Scuole

 

Primo Levi in Calabria

 di Fabio Levi

 

Nei primi giorni di febbraio il Centro Primo Levi ha incontrato studenti e insegnanti di cinque scuole calabresi, a Polistena, Reggio, Amantea, Lamezia, Soriano Calabro, e un qualificato gruppo di docenti dell’Università, a Cosenza; oggetto del confronto la figura e l’opera dello scrittore torinese; promotori la Comunità ebraica di Napoli, in particolare nella persona di Roque Pugliese, la Regione Calabria, l’UCEI e l’Università.

Non è facile raccontare in poche parole un’esperienza senza alcun dubbio straordinaria. A colpire è stato in primo luogo il clima creatosi ogni volta: l’attenzione e l’interesse per gli ospiti venuti da Torino era il frutto di una accurata preparazione precedente, più o meno intensa a seconda dei casi, sulle parole e sui testi di Levi; ma una tale spiegazione non basta a giustificare da sola la forte partecipazione. Si percepiva chiaramente, ben oltre il tema specifico, lo sforzo costante e determinato dei dirigenti scolastici e di tanti insegnanti inteso a fare della scuola un luogo di resistenza e proposta contro le innumerevoli difficoltà del momento attuale, e di riflessione sulle ragioni vere di quell’impegno. Oggi si sente tanto parlare di un’altra Calabria, quella che non cede alla forza e ai ricatti: nelle scuole visitate l’impressione è stata che non si tratti solo di parole, che anzi siano in molti a considerare ad esempio la formazione dei più giovani come un terreno di iniziativa e di sfida decisivo.

E d’altra parte proprio lo scambio intorno all’opera di Levi è parso poter rappresentare uno stimolo e un’occasione ulteriori. Soprattutto quando sono stati i ragazzi a dirigere il gioco: impadronendosi con naturalezza dei suoi libri, a partire dai testi di testimonianza, ma anche oltre; ragionando di chimica e di letteratura, di morale o di fantascienza, scegliendo le pagine più vicine alla propria esperienza, misurando le sue parole con lo sguardo e il modo di sentire dell’adolescenza, ma soprattutto traendone ispirazione per le domande più varie e difficili.

Non ci stupiamo più da tempo della grande risonanza dell’opera di Levi in tutto il mondo. Siamo forse meno abituati invece a considerare quanto i molti mondi e i diversi linguaggi che i suoi libri e racconti sono riusciti a creare sappiano entrare in sintonia con le tante realtà dell’Italia e soprattutto con la sensibilità dei più giovani. Si pensi anche solo alla capacità mostrata dall’autore torinese di valorizzare i diversi contesti dell’ebraismo, o alla sua sensibilità alle varie dimensioni del lavoro; e ancora alla cura con cui ha sempre respinto le tentazioni a generalizzare con troppa disinvoltura. Primo Levi riesce a non dire in Calabria le stesse cose che a Torino o a Milano. Ma non per questo l’attenzione che lo circonda è minore fra i ragazzi e fra gli adulti. C’era, negli incontri calabresi, come un senso di scoperta. Auschwitz rimaneva nella maggioranza dei casi al centro dell’attenzione. Ma non era difficile trovare chi tentava anche altre strade, altri approcci ai suoi scritti. Anzi, nei casi in cui lo sguardo dei ragazzi puntava a ricostruire l’insieme della sua personalità, magari a riconsiderare Auschwitz in una prospettiva meno unilaterale, i risultati si facevano più sorprendenti e la partecipazione più intensa. E anche la voglia di andare avanti; come quando è emersa, in più di una scuola, l’intenzione esplicita di procedere più in profondità, attraverso lo studio e il confronto con altri ragazzi, di altre realtà, magari - perché no? - di qualche scuola torinese.

 

Fabio Levi

    

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