Lettere

 

Il nome (del traduttore)

Cara Ha Keillah,

Ti leggo sempre con affetto e interesse. Apprezzo, da parte tua, l’interesse che dimostri verso la letteratura israeliana. Per me fonte di quotidiano sostentamento ma soprattutto oggetto di un amore sconfinato. Anche alle pagine 16-17 dell’ultimo tuo numero si parla di grandi libri. Ma, come capita sovente e non solo fra le tue pagine, in due recensioni su tre non compare il nome del traduttore. Il fatto che nella fattispecie quel traduttore sia la sottoscritta non significa quasi nulla, se non mesi di appassionato (e spero non del tutto fallito) lavoro. È piuttosto il segno di una scarsa attenzione che in Italia è riservata a chi fa questo mestiere.

Io dico sempre che stare nell’ombra è un grandissimo, insostituibile privilegio di cui il traduttore gode. Ma, come si dice da queste parti, esageruma nen. Indicare il nome di chi ha traghettato un testo da una lingua all’altra è giusto, rende conto del lavoro che c’è dietro e che, credimi mia cara Ha Keillah, non è poco.

Shalom,

Elena Loewenthal

 

Ringraziamo Elena Loewenthal per le sue gentili parole di apprezzamento e per il prezioso richiamo sull’importanza dei traduttori, che condividiamo: d’ora in poi faremo più attenzione a non tralasciare nelle recensioni questa informazione e invitiamo i nostri collaboratori a fare altrettanto.

HK


 

Conversioni ed ebrei imperfetti

Abbiamo seguito con profondo interesse la disquisizione intorno alla liceità dell’uccisione dei pidocchi/pulci di sabato del Prof Rabbino Gianfranco Di Segni.

Ci sembra di capire che l’aspetto fondamentale che dà ad una questione apparentemente piccola e insignificante uno spessore inaspettato è il processo che scatena, denso di implicazioni, più che le conclusioni - nell’ebraismo quasi sempre - e senz’altro in questo caso - non univoche - che produce. Lo spunto da cui partiva però era la frase di una lettera di un padre ebreo, piuttosto disperato, il cui tema era un altro: da anni si vedeva negare la conversione al figlio cresciuto come ebreo. Pur non prendendo, il rabbino Di Segni, posizione in merito alle specifiche ragioni della mancata conversione ci è sembrato che il riferirsi alla considerazione di Gandus sull’irrilevanza di certe questioni - in quel contesto specifico - potesse voler mettere in luce una superficialità nel modo di vivere l’ebraismo della famiglia, una non ancora matura “capacità” all’ingresso, un aspetto non direttamente correlato ma emblematico delle ragioni dello stallo. Noi - come il figlio di Gandus figli di padre ebreo e madre non ebrea - abbiamo diversamente da lui avuto la fortuna di nascere in un epoca e in un luogo nel quale la interpretazione - riguardo alle conversioni - era nettamente più aperta ed accogliente, e siamo, oggi - come d’altronde molti altri matrilinearmente “in ordine” - ebrei imperfetti: nessuno ci controlla ma non guardiamo il calendario quando i bambini si grattano la testa e non siamo i soli iscritti alla comunità ad essere favorevoli al matrimonio gay, istituto che richiederebbe sforzi impervi per essere considerato corretto da un punto di vista ebraico ortodosso. Se ogni ebreo ha, di fatto - riguardo alle norme - il “suo” livello - da zero a infinito - di osservanza (e tutta la gamma di opinioni possibili) il “convertendo” deve invece osservare tutto, un “tutto” che è non solo un insieme estremamente vasto e complesso, ma è un insieme i cui confini sono ridefinibili e spesso ridefiniti. E inoltre di questo insieme è tenuto a conoscere le implicazioni o comunque dare per scontato che queste ci siano, e che siano fondamentali. Lo confessiamo: non sappiamo perché il colorante E 101 è tollerato - sì - ma solo quando non si dispone di coloranti permessi - e rischieremmo ahinoi, di giudicare la questione con superficialità.

È probabilmente sempre un errore liquidare ciò che non si comprende a pieno come cosa di poco conto, ed una scelta sbagliata da un punto di vista ortodosso non osservare ogni norma ma - a fronte del fatto che gli ebrei italiani in gran parte si limitano - quando lo fanno - ad osservare le regole alimentari di base e arrivano alla funzione del Sabato in auto - sono davvero manchevolezze come quella, e una osservanza “Imperfetta”, indici di un problema grave al punto da rimandare l’apertura del portone ad un ragazzo figlio di padre ebreo e cresciuto fin dalla nascita come ebreo? Sono davvero una minaccia di assimilazione? Naturalmente il caso singolo è solo uno spunto, il tema è attuale e i casi sono tanti: non rischia, questo portone dallo spiraglio tanto stretto, di allontanare sempre di più molti di quelli che sono dentro, invece di avvicinare e istruire all’ingresso chi è fuori?

Le leggi del ritorno israeliane sono assai più accoglienti delle comunità della diaspora oggi in Italia. Perché non applicare al figlio di quel padre addolorato e deluso regole analoghe a quelle che lo accoglierebbero in Israele? Non vogliamo mettere il naso in ciò che - evidentemente - non siamo in grado di comprendere e che non ci compete, ma ci sentiamo con forza parte di un popolo con una storia comune e vorremmo che fosse riconosciuto l’orgoglio, e al tempo stesso la fatica di chi vive nella diaspora da ebreo. E vorremmo che al nostro fianco potessero - come noi - essere “ebrei imperfetti” i tanti Gandus che onorano la loro storia e la loro identità pur vivendo una dolorosa condizione di alterità non solo rispetto ai gentili ma anche rispetto agli ebrei.

