, andarono provvisoriamente ad abitare tutti insieme in un villino: la convivenza è durata trentaquattro anni cosi Eugenia Sacerdote, laureata in medicina da poco, è riuscita a lavorare mentre la sorella del marito si è assunta la responsabilità di allevare i cinque bambini e mandare avanti la casa. Vi trascrivo alcuni brani dell’intervista che le fece Vera Vigevani Jarach per il libro Tante voci, una storia (Eleonora M. Smolensky, V.V.J. Il Mulino 1998).

 
Rita Levi Montalcini con Eugenia Sacerdote Lustig

“Le vicende politiche influirono terribilmente nella mia carriera. Quando ricordo che già nel’35-36 il figlio del professor Levi, insieme a Sion Segre, era entrato dalla Svizzera con della propaganda antifascista… suo padre fu arrestato senza sapere che il figlio era in salvo. Poi i fascisti vennero in laboratorio e ruppero tutto… In quel laboratorio lavoravo con mia cugina, con Luria e con Dulbecco, tre premi Nobel…” (Lasciando intendere che l’avrebbe avuto anche le se l’emigrazione non le avesse tagliato le ali). Essendosi laureata in Istologia ed essendo stata per quattro anni assistente della cattedra del suo grande maestro, il professor Levi, si presentò all’Università che le permise frequentare il corso di Istologia. I problemi iniziarono subito con Peròn che decretò che per 25 anni non ci sarebbero state convalide quindi Eugenia avrebbe dovuto iniziare dalle elementari, così rinunciò. Dopo qualche anno dovette prendere la cittadinanza per poter lavorare, la chiamarono all’Istituto di Oncologia Angel Roffo per preparare una serie di colture in vitro: “lì ho lavorato in certe condizioni…! Con le colture in vitro bi­so­gna lavorare in un ambiente completamente sterile: lì mi misero in una stanzetta di due metri per due…”.

Eugenia si è salvata dalla guerra, ma ha avuto professionalmente una vita molto difficile come donna, straniera e per di più ebrea; è riuscita però a farsi conoscere in tutto il mondo: decorata Cavaliere della Repubblica Italiana, Grande Croce dell’Ordine dei Servizi Distinti al Merito Civile, Premio Internazionale della Regione Piemonte agli emigrati piemontesi nel mondo, Cittadina Illustre della Città di Buenos Aires e così via. Non si dava arie, era simpatica e disponibile con tutti.

Come sua cugina Rita ha continuato a lavorare fino a tardissima età; nel 1995 non le fu rinnovata la patente e la Città, pur di non perdere la sua collaborazione, le fornì un servizio di trasporto privato. È vissuta fino a 101 anni; purtroppo aveva perso la vista ma parenti e amiche andavano a turno a leggerle i giornali e le pubblicazioni scien­tifiche. Di donne così ne vorremmo tante.

Che il suo ricordo sia in benedizione.

Anna Bises Vitale

   

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