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I torbidi del ghetto

di Aldo Zargani

 

Quando leggerete queste mie note, saprete già molto di ciò che è accaduto nella più grande Comunità Ebraica d’Italia. Un Consiglio straordinario della CER del 23 gennaio 2014, ha emesso un Comunicato, votato all’unanimità, che contrasta, sì, le violenze avvenute, ma sembra prendere qualche distanza dagli organizzatori della manifestazione e fonti giornalistiche: con tutto il rispetto per questi tentativi di chiudere in fretta ciò che è avvenuto, non sono purtroppo d’accordo su questa delibera nel suo complesso.

È per me, antico torinese, che vivo a Roma da 45 anni, un grande dolore dover parlare di “torbidi” in questa Comunità della quale faccio parte da tanti anni con rispetto e rispettato. La Comunità che fu di Rav Elio Toaff, di Tullia Zevi e potrei continuare a lungo.

Come sapete, la Comunità Ebraica di Roma, per numero di iscritti, per antichità e grande fervore, rappresenta l’ebraismo italiano di fronte all’opinione pubblica del nostro Paese e forse mondiale: pensate, in proposito, a… Giuseppe Flavio. Non è una Comunità facile perché vi convivono, con lunghi periodi di reciproca tolleranza, gli antichi ebrei del Ghetto con immigrati da tutto il mondo, artisti, professionisti, imprenditori, dirigenti e funzionari di Stato e d’azienda.

Il 14 gennaio 2014 nella Sinagoga di via Balbo - vicina a quella gloria del mondo che è via Panisperna, dei cui ragazzi “giudii” avrete sentito parlare - si doveva tenere, con tutte le autorizzazioni, la presentazione di un libro Israele e la Sinistra di Fabio Nicolucci. Il dibattito, coordinato da Lucia Annunziata, doveva consistere in un dialogo fra Emanuele Fiano, deputato del Partito Democratico e figlio di deportato ad Auschwitz, e Lucio Caracciolo, direttore di Limes. Gli organizzatori della manifestazione erano, sul podio, Giorgio Gomel, rappresentante di JCall e Tobia Zevi dell’associazione culturale Hans Jonas, il giovane Tobia nipote di Bruno e Tullia Zevi.

Non ero presente alla riunione e non conosco ancora il libro che avrebbe dovuto esservi presentato. Sono quindi solo testimone in tempo reale delle voci affannose e disperate che mi arrivavano via telefono e e-mail. Alcune ore prima della riunione, era apparsa sul mio computer una strana comunicazione del Presidente della Comunità che invitava (chi?) a manifestare il proprio dissenso (da che cosa?), ma a non trascendere in violenze fisiche (contro chi?) e che diceva di voler “continuare a detestare sia Tobia Zevi che Giorgio Gomel” (perché?), e soggiungeva “ma domani sera non dobbiamo cadere nel gioco di chi, consapevoli reazioni di tanti nella Comunità, potrebbero usare ogni tipo di contestazione, per usarla a loro vantaggio per fare le vittime”. Questa frase, come larga parte della comunicazione, non mi è chiara, se non altro dal punto di vista sintattico.

Il Presidente rifiutava inoltre di essere presente alla serata e chi vuol leggere l’intero appello, può constatarne le ambiguità. Questo è un mio parere del tutto personale anche perché mai avrei scritto un così anomalo documento. Leggetelo e fatevi un’opinione vostra. La mia è che l’autore non possa assolutamente essere Riccardo Pacifici Presidente della Comunità di Roma.

Poche ore dopo in via Balbo succedeva il finimondo: uno spettatore malgradito veniva di forza buttato fuori dalla sala, a quasi tutti gli oratori veniva impedito di parlare, volavano minacce e insulti da parte di una ciurmaglia organizzata che si lasciava andare - come risulta anche da medicazioni ospedaliere e successive denunce alla Magistratura - a manifestazioni che di “verbale” avevano ben poco. Lucia Annunziata, che avrebbe dovuto guidare la riunione, era pertanto costretta a chiuderla perché né i Servizi di Sicurezza della Comunità, con tutta la loro estrema buona volontà, né la Polizia di Stato di scorta a Emanuele Fiano, riuscivano a portare la calma nella sala.

Questo è il culmine, almeno per ora, delle attività di gang organizzate che perseguitano da mesi Giorgio Gomel e compiono vari atti di violenza e oltraggio, cercando di trasformare il nostro amabile Ghetto in uno dei tanti rissosi quartieri della capitale.

