Torino /Storia

 

Ricordi dell’orfanotrofio

 di Riccardo Levi

 

Lo scorso 8 gennaio, su iniziativa della Comunità di Torino, in collaborazione con il Gruppo di Studi Ebraici e l’ADEI, è stato presentato al Centro Sociale il film-documentario di Massimo Biglia “L’ora del tempo sognato” che ricostruisce le vicende dell’Orfanotrofio “Enrichetta Sacerdote” di Torino nel periodo delle leggi razziali e della guerra, soffermandosi sull’opera della direttrice Gioconda Carmi e della signora Giuseppina Gusmano (Giusta fra le Nazioni) per salvare i giovani ospiti dalla cattura e dalla deportazione. Al termine è stata letta la testimonianza scritta per l’occasione da Riccardo Levi, testimonianza che, con l’autorizzazione dell’autore, pubblichiamo.

 

Mi rincresce non poter essere presente a questa manifestazione e mi scuso per non poter portare personalmente la mia testimonianza sul periodo che trascorsi all’Orfanotrofio Israelitico.

Fui una prima volta ospite di quella struttura per circa un mese tra l’agosto e il settembre del 1945, avevo 8 anni. Perché ero lì e cosa ci facevo?

In quel periodo abitavamo ancora a Torre Canavese perché la nostra casa di Torino, che era stata confiscata, era ancora occupata e ci sarebbe stata resa solo a fine ottobre. Mio padre volle evitare che iniziassi la scuola a Torre per poi trasferirmi alla scuola ebraica ad anno iniziato e decise di mettermi all’Orfanotrofio in modo che iniziassi in quella che sarebbe stata la scuola definitiva. Egli non mi spiegò la cosa così come l’ho spiegata io adesso, ma se la cavò con un laconico “Ti metto in collegio”.

Non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare cosa fosse un orfanotrofio israelitico nell’agosto del 1945, alcuni mesi dopo la fine dell’inferno nazifascista: era un luogo di dolore e di pianto, di bambini con la mente devastata da ciò che avevano visto, subìto e sofferto. C’erano bimbi che attendevano che da un momento all’altro arrivasse un padre o una madre per portarli a casa: padri e madri che non sarebbero arrivati mai più. C’erano bambini che sapevano di essere rimasti soli: alcuni sfogavano l’ambascia con dell’aggressività, altri tenevano tutto chiuso dentro, in un cupo e muto sconforto. Si sentivano racconti atroci. C’era chi era stato strappato letteralmente dalle grinfie di fascisti o di nazisti da persone generose che l’avevano spacciato lì per lì come proprio figlio ed aveva visto portare via i genitori. Io, che avevo una casa ed una famiglia, cosa ci facevo lì? Cosa avevo da spartire con quell’ambiente? Non lo sapevo ed ero disperato.

L’Orfanotrofio era ubicato a Torino in via Morosini 30 in una palazzina signorile con attorno un cortile ed un giardino di buone dimensioni. Nel caseggiato di fronte c’erano dei militari dell’Aganà, la brigata ebraica. La gioventù ebraica torinese si ritrovava lì un pomeriggio alla settimana per riallacciare i rapporti dopo quegli anni di bufera; vi andavamo anche noi dell’orfanotrofio. Si giocava, si cantava e si ballava; imparai lì i più famosi canti e balli ebraici. Sempre lì, in quel periodo, sorsero i gruppi torinesi degli Zofim e dell’Hechalutz. Transitavano da lì dei reduci dai campi di concentramento: arrivavano, sostavano alcuni giorni, una o due settimane, per espletare delle pratiche e riprendevano poi il viaggio verso quella che allora si chiamava Palestina. Essi dormivano in quella casa e venivano a mangiare all’orfanotrofio dove trascorrevano buona parte della giornata. Tra quelle persone che avevano perso la loro famiglia e quei bambini che avevano perso i genitori nasceva immediato e spontaneo un tenero sentimento che si troncava con le partenze. Alcune partenze erano caratterizzate da momenti di intensa emotività.

