Riflessioni

 

Buonismo... pietismo
O l’orgoglio dell’immoralità

 di Silvana Calvo

 

Il termine “buonismo” è assai inflazionato di questi tempi. A chi conosce la storia, questa parola ne evoca un altra, “pietismo”, in uso al tempo delle leggi razziste di Mussolini.

“Buonismo,” all’origine. serviva per stigmatizzare atteggiamenti genericamente troppo indulgenti. Tuttavia con l’andar del tempo il significato del termine si è dilatato e viene sempre più usato per colpevolizzare chi si impegna in favore di minoranze in situazione di disagio. È diventato per i razzisti il bastone per picchiare chi si oppone alla loro ideologia volta ad escludere chi è considerato un diverso. Per il razzista, “buonista” è diventato un insulto infamante per annichilire chi avversa le sue intolleranze e ostilità.

Come spiega molto bene Tobia Zevi in un suo articolo su Linkiesta (6 giugno 2011): “Nella stagione del ‘foera de ball’, il ‘buonismo’ viene respinto perché non aderente alla realtà. Abbandoniamo gli eufemismi, basta con il politically correct, parla come magni! I negri sono negri, i froci froci, e gli immigrati devono rimanere a casa loro e non romperci le balle. Il discorso pubblico perde non solo la capacità, ma anche l’ambizione a essere buono, ostentando un vero e proprio orgoglio immorale. È sbagliato anche solo sperare di essere un po’ più buoni…”.

Una caratteristica costante dell’uso del termine “buonista” è che viene impiegato esclusivamente contro la sinistra. Sinistra che, nell’immaginario di chi si schiera a destra, sarebbe per sua natura ipocritamente tollerante verso gli indesiderabili (stranieri, neri, musulmani, rom) ma completamente cieca di fronte ai bisogni dei veri cittadini autoctoni.

Sui giornali nella rete si può leggere, a proposito del recente dramma sul mare a Lampedusa: “Questi morti sono frutto del buonismo e dell’ipocrisia di chi non ha capito, o non vuol capire, che l’unica decisione seria e sensata da adottare, e in fretta, è il blocco dell’immigrazione” (VN-VoxNews, la voce senza padroni, 3 ottobre 2013), mentre sotto il titolo “Un’ordinaria storia d’ipocrita buonismo post-Lampedusa,” il 15 ottobre, L’intraprendente on-line di Giovanni Sallusti recrimina che un sindaco ha intitolato una piazza ai senegalesi massacrati a Firenze mentre non si occupa dei “caduti italiani dell’imprenditoria vittime delle tasse e dell’indifferenza dello Stato”.

Il blog.ilgiornale-it (12 novembre 2013) dal canto suo scomoda il termine buonismo in funzione di un apartheid scolastico con un articolo intitolato “Quel cattivo buonismo sulle classi multietniche” che afferma che i genitori sono giustamente preoccupati di spedire i figli “in una classe con più stranieri che italiani. Perché, allo stesso modo, le forze del corpo insegnante potrebbero venire a mancare, per differenti motivi. Mentre vorremmo che a disposizione avessero tutto perché per un genitore è normale augurarselo. Allora, forse, prima di essere buonisti, dovremmo essere buoni con i nostri figli provvedendo a metterli nelle migliori condizioni per apparecchiarsi la vita”.

Quando recentemente è circolata la notizia (risultata poi falsa) di un rapimento di una bambina da parte dei rom, sullo stesso blog si poteva leggere: “Ci hanno sempre detto che fossero fandonie. Che le zingare non rapiscono i bambini. Che ce lo inventavamo per attaccare i poveri zingari innocenti. Come, altre baggianate, erano, secondo i buonisti di sempre, le accuse di essere ladri d’appartamento e scippatori. Tiè! Ecco la prova provata. La madonnina bionda segregata fra il sudiciume del campo zingaro in Grecia”. “(blog.ilgiornale.it del 20 ottobre di quest’anno: “Maria rapita dagli zingari. Dubbio o certezza?”).

