Libri

 

Musica e canto nella mistica ebraica

di Gilberto Bosco

 

Il rapporto tra la musica e le diverse religioni, tra la musica e i diversi sistemi filosofici, è, nel corso dei secoli, un rapporto tormentato e complesso, pieno di fraintendimenti, divieti, moti di entusiasmo, accettazioni e ripulse. Il problema di rapportare la musica, intesa in senso lato, con tutto ciò che musica non è, può sembrare forse un problema irrisolvibile, o almeno non risolvibile completamente: rimane comunque un problema affascinante e tentatore, e la storia quasi infinita dei testi dedicati a tale problema è lì a dimostrarlo.

Se esaminiamo i testi dell’ebraismo che si riferiscono alla musica - dall’antichità all’epoca più recente, dalla Torà al Talmud ai filosofi ai mistici antichi, medioevali e moderni fino agli autori più recenti - scopriamo che questi testi più che aiutarci ci gettano tra le onde di una tempesta, ci sentiamo come Giona sulla sua nave. In questo mare procelloso si avventura e ci guida Enrico Fubini nel suo ultimo lavoro, Musica e canto nella mistica ebraica, da poco uscito per la Giuntina di Firenze.

Ci guida dapprima esaminando come la musica sia affrontata nei testi fondamentali e come, nella realtà di epoche antiche, doveva forse configurarsi l’uso e la stessa idea della musica nella quotidianità, per poi addentrarsi nel tema fondamentale del libro: come la musica sia stata vista e considerata dai maestri della mistica ebraica. Troveremo quindi sia osservazioni sull’uso della musica nel Tempio e nell’epoca precedente alla caduta di Gerusalemme per mano dei Romani, sia gli entusiasmi (pochi) e i dubbi (molti) dell’epoca talmudica e medioevale (dubbi ispirati, come ci fa osservare l’autore, non solo e non tanto dal “divieto” dell’uso della musica all’interno del culto, divieto successivo alla distruzione del Santuario, quanto - e forse più - dal fatto che la musica fu spesso sentita e vissuta come “straniera”, legata alla cultura greca, accompagnata spesso dal vino e dall’ebbrezza, vissuta in molti casi come un invito alla trasgressione e al superamento dei limiti, con un fascino quasi irresistibile e quindi carico di pericoli). Per entrare poi nell’esame di come la musica sia stata considerata dai maestri del misticismo, dallo Zohar in poi.

Qui finalmente, con un poco di gioia da parte degli appassionati di musica, troveremo un più grande entusiasmo e una serie di valutazioni positive. Ancora con qualche possibile fraintendimento e un grande uso di figure retoriche: perché per la quasi totalità dei mistici “musica” è anche il suono dello shofàr, strumento (ma è uno strumento?) che ricorda, come ognun sa, il sacrificio di Isacco e che a stento riesce a produrre due o tre suoni (ma nel culto ne suona in realtà solo uno, sia pure variamente articolato). Ed è “musica” il suono dell’arpa che il re David suona ogni notte a mezzanotte, seguendo un noto passo talmudico: melodie che, ahimé, non sentiamo con le nostre orecchie da tempo immemorabile. E la stessa affermazione, così spesso ripetuta dai mistici e non solo da loro, che la musica è lo spirito e l’essenza della preghiera, nasce certo da un fatto concreto (le vocali e i teamìm - i segni di interpunzione che da sempre sono interpretati come indicatori musicali, aggiunti dai maestri più di mille anni fa - danno solo loro corpo e sostanza al testo e alle preghiere, altrimenti una sfilata di consonanti), ma trascura che senza le vocali e i teamìm non si potrebbe non solo cantare ma neppure leggere alcun testo: provatevi voi a cantare la parola “Trieste” pronunciandola “Trst”, oppure a cantare o leggere un frammento senza sapere su quale parola terminerà! È però assolutamente fondamentale il cambio di prospettiva: la musica non è più un elemento “esterno”, ma diventa un supporto indispensabile della parola, un veicolo di emozioni e di significati, misteriosi ma non per questo meno importanti.

E proprio molti maestri del misticismo scriveranno e canteranno preghiere e poesie indissolubilmente legati a una “musica”, a una “melodia” (valga qui in positivo il discorso precedente sui segni vocalici e di interpunzione), e sosterranno che quella musica è un veicolo per mettere in comunicazione il nostro mondo e i mondi superiori. Un maestro che al tema della “musica” dedicò pagine e riflessioni, Abulafia, ha qui una parte consistente: spazio meritato e forse perfino insufficiente a rivelare quanto il suo pensiero abbia lavorato su questo tema e sul rapporto tra musica, note musicali, lettere dell’alfabeto e loro permutazioni. Quasi un altro capitolo è dedicato al Pèrek Shirà (Il capitolo del canto), breve testo forse medioevale non molto conosciuto e dedicato al fatto che “il canto, e perciò la preghiera, è proprio non solamente dell’uomo ma di tutto il creato, a partire dal mondo inanimato sino ai vegetali e agli animali”, e che questo canto coinvolgerebbe anche gli angeli; un “cantico delle creature” assai vastamente inteso, carico di poesia e di implicazioni.

L’ultimo ampio capitolo è dedicato al chassidismo e la musica. Potrebbe essere un tema prevedibile: ma qui Fubini coglie alcune delle sue intuizioni più feconde. Intanto nell’affermazione che la pretesa del chassidismo di una relazione tra emozione, preghiera, sentimento e canto, anticipa di molti anni e con forza straordinaria alcuni temi che saranno del successivo movimento romantico. Già in pagine precedenti era emerso un classico tema romantico e pre-romantico, quello della notte: tradizionalmente vista dall’ebraismo come problematica e non sempre e non necessariamente positiva, ma che in alcuni maestri del misticismo diventa (complice l’arpa di David che suonava a mezzanotte!) un momento particolarmente adatto alla preghiera e al canto.

Tornando al capitolo sul chassidismo, il fatto stesso che un paragrafo si intitoli “Musica e trasgressione, musica e follia” ci dice quali potenzialità del chassidismo siano per Fubini fondamentali per esplorare il rapporto tra quel movimento e la musica. Alcune storie chassidiche citate ci dicono molto sul rapporto tra musica ed estasi, tra musica e trasgressione.

Proprio la quantità di frammenti di storie chassidiche, come anche numerose altre citazioni e riferimenti a testi della mistica, è una delle ricchezze del libro: non sempre è facile trovare tali testi e altre citazioni attendibili; l’autore ha qui trovato il modo di esporli scorrevolmente all’interno della narrazione, in un modo comprensibile e che permette di ricostruire un contesto. Un libro che si promette fondamentale su questi argomenti, che si legge scorrevolmente malgrado i temi non facili che affronta.

Gilberto Bosco

 

Enrico Fubini, Musica e canto nella mistica ebraica, Firenze ed. Giuntina 2012, p. 129, 12

    

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