Memoria

 

Restituire la Shoah all’Europa

 di Giuseppe Gigliotti

 

A dispetto della crescente ufficializzazione attribuitagli nell’area europea, negli ultimi anni il consenso alla Giornata della Memoria ha iniziato a scemare presso i gentili. Tramontata la felice parentesi inaugurata negli anni Novanta dall’uscita del film Schindler’s List, che aveva suscitato nell’opinione pubblica un notevole interesse per la questione, l’atteggiamento nei confronti della Shoah ha assunto connotati ambivalenti, in cui la commossa partecipazione s’affianca spesso ad un’annoiata indifferenza, per spingersi in alcuni casi sino a posizioni di netto rifiuto. In quest’ottica, lungi dall’essere percepito come un dovere civico, il ricordo di sei milioni di vittime appare semmai, agli occhi di molti, una vuota formalità o una sottomissione nei confronti d’Israele. Che un simile atteggiamento debba suscitare allarme e cautela è fuor di dubbio. Tuttavia, tralasciando per un istante i timori legati al sempiterno antisemitismo, viene da chiedersi come sia possibile che un evento quale l’Olocausto, così decisivo nella storia della coscienza europea, abbia finito per essere percepito come sostanzialmente slegato dal continente in cui pure ha avuto svolgimento, e considerato semmai come tappa di un processo storico che investe la sola Israele. Ad avviso di chi scrive, una risposta plausibile va ricercata nell’ambigua chiave di lettura della Shoah fornita nel dopoguerra dalla dirigenza sionista e divenuta per ciò stesso dominante nel mondo ebraico. Non può dimenticarsi che, a dispetto del loro ambiente d’origine i leader sionisti, e Ben Gurion primo tra tutti, si dimostrarono all’inizio tutt’altro che ansiosi di concedere all’Olocausto diritto di cittadinanza nel neonato Israele. Le ragioni di una simile condotta erano molteplici e, sotto un profilo razionale, perfettamente giustificate. La lotta per la costruzione della nazione, inauguratasi all’indomani del trionfo sugli Stati arabi, imponeva di concentrare le energie disponibili nell’amalgamare uomini e donne provenienti da oltre cento nazioni in un unicum ebraico. Nell’ambito di un simile sforzo titanico, aperture nei confronti del ricordo della tragedia appena conclusasi appariva come un pericoloso dispendio emotivo, specie agli occhi d’individui che avevano fatto della rottura d’ogni legame con la Diaspora il leitmotiv della propria esistenza, e che non desideravano riaprire le porte ad un mondo da lungo tempo lasciato alle spalle. Chiudere coscientemente gli occhi alla miseria psicologica e morale dei sopravvissuti emigrati in gran numero nel neonato Stato, ed incitati ad obliare il proprio passato per trasformarsi in israeliani, può forse apparire crudele, oggi che Israele è una realtà compiuta, ma senza dubbio alleggerì il peso gravante sui padri della nazione nei suoi primi, difficili anni. Se tutto ciò si tradusse in una qualche disattenzione nei confronti dei sopravvissuti, si trattò in definitiva di un sacrificio legittimo. Semmai, per un amaro paradosso fu proprio nel momento in cui la memoria dell’Olocausto divenne oggetto d’interesse in Israele che la linea di confine tra giusto e sbagliato iniziò a sbiadire, con effetti disastrosi per una corretta comprensione del significato della Shoah. Era difatti inevitabile che la questione del massacro di sei milioni di persone, quasi un terzo della popolazione globale ebraica, dovesse finire per trovare una qualche forma d’espressione in Israele, tanto più che la spaccatura apertasi in Europa tra paesi occidentali e regimi comunisti impediva nei fatti qualsivoglia discussione complessiva di tale tragedia nei luoghi in cui essa aveva avuto luogo. Proprio poiché il Vecchio Continente era all’epoca costitutivamente incapace d’affrontare con serenità la questione del riconoscimento del significato dell’Olocausto, sarebbe stato dovere d’Israele proporne una commemorazione che si focalizzasse esclusivamente su quanto le vittime avevano sofferto e perduto, accantonando ogni tentazione di sua strumentalizzazione. Ed invece la dirigenza israeliana decise d’orientarsi proprio in direzione di una rivisitazione della tragedia che potesse essere utile agl’interessi nazionali. Trattasi di una questione delicata, ma che non per questo può esser sottaciuta, non foss’altro che per rispetto nei confronti della memoria delle vittime. Mettendo da parte le crociate portate avanti contro singoli individui, quali Hannah Arendt ed, in tempi più recenti, Norman Finkelstein, ambedue colpevoli di aver proposto una lettura della Shoah non conforme ai desideri della dirigenza ebraica, ci si può concentrare invece sulla data prescelta per ricordare lo sterminio in Israele. Ebbene, balza subito agli occhi come essa non coincida con la liberazione del Lager di Auschwitz, bensì con un diverso evento quale l’inizio della rivolta del Ghetto di Varsavia. Si tratta di una scelta tutt’altro che causale, quanto mai indicativa delle semplificazioni cui la memoria della Shoah ha finito per essere sottoposta da certa parte dell’elite politica israeliana dell’epoca. Agli occhi di Ben Gurion sarebbe difatti apparso inopportuno optare per il 27 Gennaio 1945. La liberazione dei sopravvissuti del principale lager nazista era quanto più