Hannah Arendt

 

Hannah Arendt ebrea

di Rita Artuffo

 

Il saggio di Pierpaolo Pinhas Punturello, Una donna ebrea, Hannah Arendt, è un piccolo prezioso libro che rende onore alla identità ebraica della protagonista ed alla stimolante ricchezza e complessità del suo pensiero, liberandolo da riduzioni e pregiudizi attribuibili in parte alla relazione con il discusso filosofo M. Heidegger nonché ad un audace progetto sionistico a lungo perseguito.

Hannah Arendt viene descritta con precisione filologica e con rispettosa empatia come figlia dell’ebraismo di lingua tedesca “un fenomeno singolare che non conosce uguali anche nella sua forte tendenza all’assimilazione” il cui paradigma diventa, secondo l’autore, “un percorso obbligato per comprendere gran parte della storia ebraica del mondo occidentale”.

In tal modo la raffinatezza di pensiero e la lucidità di analisi di Arendt permettono di “valutare il prezzo della perdita dell’identità ebraica per l’emancipazione politica, l’integrazione sociale e le attrattive del mondo non ebraico” ed altresì le implicanze dell’antisemitismo moderno e della incapacità ebraica di comprenderlo.

Se l’assimilazione è un fatto storico con un origine contingente, legata cioè all’emancipazione da cui non può essere disgiunta, Hannah Arendt ne critica l’ideologia, la sua teorizzazione e codificazione comportamentale quale fu soprattutto quella di Hermann Cohen e, facendo proprio il postulato dell’esistenza del popolo ebraico, lo declina nelle riflessioni sulla storia e la politica che riguardano gli ebrei.

Al rapido insinuarsi del nuovo antisemitismo, il movimento sionista in Germania andava sviluppando una profonda critica della storia ebraica il cui merito fu apprezzato, sia pur limitatamente, da Hannah Arendt. L’autore rimarca come il sionismo ebbe per Arendt il grande merito, “specificatamente legato alla realtà tedesca”, di presentarsi “più come un movimento per la ricostituzione del loro orgoglio come ebrei piuttosto che per la ricostituzione di una nazione ebraica”.

La giovane Hannah Arendt sintonizza con Kurt Blumenfeld nell’interpretare il sionismo anche come il frutto di un’eredità spirituale ebraica fiera e passionale e apprezza la serietà con la quale i sionisti affrontano l’esistenza del nuovo antisemitismo. La sua riflessione si svolge intorno al problema “di dare al popolo ebraico un proprio statuto senza cadere nelle prospettive assimilazioniste o nazionaliste ma affrontando gli elementi storici ed identitari in termini politici”.

Nell’ottica arendtiana il passaggio attraverso l’emancipazione induce “a descrivere e ad aspettarsi l’apparire di nuove modalità dell’essere ebreo che non si richiamano ad un eterna e immutabile essenza e che, quindi, possono essere transitorie, ma lasciare comunque significati alla storia ebraica”.

Riprendendo da M. Weber e da B. Lazare la categoria di paria, Arendt la declina lungo la storia, prima e dopo l’emancipazione, per tematizzare la dimensione esistenziale del “paria consapevole”, figura alla quale Hannah Arendt dedicherà molta della propria riflessione.

Pierpaolo Pinhas Punturello evidenzia la preziosità dell’impegno di Hannah Arendt nello studio di quei percorsi degli ebrei emancipati “verso nuove e radicali identità, a volte molto distanti dal mondo ebraico”e rimarcando la peculiarità dell’analisi arendtiana ne sviluppa, e ne attualizza gli stimoli in modo ricco e suggestivo.

L’autore compone il quadro variegato del complesso mondo del sionismo in cui si delinea la connotazione sionista dell’educazione di Hannah Arendt, il suo confronto critico con i maggiori teorici, le assonanze e le divergenze da cui maturò la propria singolare forma di pensiero.

Convinta che la politica sia “una risposta responsabile all’appello del presente, anche quando sembra che non vi sia altra altra via d uscita”, Arendt svolse nel 1932 un incarico all’interno dell’attivismo sionista per un imminente congresso e, successivamente emigrata a Parigi, continuò a lavorare per le organizzazioni sioniste e, in particolare dal 1939 al 1940, per l’Alyà della Gioventù.

Ma fu il congresso sionista internazionale del 1942 a New York “che segnò una linea di distanza tra Hannah Arendt e l’attivismo sionista sostenuto dalla maggioranza dei sionisti mondiali. Arendt, scrive l’autore, espresse tutto il suo dissenso “con la passione, la bruciante ironia e la rabbia che la contraddistingueva”, preoccupata “dalla crescente pressione ideologica che spingeva i sionisti verso una conformità di pensiero, verso un’unanimità pericolosa, che sopprimeva ogni tentativo di critica”, convinta che “una unanime opinione pubblica tende a eliminare fisicamente coloro che differiscono poiché l’unanimità della massa non è il risultato di una condivisione, ma una espressione di fanatismo e isteria.

Eppure, Hannah Arendt “non divenne così come si volle far credere una antisionista: semplicemente scelse la strada del dissenso all’interno del proprio popolo e dell’unico movimento, che ancora ne aveva raccolto il destino e la responsabilità politica di sopravvivenza. La sua leale opposizione andrebbe ricercata, quindi, non in una contrapposizione al sionismo in quanto tale, bensì in una reazione quasi emotiva a ogni tipo di ideologia, compresa quella sionista”.

Fedele alla propria specificità ebraica vissuta con grande consapevolezza, Hannah Arendt si schiera dalla parte di chi accetta di essere un libero paria, ma ritiene che il mondo del xx secolo non consenta più “scappatoie individuali”. Identificandosi con il sionismo, esprime la propria volontà di una necessaria e ferma azione politica per il popolo ebraico, convinta che “la modesta intenzione di realizzare i diritti umani” sia “proprio per la sua semplice essenzialità il progetto più grande e più difficile cui un uomo possa aspirare nella società contemporanea”.

Ritiene che “solo nell’ambito di un popolo l’individuo possa vivere come un uomo fra gli uomini:

“E solo un popolo in comunità con altri popoli può contribuire a costruire sulla terra un mondo umano creato e gestito dalla collaborazione fra tutti gli uomini”. (1)

Rita Artuffo

 

(1) H.Arendt, Il futuro alle spalle, il Mulino, 1980

 

Pierpaolo Pinhas Punturello – Una donna ebrea: Hannah Arendt – Luciano editore, Napoli 2012, pp. 124, 16

 

    

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