Libri

 

Ebrei arabi

di Andrea Billau

 

Scrivo per parlare di un libro che affronta una questione interna alla politica israeliana ma che riguarda più ampiamente il conflitto israeliano-palestinese. Il libro è: Ebrei arabi: terzo incomodo? a cura di Susanna Sinigaglia; è una raccolta di saggi che evidenziano la discriminazione sociale in Israele della componente ebraica proveniente dal mondo musulmano-arabo.

Lo stato di Israele è stato fondato dalla componente ebraica di origine europea, i cosiddetti Askenaziti e solo dopo la fondazione e la prima guerra arabo-israeliana arrivarono in Israele, soprattutto dall’Iraq e dallo Yemen, ebrei che verranno chiamati Mizrachi (orientali); espropriati dei loro beni dai paesi arabi, in Israele vennero espropriati della loro cultura di origine dovendosi uniformare alla nuova realtà israeliana modellata sull’ebraismo europeo in gran parte laico e socialista. Nel privato però mantennero tradizioni e linguaggio legati al mondo arabo da cui provenivano (e che fino alla nascita di Israele li aveva molto più tutelati della società cristiana europea); pian piano acquisirono coscienza del loro diritto a rivendicare una posizione non subalterna nella società israeliana, che li vedeva nella scala sociale legati a lavori subordinati, manuali e non rappresentati nella classe dirigente del nuovo stato. La classe dirigente israeliana era ashkenazita e socialista e per i suoi consensi non considerava i mizrachi come soggetto sociale da coinvolgere, mentre fu l’opposizione sionista-revisionista che capì la loro importanza, se non altro demografica (in prospettiva maggioritaria) e fu sulla base del suo consenso che riuscì nel 1977 con Begin a conquistare la sua prima vittoria storica alle elezioni. In seguito fu un partito religioso sefardita, lo Shas, a conquistare quasi interamente i suoi consensi.

Così nella società israeliana venne a configurarsi una situazione paradossale: la sinistra sionista che dopo il 1967 maturò l’idea di un compromesso con i palestinesi sulla base della restituzione dei territori occupati in cambio di pace si trovò contro proprio quella parte di popolazione che per la propria origine avrebbe potuto costituire un ponte culturale con gli arabi e il cui consenso fu invece monopolizzato dalla parte più intransigente del panorama politico dello stato ebraico.

Tracciate così, in modo sommario, alcune questioni trattate nel libro, vorrei ora fare qualche considerazione su un possibile sviluppo storico alternativo che avrebbe potuto portare a un esito diverso.

Nel Sionismo prima del 1948 si sono confrontate due posizioni, sintetizzabili nei due nomi di Ben Gurion e Buber (non prendo in considerazioni Jabotinski perché lo ritengo una variante, ben peggiore, di quella di Ben Gurion). La prima, illustrata in un modo ineguagliabile nel libro La nascita di Israele da Zev Sternhell, era quella di un socialismo statalista che, in maniera originale, si rifaceva all’esperienza dell’Unione Sovietica (non a caso tra i primi stati a riconoscere Israele) e che, come quest’ultima, considerava nell’azione politica i fini prioritari rispetto ai mezzi e la ragion di stato come assoluta; su questa prospettiva non mi dilungo perché è la storia che già conosciamo. La seconda, quella di Buber, era legata a un socialismo libertario che vedeva nel con-vincere e non nel vincere il suo programma, e questo praticamente voleva dire il perseguire la nascita dello stato ebraico con il presupposto di un accordo con gli arabo-palestinesi (tanto da prefigurare addirittura la nascita di uno stato binazionale) e senza la ricerca dell’appoggio occidentale alla nascita dello stato, per non dare l’impressione alla popolazione araba della semplice sostituzione di un colonizzatore europeo con un altro.

Se si fosse affermata la prospettiva buberiana anche l’arrivo degli ebrei orientali non sarebbe nato da un trauma, la cacciata dai paesi arabi, e gli stessi avrebbero potuto veramente essere quel ponte con la cultura arabo-musulmana che avrebbe visto l’integrazione piena degli ebrei europei nella realtà mediorientale. Senza pensare in modo palingenetico alla fine dei conflitti, ma visto quello che sono stati i frutti dell’affermarsi della linea Ben Gurion, il ricordare controfattualmente questa diversa possibilità storica penso ci possa aiutare a prefigurare un futuro diverso, attualizzando quel pensiero socialista-libertario, che, dopo la sconfitta storica del socialismo statalista e autoritario, rimane ancora una prospettiva da esperire per dare una soluzione positiva al groviglio mediorientale.

 

Andrea Billau

    

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