Con sincera stima e rispetto.

Lina Zargani e Giorgio De Benedetti


 

La pre-condizione indispensabile

Dal punto di vista della storia recente parlare, per gli ebrei italiani, della polemica suddivisione fra “laici” ed “osservanti”non ha senso,visto il nostro riconoscimento costituzionale (art. 8) di minoranza di cittadinanza italiana di religione ebraica. L’Italia costituzionale e democratica, in fondo, ci ha voluto riconoscere come allora nel 1948 noi volevamo farci riconoscere e come noi già volevamo che ci riconoscessero durante tutto il nostro percorso emancipatorio.

Durante il periodo del regime fascista si andò rinforzando, con la legge del ’30, la nostra “italianità”, dandoci una maggiore organizzazione, al contempo unitaria e accentratrice. Noi abbiamo subìto, date le condizioni politiche del tempo, la menomazione delle nostre autonomie organizzative, pur riconoscendo, dati i vantaggi economici e finanziari che quella legge ci attribuiva, che era avvenuto un cambiamento rispetto alla tradizione liberale che aveva guidato l’unità del Paese. Pochi furono disposti, fra noi,a rilevare, allora, questa discontinuità, puntualizzando maggiormente che vi era stata, invece, una certa continuità con la condizione emancipatoria che tanti risultati positivi ci aveva concesso. In realtà come minoranza non avvertimmo come per tutto il periodo emancipatorio si andava mutilando la nostra identità, identità ben più integra durante la plurisecolare condizione della misera vita nei ghetti, pur fra discriminazioni sempre e sporadiche persecuzioni. Non si prese quasi mai in considerazione che le nostre libertà civili ci furono concesse individualmente, ma mai come gruppo. Furono libertà “borghesi” (si veda,su questo punto, per maggiori chiarimenti, l’altro mio articolo, su Toscana ebraica: La nostra storia recente).

Occorre, oggi, essere consapevoli di tutto questo.

Dal 1948 ad oggi molte cose sono cambiate in Italia. È, forse, giunto il momento del nostro recupero identitario e di essere riconosciuti per quello che storicamente siamo stati precedentemente al periodo della nostra emancipazione: una minoranza etnico-religiosa. E proprio in questo momento quando in Europa - e in Italia - sono aumentate, attraverso numerosi processi immigratori, le minoranze etniche e religiose. Oggi i processi inter-culturali sono una realtà. E se l’unificazione politica europea avverrà essa si dovrà realizzare con figurazioni ben diverse da come si prospettavano nel passato. E noi ebrei non dobbiamo, come spettatori, tenerci al di fuori da questi processi di cambiamento epocali.

Storicamente debbo ribadire e precisare che la relazione inscindibile fra popolo ebraico e tradizione religiosa (dove nel “legame” i due termini assumono un significato notevolmente diverso da quello che hanno quando “non” sono collegati) è precedente al periodo della nostra emancipazione ed è rimasto più forte quanto più è ritardata l’ascesa, nei vari paesi europei, della borghesia. Infatti in Italia ed in Germania e nell’est europeo, dove la borghesia ha raggiunto il potere con la propria indipendenza politica più tardi di altri Paesi occidentali, si sono manifestate le forme “moderne” antisemite più aggressive e violente, fino a raggiungere forme sterminatrici nei regimi totalitari, dove le deboli borghesie, protette nei loro interessi economici, hanno preferito abdicare al loro diretto potere politico.

In breve oggi occorre prendere maggiormente in considerazione quanto male abbia fatto all’ebraismo (che io ben differenzio dal giudaismo rabbinico, distinzione che si è precisata, nel XX secolo, col movimento sionista) l’appartenenza prioritaria alla borghesia.

Fino a che non affronteremo con coraggio e serietà questo problema la nostra condizione esistenziale, almeno per quanto ci riguarda dal punto di vista interno ebraico, non potrà essere positivamente affrontata e risolta.

Questo allontanamento, lungo, tortuoso e difficile, da questa appartenenza è, però, la pre-condizione indispensabile che merita di essere avviata. Ogni altra opzione ci renderà sempre instabili, vacillanti, contraddittori e indifesi di fronte a coloro che, ancora una volta, tenteranno di distruggerci.

 Alfredo Caro

24 dicembre 2012

 

La legge del ’30 ha rafforzato la nostra italianità? Ci ha attribuito vantaggi economici?

Fermo il fatto che l’emancipazione è stata dell’individuo e non dell’ebreo, è vero che ha "mutilato" la nostra identità?

Siamo prevalentemente dei borghesi, e perché dovremmo perdere la nostra borghesità per riacquistare un’identità ebraica? Gli ebrei borghesi comunisti che si sono fatti mentalmente proletari l’hanno forse riconquistata?

Avevamo una migliore identità prima dell’emancipazione?

Ebraicità e tradizione religiosa sono effettivamente inscindibili? Forse che il sionismo non solo delle origini è tale?

HK


    

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