La direttrice dell’orfanotrofio era Gioconda Carmi, di cui si è parlato a lungo nel film. Essa, sotto una ruvida scorza, evidentemente necessaria per tenere la disciplina, era una persona buona, ma noi notavamo solo la scorza dura. Aveva un’assistente, Marietta di cui non ricordo il cognome. C’erano altri adulti che frequentavano l’orfanotrofio: quattro maestre, Bianca e Quinzia Amar, Alma e Tirsa Levi, venivano frequentemente per insegnarci a leggere l’ebraico su sillabari arcaici. Io ero tra i pochi già in grado di leggere sulla Tefillà. Adi Shlischter era un’altra presenza abituale: ci organizzava dei giochi di gruppo. Il sabato, dopo il ritorno dalla Sinagoga, ci raccontava delle storie che traeva da un libro di racconti di argomento ebraico intitolato Sabbia e stelle. La Sinagoga era sistemata in uno stanzone seminterrato; non ricordo l’indirizzo, ma non era vicino a via Morosini perché per andarci facevamo una camminata piuttosto lunga. C’era una donna, la Signora Spizzer, austriaca o tedesca che aveva lì una figlia adolescente, Eva, e dava una mano nella organizzazione quotidiana dell’orfanotrofio. Essa raccontava che era stata catturata e rinchiusa nelle carceri Nuove dove c’erano molti altri ebrei che citava con nomi e cognomi. Lei con altre due donne, madre e figlia, aveva potuto uscire dal carcere e si erano salvate; non così gli altri ben più sfortunati che furono trasferiti a Fossoli e poi deportati verso i lager dell’Est Europa. Di altre persone ho ricordi vaghi e nebulosi. Ricordo due bambini, fratello e sorella: era rimasto loro il padre, reduce dai campi ed in pessime condizioni. Era ricoverato in una struttura sanitaria e alla domenica una persona prelevava i due bimbi e li accompagnava in visita al padre. Al ritorno sovente piangevano. Un giorno arrivò un tale alla ricerca di un nipote, erano rimasti entrambi soli al mondo. Indescrivibile l’incontro di questi due derelitti; se ne andarono assieme, zio e nipote. L’adulto con l’aria mesta e la schiena incurvata dalle sferzate del destino, con una mano reggeva una valigetta e con l’altra teneva la mano del bambino che gli caracollava a fianco. Ognuno cercava nel nuovo compagno quel calore di cui nessun essere umano può fare a meno. C’era una bambina, Gabriella Smerzler; le era rimasta la madre che veniva a trovarla di quando in quando. Gabriella era più giovane di me di otto giorni: facemmo amicizia, giocavamo assieme e ci si consolava a vicenda, nel senso che quando l’uno, preso dalla malinconia, si metteva a piangere, contagiava l’altro e così piangevamo insieme.

Rimasi lì un mese, poi la mia disperazione era tale che mio padre mi tolse via e mi riportò a Torre. Fu un’esperienza drammatica che mi segnò profondamente e di cui parlo per la prima volta.

Nei primi mesi del 1947 ritornai nell’orfanotrofio con mio fratello Tullio perché nostra mamma era gravemente ammalata a causa di una peritonite mal curata. Trascorse nove mesi in ospedale, subì tre operazioni e fu alcune volte a rischio di morte. La penicillina era agli esordi e veniva distribuita solamente in prefettura.

La situazione dell’orfanotrofio, rispetto al 1945, era radicalmente mutata soggettivamente e oggettivamente. Io avevo due anni in più, conoscevo il motivo per cui ero lì e soprattutto avevo un fratello più piccolo di oltre due anni di cui mi sentivo responsabile e protettore. La situazione psicologica degli altri bambini era cambiata: si erano rassegnati. L’orfanotrofio era ritornato nella sua sede istituzionale in via Lombroso: al piano terra c’erano i locali comuni, al primo piano il dormitorio delle bambine, al secondo quello dei bambini e al terzo abitava una famiglia estranea. La direttrice era ancora la Signorina Gioconda Carmi con l’assistente Marietta.

Non so se ci fossero dei problemi negli impianti sanitari, ma l’igiene e la pulizia lasciavano molto a desiderare: praticamente ci lavavamo solo le mani e la faccia. Il vitto era scarso e di cattiva qualità: ricordo il riso con le camole e molte pietanze con il sapore di stantio.

