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Non solo Roma

 

I fatti di Roma ci impongono di meditare sul clima generale in cui stiamo ora vivendo in Italia ed in Europa. Nel momento in cui rigurgiti di antisemitismo sono quasi quotidiani nella vicina Francia (vedasi l’articolo qui a fianco) e sempre più frequenti nei civilissimi paesi nordici e mai sopiti nell’est, il tentativo di aggressione di ebrei da parte di correligionari per motivi di opinione lascia sgomenti.

Quello che sconcerta maggiormente, forse ancora più delle gravi manifestazioni di violenza verbale e fisica, è l’indulgenza con cui nei giorni successivi tali comportamenti sono stati discussi e commentati in alcuni interventi sui media ebraici. Non solo prese di posizione ufficiali improntate all’equidistanza tra aggressori e aggrediti, ma addirittura inviti a capire le ragioni degli aggressori e analisi delle supposte colpe degli aggrediti (ma allora le critiche non avrebbero dovuto essere indirizzate alla dirigenza comunitaria romana che aveva concesso la sala per quell’attività con quegli oratori?); il tutto condito con il solito mito di una sinistra intellettuale ed elitaria che non saprebbe capire la base della comunità (ma chi ha concesso a poche decine di persone il privilegio di rappresentarne sedici o diciassettemila?). La storia del popolo ebraico dovrebbe averci insegnato quanto sia ingiusto e pericoloso addossare alla vittima la responsabilità del suo essere vittima e il flop del cosiddetto movimento dei forconi (per limitarci a un esempio recente) dovrebbe averci dimostrato che spesso i pochi che sbraitano e insultano ottengono una visibilità sproporzionata rispetto al loro reale consenso.

 


Warsaw 1943 (Ben Shahn)
 

Che ebrei abbiano spesso reso la vita dura ad altri ebrei è realtà storicamente accertata di molte delle tragedie del nostro popolo. Tuttavia, episodi come quello di Roma impongono una riflessione, per cercarne le ragioni profonde e per trovarne un antidoto. Soprattutto in un momento in cui parrebbe fondamentale rimanere uniti nel rispetto reciproco e nella comunanza di destino. Ad una elaborazione superficiale è inevitabile notare quanto questo episodio increscioso sia una tragica conseguenza del clima politico e culturale italiano, in un momento di profonda crisi e di delicata transizione. La cultura spettacolo di cui si è nutrito questo paese per vent’anni ha liberato una aggressività e una perdita del controllo di istinti primordiali senza pari: non assistiamo più da tempo immemorabile a dibattiti pubblici televisivi in cui i contendenti non si azzuffino fino all’insulto, alla diffamazione se non addirittura alla minaccia fisica. Purtroppo questo meccanismo perverso di spettacolarizzazione ha intriso il nostro quotidiano, permeando anche il mondo ebraico.

In questo abbrutimento ci hanno tristemente accompagnato molti dei nostri rappresentanti, dai più alti livelli delle amministrazioni comunitarie alle più importanti cariche spirituali. Il continuo flirtare dell’establishment comunitario romano (e non solo) con quello che si definiva da solo il migliore amico degli ebrei, e che poi invece sminuisce tranquillamente le leggi razziali, non può essere estraneo al degrado morale padre dell’episodio romano. Lo stesso una parte di responsabilità va al rabbinato che tende sempre più a rifiutare le strade del confronto e ad escludere larghe frange comunitarie, bollandole come reiette per i motivi più diversi: non rispettano abbastanza le mitzvot, non sostengono abbastanza il governo israeliano, non partecipano abbastanza alla vita comunitaria stereotipica. L’episodio di intemperanza di Roma va quindi ricercato nell’opera di molti “maestri”, che forse partono da intenzioni nobilissime e neanche si accorgono del seme di intolleranza che, germogliando vivace dentro la nostra casa, sta minando la struttura dall’interno. Tristemente, Roma non è infatti sola e spaccature ideologiche profondissime (fortunatamente mai sfociate in violenza fisica) si ritrovano anche a Torino dove la conflittualità, la mancanza di moderazione e di spirito di compromesso stanno da anni logorando il tessuto comunitario. Tuttavia l’ebraismo è forte e il suo antidoto all’intolleranza è antico: tra le scuole di Hillel e Shammai, l’halakhà, sceglie quella di Hillel, non perché sia il più veritiera dell’altra ma perché insegna i precetti di entrambi i maestri.

HK