Memoria

 

Il giorno della memoria a New York

di Tullio Levi

 

Da alcuni anni è operativo a New York il “Centro Primo Levi”, un’istituzione che svolge una intensa e meritoria attività volta a promuovere la conoscenza della cultura e della storia dell’ebraismo italiano. Il Centro mantiene stretti contatti con le principali istituzioni ebraiche italiane, tra cui l’omonimo Centro Primo Levi di Torino - col quale però non ha nulla a che vedere - ed ha la sua sede presso il “Center for JewishHistory”, un imponente edificio nel cuore di Manhattan Downtownche ospita alcune tra le più importanti istituzioni ebraiche americane quali l’American Jewish Historical Society, l’American Sephardi Federation, il Leo Baeck Institute, il Yeshiva University Museum e l’Institute for Jewish Research (Yivo). È una sorta di “consorzio” che gestisce per conto di tutti i suoi partner servizi, auditorium, sale espositive e di letturae, aspetto ancor più rilevante, alcune delle più grandi biblioteche ebraichedel mondo, che contano milioni e milioni di volumi, ovviamente a disposizione degli studiosi.

Il Centro ha uno staff ridottissimo (Natalia Indrimi, Executive Director, e Alessandro Cassin, DeputyDirector), ma può contare sulla collaborazione di alcuni volontari. Il Centro è, ovviamente, molto attivo sul web, riuscendo così ad essere conosciuto ovunque nel mondo e a svolgere, nonostante l’esiguità della sua struttura, un’intensa attività divulgativa, di supporto alla ricerca scientifica e storica degli studiosi e di promozione delle proprie attività; attività spesso organizzate in collaborazione con altre istituzioni culturali americane ed in particolare con la rappresentanza consolare italiana a New York. Molto intensa è anche l’attività che il Centro svolge in ambito scolastico.

Proprio in occasione del recente Giorno della Memoria ho avuto modo di apprezzare il dinamismo, la capacità organizzativa e l’originalità delle proposte del Centro che è, da anni, il vero promotore e motore delle iniziative che si svolgono in questa occasione a New York.

Tra le diverse attività che erano state programmate per quest’anno, spiccavano due proiezioni del film di Francesco Momberti Emanuele Artom, il ragazzo di via Sacchi, coprodotto nel 2010 da Piano Erre in collaborazione con Film Commission Piemonte e con la Comunità Ebraica di Torino. La prima proiezione è avvenuta nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura ed è stata, in un certo senso, l’evento centrale col crisma dell’ufficialità; la seconda è avvenuta presso la Scuola Italiana di New York davanti ad oltre un centinaio di ragazzi di età compresa tra i dodici ed i diciott’anni ed ai loro insegnanti. Ho partecipato alla presentazione del film insieme con Guri Schwarz, il curatore dell’ultima edizione dei Diari (Bollati Boringhieri 2008) ed è stata un’esperienza straordinaria perché ho presentato il film decine di volte nei più diversi contesti, anche in Israele, ma sempre in ambienti in cui la figura di Emanuele Artom non era del tutto ignota o, per lo meno, non era ignoto il contesto storico in cui egli si colloca. Invece a New York, ma in particolare alla scuola, per molti dei presenti, si trattava di un argomento assai inusuale e pressoché sconosciuto; e ciò è emerso chiaramente da alcune delle domande formulate nel corso del dibattito che è seguito alla proiezione del film.

Ma le proiezioni del film su Artom non sono state che alcune delle iniziative promosse dal Centro. Un altro momento centrale è stata la lettura pubblica di tutti i nomi dei deportati ebrei dall’Italia - cioè quelli riportati sul “Libro della Memoria” di Liliana Picciotto - avvenuta presso il Consolato d’Italia in Park Avenue. Il portone del Consolato è stato spalancato alle nove di mattina; nell’androne, sul fronte strada era stata posizionata una batteria di quattro microfoni a cui si sono alternate, nel corso delle giornata, decine di speakers ad ognuno dei quali è stata affidata la lettura deinomi elencati in una pagina del “Libro”. Prima di iniziare la lettura è stato recitato il kaddish. La lettura si è protratta fino alle quattro del pomeriggio e così diverse centinaia di persone, passanti casuali ma anche alcune scolaresche e newyorkesi venuti appositamente, hanno avuto modo di assistere a questa significativa cerimonia. Una nota curiosa e toccante: erano presenti due carabinieri di guardia, uno dei quali ad un certo punto della lettura si è commosso; ha poi rivelato di non essere ebreo ma di chiamarsi Ancona e di essere rimasto colpito nel sentire nominare suoi omonimi: era forse la prima volta che meditava sulla sua certa ascendenza ebraica.

Un altro evento di rilievo è stata la tavola rotonda dedicata al tema “Riabilitazione dei criminali di guerra: Il Monumento a Rodolfo Graziani”, organizzata in collaborazione con altre istituzioni culturali, per dibattere sulla decisione recentemente assunta dal Comune di Afile in provincia di Roma di erigere un Mausoleo al loro “glorioso” concittadino. Erano state invitate a partecipare al dibattito anche alcune personalità etiopiche che hanno espresso la loro profonda indignazione per una decisione che, ai loro occhi, si presenta come un oltraggio alla memoria delle decine di migliaia di loro connazionali massacrati da Graziani, sia quando era comandante in capo dell’esercito italiano durante la guerra di conquista, sia quando divenne Viceré dell’Etiopia (nel corso di rappresaglie indiscriminate); e li indigna ancora di più - lo hanno detto chiaramente - il fatto che la realizzazione del Mausoleo di Afile sia stata possibile grazie ad un finanziamento della Regione Lazio e quindi a carico del contribuente italiano; si sono chiesti come ciò sia potuto accadere in un paese civile come l’Italia e come mai non ci sia stata una adeguata reazione da parte dell’opinione pubblica. È risultato davvero arduo e, per certi versi penoso, cercare di far capire ai numerosi etiopici presenti, come da noi la vicenda, dopo una iniziale breve alzata di scudi, fosse ben presto passata nel dimenticatoio, perché col capitolo dei crimini di guerra commessi dal fascismo l’Italia e gli italiani non hanno mai fatto fino in fondo i conti e dei crimini di Graziani la maggioranza della pubblica opinione non sa proprio nulla.

Mi è sembrato potesse valer la pena raccontare di queste iniziative perché, da un lato testimoniano l’originalità delle proposte culturali formulate dal Centro Primo Levi in un contesto certamente non tra i più facili e dall’altro - in particolare per ciò che riguarda la tavola rotonda sul monumento a Graziani - perché mi pare costituiscano un esempio di come sia possibile allargare i propri orizzonti verso tematiche di ampio respiro e, ciò nonostante, spesso trascurate.

Tullio Levi

    

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