Hannah Arendt

 

Le ciliegie di Günther e Hannah

di Cesare Pianciola

 

L’anno scorso è passato un po’ inosservato il ventennale della scomparsa di Günther Anders. La sua - come ha mostrato in un bel libro Pier Paolo Portinaro (Il principio disperazione. Tre studi su Günther Anders, Bollati Boringhieri, Torino 2003) - è un’opera ampia, eterogenea, frammentaria, tra filosofia e letteratura. Anders ha coltivato diversi generi di scrittura (nel 2008 l’editore Lupetti ha pubblicato la traduzione del fantapolitico La catacomba molussica e l’anno scorso Mimesis ha edito le “favole” di Lo sguardo dalla torre, con prefazione di Goffredo Fofi), ma soprattutto ha praticato, secondo le sue parole, una “filosofia d’occasione”, programmaticamente antisistematica, anche nel suo lavoro più impegnativo: i due volumi di L’uomo è antiquato. Forse il libro migliore di Anders è Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki, uscito nel 1961 da Einaudi nella traduzione di Renato Solmi e con la prefazione di Norberto Bobbio, poi ripubblicato da Linea d’Ombra nel 1995. È la storia di un viaggio in Giappone nel 1958, racconto di grande valore anche letterario, intessuto di riflessioni acuminate contro i minimizzatori del pericolo atomico e sul suo significato di svolta irreversibile nella storia dell’umanità (Auschwitz e Hiroshima sono i due soli neri del paesaggio mentale andersiano). Bellissime sono anche le note autobiografiche di Il mio ebraismo - l’ebraismo di un ateo dichiarato - pubblicate nel 1994 in Gli aratori del vulcano. Razzismo e antisemitismo (1933-1993), a cura di Alberto Cavaglion, e ora in Il volto dell’altro. Intellettuali ebrei e cultura europea del Novecento, a cura di Mario Pezzella, “L’ospite ingrato”, n.s. 2, Quodlibet, Macerata 2011. Da poco è uscito La battaglia delle ciliegie. La mia storia d’amore con Hannah Arendt (pp. LXXV-80, Donzelli, Roma 2012), un breve scritto corredato da un lungo e interessante saggio introduttivo di Christian Dries sui rapporti biografici e filosofici intercorsi tra Anders e Arendt.

Sono un paio di dialoghi, ricostruiti in base ad appunti scritti intorno al 1930, di due giovanissimi filosofi ebrei tedeschi che di lì a poco sarebbero fuggiti dalla Germania hitleriana e che allora - ignari delle traversie future - discutevano di filosofia davanti a un cesto di ciliegie che stavano snocciolando. Parlavano delle “monadi senza finestre” di Leibniz e di come sia possibile che formino un mondo (nella Postfazione accademica Anders riprende dottamente la questione), dell’irrilevanza cosmica dell’uomo, nonostante la boria di noi “palloni gonfiati metafisici” e del nostro ostinato antropocentrismo, per passare subito dopo ad analizzare le truffe linguistiche dei nazionalismi e dei negatori della lotta di classe. Hannah seguiva i ragionamenti di Günther e le sue “blasfemie” con una certa diffidenza: “Nonostante fosse sempre stata scevra di pregiudizi - non si faceva problemi a fumare un sigaro in strada - ciò non di meno i capitoli 1 e 2 della Genesi li sentiva ben radicati in sé”.

Nel 1929 Anders aveva sposato Hannah Arendt - che cercava di dimenticare la sua sfortunata passione per Heidegger - ma già nel 1937 giunsero al divorzio. Anders l’amò molto più di quanto lei lo contraccambiasse (Hannah scrisse più tardi alla moglie di Heidegger: “Vede, quando lasciai Marburg, ero assolutamente decisa a non amare mai più un uomo; e poi mi sono sposata, giusto per sposarmi, con un uomo che non amavo”). Una decina di anni dopo la morte di Hannah (1975) Anders rielaborò il lutto in questo scritto, nel quale è difficile stabilire “quanto ci sia di Hannah, quanto di me, quanto di allora, quanto di oggi”. I curatori hanno apposto ai colloqui questa malinconica epigrafe andersiana: “Ho conquistato Hannah a un ballo grazie a un’osservazione fatta danzando in cui affermavo che l’amore è quell’atto attraverso il quale l’a posteriori, ovvero l’altro incontrato casualmente, viene trasformato in un a priori della propria vita - Questa bella formula non ha però trovato conferma”. Forse Hannah Arendt con il suo “stupefatto sguardo da ghetto sottolineato dai suoi occhi verdi” rimase, anche dopo il fallimento del loro matrimonio e i successivi legami coniugali dei due, un a priori dell’esistenza di Günther Anders.

 

Cesare Pianciola

    

 

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