lontano possibile dall’ideale del homo novus forgiato con tanto sforzo negli anni precedenti, e rischiava anzi di trasmettere un messaggio di drammatica impotenza, con le immagini di cadaveri ambulanti cui finiva per essere associato. Al contrario, la rivolta del Ghetto di Varsavia, principale esempio di resistenza ebraica attiva nei confronti del massacro hitleriano, si prestava splendidamente, con il suo corredo di esempi d’eroismo e di sacrificio, a trasmettere quel che agli occhi dei capi era importante mostrare agli occhi del mondo. E questo messaggio consisteva nel monito che solo laddove erano stati presenti ebrei consapevoli di sé, in quanto sionisti, s’era riusciti quanto meno ad impedire al nemico di condurre la gente al macello come pecore. Questo slogan, che pure ha conosciuto nel corso del tempo una diffusione enorme a livello internazionale, ha tuttavia finito per arrecare danni enormi alla comprensione dell’Olocausto, fornendo un’immagine della tragedia ebraica falsa ed ingiuriosa nei confronti delle stesse vittime che vi persero la vita. Affermare che soltanto i simpatizzanti del movimento sionista costituirono l’unica parte attiva nella rivolta non soltanto pone sotto silenzio il ruolo svolto da movimenti differenti, quale quello bundista o comunista, per non parlare degli assimilati nazionalisti, ma finisce nei fatti per costituire un insulto immane nei confronti di quanti non ebbero la forza o la previdenza d’opporsi all’assassinio nelle camere a gas di Treblinka, quasi che l’incapacità di raffigurarsi l’inimmaginabile non fosse già stato sufficientemente scontato con la morte. Una simile linea ideologica, evidenziata nella scelta del Giorno della Memoria in Israele, ma in realtà riscontrabile in tutto il processo di costruzione della rievocazione della Shoah, sebbene possa apparire precipitosa nel suo delimitare in un colpo solo la sottile linea che separa i giusti dai colpevoli, è risultata però strumentale ai bisogni di legittimazione di una parte della classe politica israeliana. Non è un caso che la costruzione della narrazione ufficiale della Shoah in Israele abbia coinciso con il prevalere, nel corso degli Anni Settanta, di opinioni tese ad equiparare qualsivoglia critica all’azione politica israeliana allo sterminio nazifascista. Tale condotta ha sì permesso ad una certa elite politica di godere di una sostanziale immunità critica, ma ha altresì determinato una distorsione del significato storico dell’Olocausto, i cui tragici effetti stanno ora emergendo con evidenza. Infatti ridurre la vicenda occorsa ad un errore imputabile all’assimilazione, al rifiuto di accettare l’impossibilità di una vita nella Diaspora non soltanto ha finito per obliare il diritto delle vittime non sioniste ad essere equamente ricordate, ma ha indotto anche ad un estraniamento del mondo europeo non ebraico da una vicenda che pure lo ha visto come coprotagonista. Perché se pure è innegabile che lo sterminio nazifascista abbia visto sull’altare delle vittime individui colpevoli solo d’essere d’origine o fede ebraica, è altrettanto vero che questa carneficina ha avuto luogo nel continente europeo, ed ha visto europei interpretare di volta in volta il ruolo di spietati carnefici, d’inaspettati salvatori o di crudeli spettatori indifferenti. In questa prospettiva, l’ossessiva demonizzazione delle opinioni divergenti, compiuto nel corso del tempo ricorrendo alla terribile accusa di odio di sé o di negazionismo, non ha soltanto finito per banalizzare l’Olocausto, ma ha legittimato l’estraniamento dei gentili da un evento sentito come indifferente proprio in quanto sottratto al suo reale contesto storico. Perché nell’indifferenza nei riguardi della Shoah potrà anche esservi una componente d’ostilità antiebraica, ma è altrettanto vero che risulta ridicolo urlare all’antisemitismo ogni qualvolta si sostenga un collegamento tra Shoah ed Israele dopo che per quasi mezzo secolo le comunità ebraiche hanno spesso avallato un simile legame qualora fosse utile agli interessi dei governi israeliani, impedendo nel contempo ogni ricostruzione che tentasse di ricostruire gli eventi nel loro significato autentico. Non deve allora stupire che l’opinione pubblica finisca per manifestare confusione sul significato da attribuire a tale data, essendo stata forgiata nella convinzione l’Olocausto fosse un monopolio ebraico. E proprio nella fine di simili esclusive potrà realizzarsi una rinascita del significato del Giorno della Memoria. Se si desidera da parte ebraica un’effettiva partecipazione dei non ebrei, è difatti giunto il momento di cessare ogni collegamento tra Shoah ed Israele, riconsegnando il ricordo del massacro ad una dimensione autentica, che cessi di fungere da scudo per la legittimazione delle scelte politiche israeliane, e torni a focalizzarsi sul ricordo e la comprensione di quanto occorso a sei milioni d’innocenti spesso morti, nonostante questo possa dispiacere a molti, nella convinzione d’essere in primis europei. Restituire la Shoah all’Europa dovrebbe allora essere l’imperativo delle celebrazioni dei prossimi anni, così che esse possano divenire realmente patrimonio collettivo di ogni europeo.

Giuseppe Gigliotti

    

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