Nei vari dibattiti in rete si trovano, rivolte ai cosiddetti “buonisti,” ingiurie e parolacce indegne di venir anche solo riferite sulle pagine di un giornale serio. Basti qualche esempio, tra i più moderati. Da Oggi-it dell’11 agosto scorso: “Non dimentichiamo che siamo oppressi non solo dai neri ma anche dalla malavita dell’est, rom, zingari, delinquenti usciti dalle carceri: tutti qui a sfruttare le leggi buoniste e perdoniste”. Le espressioni seguenti sono invece tratte da Yahoo-Answers: “io non ti definisco buonista perché la pensi in maniera differente. Io ti definisco buonista perché difendi gente che ha come stile di vita il rubare e l’essere nomadi...” (2010); “Pattume buonista. Quando qualcuno prova a inserire i rom, loro se ne approfittano e basta, poi continuano a vivere nel loro modo delinquenziale” (aprile 2013); “buonisti vergognatevi!!!!!! al rogo zingari e buonisti” (ottobre 2013).

La parola “buonisimo” appare assai sovente anche nei commenti di Informazione corretta e lì viene utilizzata per sminuire persone che la pensano in maniera diversa: persone, in genere, che pubblicano qualcosa che valorizza tentativi di pacificazione tra cittadini israeliani e palestinesi. Ad esempio, stigmatizzando un articolo di Agnese Moro, intitolato “Israeliani e palestinesi combattenti per la pace” (La Stampa, 5 agosto 2012) l’autrice viene denigrata come segue: “Quanto poco la figlia di Aldo Moro conosca l’argomento di cui scrive, e non da oggi, risulta evidente dal pezzo che riprendiamo in questa pagina. Un concentrato di buonismo e banalità che starebbe meglio fra le pagine dell’Unità. Un segno della superficialità di chi scrive solo per il nome che porta”. La presenza costante e insistente della parola “buonismo” ha addirittura indotto Ugo Volli a pubblicare un apposito articolo per teorizzarne il significato, la validità e le applicazioni (Informazione corretta, 4 luglio 2011: “Alcune domande semplici che i buonisti dovrebbero porsi”).

“Buonismo” tuttavia non è una novità assoluta perché ha avuto, nel 1938, un precursore: “pietismo”. Anche “pietismo” veniva usato per umiliare e colpevolizzare chi aveva un’opinione diversa da quella in auge, ossia chi non si voleva allineare alla politica razzista. Infatti vi è stata nel paese qualche riserva, invero assai timida e minoritaria, nei confronti della svolta antisemita del regime, anzi qualche perplessità si è espressa persino in alcune frange dello stesso partito fascista. Una opposizione che andava rintuzzata e zittita immediatamente, e il mezzo migliore per farlo era evidentemente lo sprezzo e lo scherno.

De Felice ne parla in questo modo (Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo p. 316) “Il ‘pietismo’ era preso a sinonimo di spirito borghese e di antifascismo e ‘il meticciato morale’ di certi italiani additato al ludibrio e alla vendetta fascista”.

La Stampa di Torino il 26 novembre del 1938 titolava: “L’energico richiamo del Segretario del Partito. Inutile pietismo borghese per le vicende degli ebrei”. Il giorno seguente lo stesso giornale si permetteva di ironizzare sulle dignitose parole pubblicate dal settimanale Israel (“Una gente che tante volte durante la sua storia avventurosa ha dovuto affrontare e risolvere problemi di vita e di morte, trasformazioni improvvise, adattamenti eroici, deve ritrovare anche oggi... i mezzi necessari per superare anche questa prova”) e di concludere con la seguente invettiva: “E il borghese, mentre l’orgoglio giudaico si pronuncia, va spargendo le sue inutili lacrimuccie! Sono miserabile genia di invertebrati”.

Ecco alcuni titoli apparsi nell’autunno 1938 sul quotidiano torinese: “Il pietismo di Roosevelt. Vigorosa messa a punto del marchese Merry Del Val. Perché ci si commuove per gli ebrei e non per i massacri nella Spagna rossa?” e “La questione giudaica. Il pietismo fuori luogo di un magistrato ticinese” (6 dicembre); “Pietismo. Benedetto Croce al fianco dei nemici d’Italia. Una lettera in appoggio agli ebrei pubblicata in Svezia subito dopo l’annuncio della legislazione antisemita in Italia” (22 dicembre).

Il linguaggio è una buona spia del grado di civiltà di un paese. Sia “buonismo” sia “pietismo” sono segnalatori di un clima arrogante di razzismo o per lo meno di intolleranza. Per quanto riguarda “pietismo” si sa, purtroppo, cosa è poi successo in seguito, mentre per “buonismo” non è ancora dato sapere dove si andrà a parare.

Silvana Calvo

    

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