Storie di ebrei torinesi

 

AVVOCATI

 

Tra le professioni degli ebrei torinesi a cui questa rubrica è dedicata non potevano mancare gli avvocati, dato il ruolo fondamentale che molti di loro hanno avuto, e hanno tuttora, nella vita di Ha Keillah, a partire da uno dei fondatori, Guido Fubini. Con Alida Vitale abbiamo avuto inoltre occasione di parlare della sua nascita e infanzia in Argentina, paese in cui molti ebrei torinesi hanno trovato rifugio nel secolo scorso dalle persecuzioni e dalla guerra. A Giuseppe Di Chio, da anni impegnato nell’ebraismo torinese (è stato, tra le altre cose, redattore di Ha Keillah) abbiamo anche chiesto un parere sulle vicende della nostra Comunità, di cui ci occupiamo in altra parte di questo numero.

 

Alida Vitale

 

Alda Vitale durante la manifestazione "Se non ora quando"
piazza San Carlo, Torino, 2013

 

Alida mi ha ricevuto nel bello studio che divide con altri avvocati specializzati – come lei – in diritto del lavoro (tra gli altri anche Nino Raffone, che ha scritto per HK un bel ricordo di Giorgina Arian Levi, sua insegnante di liceo). Per chi non la conoscesse, Alida è figlia di Lallo Vitale, uno dei pochi e preziosi Cohanim della nostra Comunità, e di Anna Bises Vitale, già Consigliera della Comunità e Presidente dell’Archivio A. e B. Terracini, molto presente e attiva in ambito ebraico.

 

Per cominciare, raccontami di te.

Sono nata nel 1953 in Argentina, dove nel 1939 erano emigrate dall’Italia la famiglia Bises da Roma e la famiglia Vitale da Alessandria. Mio nonno materno esercitava a Roma la professione di avvocato (Alida mi mostra appeso come un quadro a una parete dello studio il verbale in data 30 novembre 1938 del Direttorio del Sindacato Fascista degli avvocati di Roma con la delibera di cancellazione dall’Albo dell’avvocato Enrico Bises “perché appartenente alla razza ebraica”). I miei genitori si sono conosciuti frequentando l’ambiente ebraico italiano nel 1947/48, e si sono sposati alla fine del 1950; a Buenos Aires siamo nati Marcello nel 1951, io nel ’53 e Micaela nel ’58.

La nostra famiglia ha vissuto la guerra attraverso i racconti di chi era rimasto in Italia: le famiglie Bises e Vitale avevano ricostruito in Argentina una vita discretamente agiata, e al termine della guerra non sono subito rientrati: noi avevamo una bella casa, personale di servizio, una cerchia di amici sia italiani sia argentini; noi figli frequentavamo la scuola italiana, dove io ho completato il ciclo delle elementari; ricordo una maestra udinese, che, un po’ campanilista, ci aveva insegnato la canzone “oh ce biel cjscjel a Udin”; e ricordo la visita del Presidente Giovanni Gronchi, in occasione della quale ci avevano fatto indossare la divisa tricolore: a scuola ci tenevano molto all’italianità.

 

Quando siete tornati in Italia?

Nel 1964 le famiglie Bises e Vitale hanno deciso di rientrare; mio padre in particolare voleva che noi figli crescessimo in Italia; in Argentina tra l’altro si cominciava a respirare una brutta aria. Siamo arrivati a luglio, e abbiamo trascorso l’estate a Pavarolo, nella villa della nonna paterna Maria Lattes, in attesa di una sistemazione a Torino; Marcello è rimasto con la nonna Bises a Buenos Aires per completare il ciclo delle scuole medie.

Ho frequentato le medie presso la scuola Emanuele Artom: ne ho un bellissimo ricordo grazie alla Preside, la prof. Amalia Artom, e alle insegnanti, le prof. Oddone e Deorsola di lettere e storia, la prof. Foa di disegno; era una scuola molto aperta, c’era un ambiente vivo, stimolante, che grazie anche alla presenza di diversi figli della sinistra torinese mi ha preparato all’attività politica: erano gli anni in cui cominciava il fermento studentesco. Appena arrivata a Torino non mi era stato facile entrare “nel giro”, ma alla scuola ebraica ho trovato una grande amica, Franca Fubini, mia compagna nelle medie e al liceo, e con la quale ho condiviso l’esperienza di uscire di casa, e andare a vivere per conto nostro.

