Hannah Arendt

 

Filosofia del paria cosciente

di Cesare Pianciola

 

Dopo aver concluso la tesi di dottorato su Agostino, Hannah Arendt studiò gli archivi del romanticismo tedesco e negli anni del nazionalsocialismo in ascesa incontrò la figura di Rahel Varnhagen su cui scrisse un libro pubblicato nel dopoguerra (trad. it.: Rahel Varnhagen. Biografia di un’ebrea nell’epoca romantica, a cura di Lea Ritter Santini, Net/Il Saggiatore, 2004). Rahel Levin, nata nel 1771, tra Sette e Ottocento tenne a Berlino un salotto frequentato da importanti intellettuali; conobbe Goethe e fu tra gli iniziatori del suo culto; dopo amori tempestosi, a 43 anni sposò lo storico e diplomatico Karl August Varnhagen von Ense, con il quale visse fino alla morte, nel 1833. Il libro “nuota vigorosamente contro la corrente dell’ebraistica edificante e apologetica” (scriveva Benjamin a Gershom Scholem il 20. 2. 39) ed è “scritto dal punto di vista della critica sionistica all’assimilazione, in cui mi sono identificata, e che ancora oggi ritengo sostanzialmente giusta” (H. Arendt a K. Jaspers, 7. 9. 52). Rahel è un paria che ha cercato di assimilarsi, di diventare parvenu. Ha accettato il battesimo cristiano e ha permesso al marito “di fare di lei la signora Friederike Varnhagen von Ense”, rinunciando anche al suo nome, ma infine si rende conto che la sua assimilazione era soltanto apparente. Il capitolo conclusivo è intitolato Dall’ebraismo non si esce. Le ultime parole di Rahel morente al marito sono: “Quello che, per tanto tempo della mia vita, è stata l’onta più grande, il più crudo dolore e l’infelicità, essere nata ebrea, non vorrei mi mancasse ora a nessun costo”.

Nel 1952, quando progettava di pubblicare il libro, Hannah Arendt lo trovava ormai datato e lontano, “ma non per l’esperienza ebraica che, con fatica e pena, ho fatta mia” (lettera a Jaspers cit.).

Il concetto di paria è importante. “Come tante altre sotto la penna di Hannah Arendt, la nozione di paria si può interpretare a diversi livelli: il paria è l’escluso, ma è anche l’irriducibile, il non assimilabile, l’anticonformista, colui la cui estraneità resiste all’anonimato del sociale. La posizione del paria è talvolta persino la sola che, nel mondo moderno, permette la resistenza alla totalizzazione (F. Collin, “Du privé et du public”, in Les Cahiers du Grif, Tierce, 1986, n. 33, p. 60). Hannah Arendt trae il concetto di paria cosciente, contrapposto al parvenu, dal “grande sionista francese Bernard Lazare”. Nella parte sull’antisemitismo della sua grande opera sul totalitarismo ricorda le qualità “che certi ribelli ebrei ai margini della società effettivamente possedevano: umanità, gentilezza, libertà dal pregiudizio, sensibilità all’ingiustizia” (Le origini del totalitarismo, Einaudi, 2004). Ha inoltre dedicato saggi penetranti alla “tradizione nascosta” del paria cosciente, a Heine, Lazare, Kafka, Chaplin, Benjamin... (alcuni in Il futuro alle spalle, Il Mulino, 2011).

Così volle essere anche Hannah Arendt. Sionista, era in rotta con la corrente principale del sionismo che aveva alimentato il nazionalismo israeliano; ammiratrice delle libertà americane e critica radicale del totalitarismo sovietico, era ostile agli ideologi della guerra fredda; simpatizzante dei movimenti di contestazione, respingeva la “retorica dei nuovi militanti” e il suo “miscuglio eterogeneo di avanzi del marxismo” (Sulla violenza, Guanda, 2008). Nei suoi scritti c’è la volontà di andare controcorrente, di sfidare la pigrizia dei luoghi comuni, di non stare al principio di autorità, di “pensare da sé”. Come è noto, la sua indipendenza di giudizio si dimostrò clamorosamente nelle aspre polemiche - che coinvolsero anche vecchi amici come Hans Jonas, Kurt Blumenfeld, Gershom Scholem - seguite al libro sul processo Eichmann, scritto nel ’62 e pubblicato in forma definitiva nel ’64.

Nel 1959, in occasione del conferimento del premio Lessing, aveva fatto l’elogio del Selbstdenken, del pensare da sé, e della molteplicità delle posizioni che fanno della sfera pubblica “uno spazio a più voci” (L’umanità in tempi bui. Riflessioni su Lessing, Cortina, 2006). “Quello che mi interessa maggiormente sono le varie modalità della pluralità umana, e le istituzioni che vi corrispondono”, scriveva in un programma di lavoro dello stesso anno.

Hannah Arendt ripeteva spesso che non l’Uomo, ma gli uomini abitano la terra, mentre filosofie e teologie parlano dell’Uomo e solo incidentalmente trattano della pluralità degli individui. In Che cos’è la politica? (Einaudi, 2006) dice: “la politica tratta della convivenza e comunanza dei diversi”. La politica nasce come relazione tra individui che intendono rimanere distinti, distinguersi, e dare vita a un mondo comune, a un infra che lega e distanzia nello stesso tempo. In Arendt c’è la netta separazione tra spazio pubblico e sfera privata, che è anche il luogo di sentimenti come l’amore che non si possono estendere alle collettività, e c’è la polemica contro ogni forma di organicismo e di identità fusionale (“una società richiede sempre ai suoi membri di agire come se fossero membri di un’enorme famiglia, che ha un’opinione sola e un interesse solo”, dice in Vita activa, il libro del 1958 che analizza le tre modalità antropologiche del lavoro, della fabbricazione e dell’azione).

Ciò che delinea la sua teoria politica è una modalità dell’essere-insieme non utilitaristica e lontana dalla politica come viene pensata nella tradizione filosofica occidentale, cioè principalmente come “mezzo-per”, sul modello della fabbricazione (da cui derivano le massime “realistiche” secondo cui non si può fare la frittata senza rompere le uova, il fine giustifica i mezzi ecc.). Il potere come violenza non è però la politica, ma una sua degenerazione, che diventa distruttiva della pluralità umana nei nazionalismi, negli imperialismi, nei totalitarismi. Alla politica-violenza si contrappone la concezione comunicativa e nonviolenta del potere orizzontale, l’esperienza dell’agire insieme che ha il suo incunabolo nella polis e che storicamente riemerge nelle esperienze partecipate di democrazia (Arendt fu una teorica della democrazia consiliare, v. Sulla rivoluzione, Einaudi, 2006), rimanendo sempre presente come possibilità normativa dell’agire in comune. La sua è “una concezione iper-politica dell’esistenza che non si identifica in alcuna forma costituita di potere” (Alessandro Dal Lago).

Ancora una breve citazione dal saggio del 1970 su La disobbedienza civile per ricordare che le riflessioni di Hannah Arendt hanno radice in problemi che ci toccano da vicino: “Lo stesso governo rappresentativo oggi è in crisi in parte perché ha perso, nel corso del tempo, tutte quelle istituzioni che permettevano l’effettiva partecipazione dei cittadini, e in parte perché è ora gravemente affetto dalla malattia di cui soffre il sistema partitico: la burocratizzazione e la tendenza dei due partiti a non rappresentare nessuno se non gli apparati dei partiti”. In Hannah Arendt troviamo strumenti critici per ripensare un esercizio plurale e consapevole della libertà.

Cesare Pianciola

    

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