Ricordi

 

Ricordo di Sergio Sarri

di Carla Di Matteo

 

Diversi anni fa, ho avuto la fortuna di incontrare Sergio Sarri e il privilegio, poi, di divenirne amica fino alla fine dello scorso settembre quando è scomparso, nello stesso giorno di Shlomo Venezia. S. Venezia è stato giustamente ricordato da tutti i giornali nazionali e non, mentre per Sergio Sarri ex deportato a Flossemburg e Dachau, instancabile testimone fino all’ultimo intervento della primavera scorsa al Museo della Resistenza (che conserva copia dei suoi scritti e delle interviste rilasciate), solo un breve necrologio sulla Stampa da parte della famiglia. Ma ora, almeno nel “giorno della memoria”, questo ricordo gli è dovuto. Cito le sue parole:

“Per preservare la memoria dei campi occorrono quelli che raccontano e quelli che ascoltano. Ma spesso quelli che ascoltano - che dovrebbero ascoltare - si sono stufati e suggeriscono ai testimoni di dimenticare e tacere”.

 

Sergio Sarri, dalla lucida e critica onestà intellettuale, dotato, nonostante tutto, di una pungente ironia e forte personalità, era nato a Torino nel 1921. Durante la guerra fu dapprima sottotenente nel III Alpini e dopo l’8 settembre, entrò nelle formazioni partigiane delle valli di Susa e di Viù finché fu arrestato dalle Brigate Nere e deportato come detenuto politico a Flossemburg e in seguito a Dachau.

“Dire che l’esperienza dei campi appartiene al regno dell’ineffabile non è ragione di orgoglio. I sopravvissuti non costituiscono un’aristocrazia a meno che il Caso non venga riconosciuto come l’origine di tutte le aristocrazie”. (…) “Riflettendo sul nostro essere tornati, dobbiamo riconoscere che il Caso è stato il fattore dominante. Non la prestanza fisica, non la statura morale, non la fede: troppi uomini robusti, buoni o santi sono rimasti indietro perché possiamo pensarla diversamente”.

Ecco, di lui, più che le descrizioni di atrocità subite su cui non amava indulgere, mi mancano le sue riflessioni sui vari risvolti di quella crudele esperienza. Riflessioni talvolta sottili, altre volte spietate ma sicuramente tutte intelligenti. Cito ad esempio l’osservazione sulla differenza tra il modo di affrontare i tragici eventi da parte degli ebrei e dei partigiani:

“Il resistente arriva al campo di concentramento da esperienze in cui aveva già messo in conto di poter essere ucciso. Nel campo l’offende il modo di morire. L’ebreo è offeso prima dall’idea di dover morire (perché proprio lui?) e poi dal dover morire a quel modo”.

Dai suoi scritti si evince quanto il meccanismo della memoria sia spesso imperfetto:

“…entrambi ricordavamo la scena della sala docce. E qui venne la sorpresa: l’avevamo vissuta a pochi metri di distanza l’uno dall’altro, ma i particolari non coincidevano. Essere al margine o al centro del mucchio di uomini nudi che tremavano di paura e di freddo aveva fatto una differenza. (…) Ma a chi avesse interesse a negare ciò che è successo a noi e a milioni di altri queste “contraddizioni” servirebbero per mettere in dubbio l’intera storia vissuta da noi e da tutti gli altri. Gli psicologi sanno che il meccanismo del ricordo è imperfetto, ma gli storici in mala fede fingono di ignorarlo”.

Sergio Sarri, nei suoi scritti, si sofferma talvolta con tocco poetico a sottolineare come fu difficile conservare la natura umana in quel mondo di brutalità:

“Più che le stragi questa pianificazione della disumanizzazione è il delitto imperdonabile”.

E anche la musica o la poesia ebbero un ruolo crudele o salvifico:

“Una volta, nella baracca, il Kapò individuò tra noi un cantante di professione e decise di utilizzare il suo talento facendogli cantare delle arie. (…) Fu terribile, servì a farci misurare l’abisso in cui eravamo caduti. Il Kapò non era abbastanza sottile da averlo fatto apposta, ma fu un improvviso franare da cui non ci si sollevò più. Il canto nei campi: impossibile se vuole esprimere gioia, prezioso e proibito per dare forza, crudele se dà la misura della distanza da un ieri che ci sforziamo di non ricordare”.

Però poi ricorda:

“Così, sulla paglia del Revier, tra sporcizia e pidocchi, snocciolavo nell’orecchio di Orazio l’Alcione, i Madrigali dell’Estate, pieni di ninfe, di tritoni, di immacolate sabbie versigliesi. (…) In quei momenti soltanto la poesia era vera, il campo soltanto un brutto sogno da cui prima o poi saremmo usciti…”.

A Flossemburg incontrò un altro torinese, l’eroico medico ebreo Giuseppe Diena, che fu brutalmente ucciso per aver aiutato i suoi simili dimostrando, così, come qualche rara forma di umanità poteva ancora sussistere nei campi. Sarri, però, riuscì a tornare se pur con un polmone fuori uso. Riuscì ancora a lavorare, a tornare alla “condizione umana”… e in seguito incontrò la pittrice statunitense Bruna Locatti con la quale riuscì ancora ad essere felice. Ricordo i tenerissimi biglietti disegnati per lei da Sergio, che era anche un abile disegnatore, in occasione dei vari S. Valentino. Ma, nonostante ciò, spesso nei suoi scritti si sofferma sulle conseguenze psicologiche della permanenza nei campi:

“C’è il dubbio che abbia ragione B. Bettelheim circa l’insuperabilità delle conseguenze psicologiche dell’esser stato in un campo di concentramento. Un dubbio o una certezza? Io dicevo che non si torna mai più gli stessi, ma poi ho smesso di affermarlo perché sembrava che chiedessi uno status speciale (…). Non sono arrivato a negare un qualsiasi effetto, ma ho taciuto e rimosso: due tattiche costose”.

In via dell’Accademia Albertina dove viveva con Bruna (mancata un paio di anni fa) e con i suoi amati gatti, io ho sempre trovato una schiettezza spiazzante, libertà di pensiero, grandi doti umane e importanti riflessioni anche sugli eventi attuali (fu inoltre testimone dell’attentato alle torri gemelle mentre si trovava a N.Y. con Bruna). Tra un biscotto e una marmellata fatti in casa, di cui era molto goloso, asseriva però:

“…non è la fame la cosa di cui ho patito di più, anche se nel campo ho persino mangiato una lumaca viva, ma ho sofferto molto il freddo e ancor di più la disumanizzazione programmata…. bè, però che buoni questi tuoi biscotti!

Mi ha salutato al telefono pochissimi giorni prima di lasciarci per sempre, faceva molta fatica a parlare. Mi mancherà molto la guida del suo pensiero sincero e intelligente. Credo che sia ora più che mai giusto ricordare ogni parola di ciascun testimone come Sarri perché nessuno possa poi, con leggerezza, ignorare ciò che è stato quando e se la Storia ci metterà alla prova riproponendo simili sopraffazioni.

Carla Di Matteo

 

Le citazioni sono tratte dagli scritti di Sarri: Nostoi e Un po’ di vecchio, un po’ di nuovo, un po’ preso a prestito - Ed. Le Chateau - e da La scatola degli spaghi troppo corti - Ed. L’Arciere - tutti reperibili presso il Museo della Deportazione e Resistenza di Torino assieme ad altri materiali.

    

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