Roma

 

Roma e Itamar

di Giorgio Gomel

 

Le Associazioni Hans Jonas e Jcall-Italia organizzano il 14 gennaio un dibattito su Sinistra e Israele, in occasione della recente uscita di un libro di Fabio Nicolucci. È un argomento importante, più volte dibattuto, e merita discuterne nella Comunità ebraica. Prima di quel giorno un’onda di insulti e minacce investe gli organizzatori e me in particolare, a voler impedire un confronto civile di opinioni. Così poi è stato, con intimidazioni e offese violente alle persone, in un luogo che dovrebbe appartenere alla Comunità tutta. Solo l’intervento dei giovani della sicurezza della Comunità e l’abilità della moderatrice Lucia Annunziata hanno evitato il peggio. Ma lo scempio è avvenuto, umiliando gli oratori invitati, impedendo agli organizzatori di porgere il loro saluto introduttivo e lasciando nello sconforto gli spettatori, ebrei e non.

Gli antefatti risalgono al maggio 2011 quando comparve sul muro della scuola ebraica di Roma una scritta offensiva contro di me, in un luogo che dovrebbe essere dedicato al rispetto dell’altro e all’educazione al confronto delle idee. Il Consiglio della Comunità espresse allora una condanna di questo atto. Lettere di iscritti chiesero un impegno serio della Comunità per combattere l’intolleranza. Niente ne è scaturito.

L’ingiuria contro di me era una reazione ad una mia lettera a Shalom in cui scrivevo che l’assassinio orripilante della famiglia Fogel nell’insediamento di Itamar doveva spingere a meditare, a ragionare, a un atto di shivà, di affetto e di cordoglio. Non ho mai scritto né pensato che non sentissi quella famiglia come “fratelli”. Ero angosciato come tutti per questo lutto. Ho criticato gli insediamenti israeliani in mezzo a territori densamente abitati da palestinesi, che rischiano di pregiudicare il futuro di Israele come stato ebraico e democratico, che mi sta a cuore profondamente e per il quale lotto da più di 40 anni. Intendevo criticare l’ideologia del movimento dei coloni, non singole persone. Nei miei articoli e interventi pubblici non ho mai criticato né tanto meno aggredito persone. Nei miei confronti, invece, la critica delle idee è degenerata in ingiurie e minacce alla persona.

Infine, la polemica sui “fratelli” e la “fratellanza”, che si è agitata allora e ancora oggi è usata strumentalmente contro di me, mi rattrista. Mi dispiace che le mie parole di allora, forse inadatte, siano state fraintese. Il popolo ebraico, di cui faccio parte, io e la mia famiglia, è unito da una storia materiale e spirituale comune, di fratellanza. Ma, detto ciò, il giudizio morale si rivolge all’azione concreta di singoli individui o gruppi, che ognuno di noi ha il diritto-dovere di giudicare, invece di restare in silenzio, se ci preoccupa il futuro di Israele, a cui siamo legati per affetto, cultura e solidarietà. Come tanti israeliani, non sento un legame di “fratellanza” con quei coloni oltranzisti, contrari a ogni compromesso, che, ebrei come me, compiono atti di immorale violenza quando profanano le moschee o abbattono gli ulivi dei loro vicini palestinesi, o picchiano i soldati di Israele e gli urlano addosso “nazisti” quando questi, chiamati a proteggerli, impediscono le loro spedizioni punitive contro i palestinesi.

 

Giorgio Gomel

Disegno da Book Shelf of the Damned
(Ben Shahn)