Prima di passare a considerazioni sul da farsi per salvare il salvabile e perché queste indecenze abbiano termine, voglio spendere alcune parole su Giorgio Gomel, mio amico fin da quando era ancora un bimbo e che è vittima da mesi e mesi di una atroce persecuzione personale. Giorgio Gomel, che oggi è un alto dirigente della Banca d’Italia, è persona nella quale l’estrema mitezza si coniuga a un alto senso della moralità. Senza descrivere a fondo le sue opinioni politiche che condivido, se dovessi definirlo con rozza brevità, direi che è un “sionista di sinistra” che ha fatto da sempre dell’ebraismo il suo ideale. Se non fossero ebrei i suoi persecutori, si potrebbe parlare di antisemitismo e cioè di invenzioni tendenziose, fantasie criminalizzanti, pregiudizi privi di senso comune. E questo in un periodo in cui si sta svegliando, a Roma, in Italia e dovunque, l’antisemitismo di marca tradizionale.

Questi i fatti, in estrema sintesi e passiamo adesso a un abbozzo di analisi politica.

David Bidussa su Moked ha scritto, fra l’altro: “La violenza non è solo ira spontanea, è anche potere. È strumento funzionale ad assicurare l’ordine e il controllo sociale. Il suo obbiettivo non è mai chi subisce la violenza materialmente, ma controllare psicologicamente il terzo, lo spettatore, quello che tenta di sfilarsi, di distinguersi. Si esercita fisicamente violenza su qualcuno, per controllare tutti gli altri. Rispondere col silenzio, o con la reiterazione dei distinguo, pensando che sia possibile, ancora una volta, sfilarsi e sottrarsi, significa riconoscere che la violenza paga”.

In un suo messaggio, Stefano Levi Della Torre ha scritto che: “L’episodio di squadrismo, avvenuto a Roma il 14 gennaio 2014, a opera di un gruppo che ha voluto impedire con la violenza verbale e fisica un dibattito pubblico nella sede di via Balbo (…) offende ogni ebreo che ritenga la libertà di manifestare e discutere opinioni diverse, un valore imprescindibile (…) Sono allarmato e stupito di non trovare notizia di una chiara condanna dell’episodio, peraltro non unico, da parte delle autorità ebraiche della CER, dell’UCEI e del Rabbinato. È un silenzio che sa di rassegnazione, se non di oggettiva connivenza”.

Va detto però che il Presidente dell’UCEI in un suo comunicato ha poi scritto: ”Non possiamo ignorare o sottovalutare, oltre al danno nei rapporti interni, la portata del discredito e la perdita di prestigio, nell’ambito della società italiana che deriverebbe qualora si diffondesse l’opinione che gli ebrei abbiano perso la capacità di convivere pacificamente, sia pure confrontandosi dialetticamente anche con durezza e determinazione sui fatti e sulle idee”.

Queste sono opinioni di “pseudointellettuali”, come li definisce colui che si firma, credo abusivamente, Riccardo Pacifici nel documento già citato.

Non voglio insistere sul fatto che il termine pseudointellettuale richiama espressioni oscene di marca leghista, di Forza Italia e di altre, molto più gravi, di antica data. Ogni ebreo del mondo ha il dovere morale di essere sempre un intellettuale.

So che Rav Riccardo Disegni ha tenuto un’ottima conferenza sulla nozione di democrazia dal punto di vista ebraico, ma so anche che hanno interloquito, temo alla pari, oppressori e oppressi.

Per parte mia, ho da avanzare alle autorità politiche e religiose ebraiche due sole richieste, obbligatorie dal punto di vista morale:

a) Ripetere pari pari e nello stesso luogo, possibilmente con la presenza di tutte le autorità ebraiche della Capitale, la manifestazione che è stata sabotata;

b) Minacciare il ricorso alle Forze dell’Ordine qualora i malviventi, chiunque essi siano, dovessero compiere qualche altra bravata.

In questo momento occorre serietà, anche per fronteggiare l’ondata di negazionismo, minimizzazione e oltraggi alla Shoah. L’antisemitismo rialza la testa, i testimoni stanno scomparendo per legge di natura e l’ebraismo deve dimostrare agli altri la propria capacità di affrontare ogni lecito dibattito. Noi dobbiamo avere la forza di far divenire la memoria Memoria della Storia, di quella degli altri che non sono ebrei, non solo per la nostra sopravvivenza ma per il bene dell’Uomo contro l’oblio e il caos.

 

Aldo Zargani

Roma, 27 gennaio 2014

 

 

 

   

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