I bambini avevano la divisa, ma io e Tullio eravamo senza perché eravamo ospiti temporanei. Essere senza divisa, fortunatamente, ci esentava dal dover partecipare ai funerali di correligionari abbienti, secondo una deplorevole usanza in voga in quegli anni.

A scuola i bambini dell’orfanotrofio erano pesantemente discriminati nonostante ci fossero tra noi bambini intelligenti e volonterosi che cercavano di emergere anche in assenza di qualsiasi aiuto. Tullio ed io avevamo molta cura di noi stessi; ma un giorno venne nella mia classe la sua maestra Quinzia Amar con Tullio che aveva il grembiule un po’ spiegazzato e il fiocco azzurro semidisfatto. Davanti a tutta la classe mi disse “Guarda! Questo è il bambino che un tempo era impeccabile! Guarda come è trasandato! Perché non pensi a lui?” Mi venne il nodo alla gola perché eravamo stati umiliati davanti a tutti e perché “un tempo” avevamo la mamma che aveva cura di noi.

Papà ogni domenica ci prelevava, andavamo in ospedale a trovare la mamma, poi a casa a fare il bagno, facevamo una lauta merenda e ritornavamo all’orfanotrofio puliti e sazi. E lo stesso faceva una nostra cugina, Erminia Fiz Levi. Prima di Pesach e Shavu’oth ci preparammo per il coro in Sinagoga con l’organo. C’erano altri coristi che si preparavano ed in particolare ne ricordo due: il maskil Aldo Perez con una voce calda e motivata; Carletto Treves con la voce impostata da tenore. Dopo Pesach preparammo la lettura dei Pirké Avoth con bambini esterni. Dopo la sesta settimana ci trovammo tutti sulla montagnola del Valentino per una merenda collettiva: a noi dell’orfanotrofio dettero mezza tavoletta di cioccolata mentre agli altri una tavoletta intera.

Data la vicinanza del Valentino, vi andavamo sovente. A quei tempi, ogni tanto lì si svolgevano delle gare automobilistiche: una volta, durante le prove, circondammo ai box l’auto di Tazio Nuvolari che estrasse dal portafoglio una banconota, la consegnò a Marietta dicendole di andarci a comperare il gelato. Nuvolari, con quel gesto simpatico, riuscì ad allontanarci dalla sua auto che poco dopo vedemmo transitare con lui al volante e salutammo entusiasticamente.

Un giorno venne una vedova con due figli: il maschio mio coetaneo nonché mio compagno di scuola, la femmina, di alcuni anni più anziana, affetta da sindrome di down. La madre cercava di fare entrare i figli nell’orfanotrofio, ma fu respinta con la scusa che la struttura non era adatta per una ragazza in quelle condizioni. Pochi anni dopo il ragazzo fece l’aliah e madre e figlia trovarono l’unica porta aperta presso delle monache che dettero loro un tetto, il pane, insegnarono per quanto possibile il mestiere di ricamatrice alla figlia e ovviamente la battezzarono. Ho ancora contatti con quella signora che ricorda con struggente nostalgia il tempo in cui era ebrea, pur essendo grata e molto legata al convento a cui deve tutto. A quei tempi ero un bambino con ancora poca capacità di intendere e volere, ma, come ebreo torinese, continuo a sentirmi corresponsabile di quella grave colpa che nessuna teshuvà può attenuare.

Nostra mamma finalmente guarì e decise di andare a trascorrere la convalescenza nella canonica del paese di Canischio, ospite del parroco don Bosco e della perpetua Tilde, dove noi l’avremmo raggiunta. Il giorno precedente la nostra uscita dall’orfanotrofio ci giunse una lettera della mamma che ci comunicava che le era venuta l’itterizia e che tutti i programmi erano annullati. Tullio ed io abbracciati piangemmo a dirotto con la lettera in mano. Dopo circa una settimana, fortunatamente, l’itterizia si risolse e la mamma poté partire per Canischio, dove noi finalmente la potemmo raggiungere.

Uno dei periodi più tristi della nostra vita era finalmente alle spalle.

Riccardo Levi

8 gennaio 2013

    

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