Alla scuola Artom si sono sviluppati i miei collegamenti con l’ebraismo; nell’estate del 1969 ho trascorso un mese in Israele, ospite di miei cugini a Gerusalemme (in una famiglia religiosa) e in un moshav a Natania, a raccogliere garofani.

 

A proposito di “attività politica”, tu hai fatto il liceo negli anni della contestazione studentesca.

Ho frequentato il D’Azeglio; si contestavano i professori e il sistema scolastico, si facevano assemblee, scioperi, si cercavano contatti con gli operai; il Preside, che era stato partigiano, cercava di non sanzionare noi studenti. Si faceva un po’ di contestazione anche in famiglia, con gran disappunto del nonno Vitale, ma con la comprensione, se non l’appoggio, della mamma e della zia Paola e di suo marito Giorgio Menghi. Il rapporto con mio fratello Marcello è stato trainante sia nelle scelte politiche sia nelle amicizie. La situazione dell’Argentina in quel periodo, dove avevamo lasciato tanti cugini, ci aveva naturalmente coinvolti: nel 1973 Marcello ha voluto tornare nella “nostra” Buenos Aires per vedere in prima persona.

 

Come è venuta la scelta degli studi giuridici?

Nel 1972, quando ho superato l’esame di maturità, avevo l’idea di fare qualcosa che si collegasse con i miei interessi per la politica; direi che aver conosciuto Bianca Guidetti Serra è stato determinante nel farmi scegliere la facoltà di Giurisprudenza; in una rielaborazione degli anni successivi ho anche pensato che questo era stato un modo per proseguire il cammino professionale che il nonno Enrico Bises aveva dovuto interrompere a causa delle leggi razziali.

 

E l’indirizzo professionale verso le cause di lavoro?

Ho svolto la pratica in campo civile presso lo studio dell’avv. Salvatore Carpano, tre anni di pratica a tutto campo, essenziali, e mi sono appassionata alla professione; ricordo le passeggiate per via Garibaldi in cui l’avv. Carpano e l’avv. Francesco Cipolla discutevano di diritto ed io ascoltavo come ad una lezione. Sono stata poi coinvolta nella creazione della rivista “Diritto di critica”, ove affrontavamo, insieme a diversi giovani (allora) colleghi problemi di diritto alternativo. Nel 1982 ho fatto il gran passo di aprire uno studio con Augusto Fierro, che è poi diventato il padre dei miei figli Paola ed Alberto, con il progetto di indirizzare la mia attività nel campo del diritto del lavoro; è stato un inizio difficile, e per alcuni anni ho esercitato anche in materia minorile, con incarichi di curatele nelle procedure di adottabilità; poi sono stata introdotta presso il sindacato ed ho potuto dedicarmi al settore di attività per il quale avevo fondamentalmente scelto la professione.

 

So che hai anche altri interessi in qualche modo collegati alla tua esperienza professionale.

Si, sono interessi legati al sociale ed al mondo delle donne: mi occupo da sempre di parità nelle istituzioni e nel lavoro, cercando di contribuire al raggiungimento dell’uguaglianza non soltanto sul piano formale, ma anche traducendo in concreto i principi previsti dalle “azioni positive”, come declinati da una legge del 1991. Sono Consigliera di parità Regionale del Piemonte, un’esperienza istituzionale estremamente stimolante che mi ha consentito di capire dove si annidino le discriminazioni e come si possa agire per attuare un sacrosanto principio costituzionale e di democrazia: la parità tra donne e uomini.

Faccio un esempio che attiene ai contratti collettivi di lavoro: c’è l’assoluta necessità di superare le differenze tuttora esistenti nei trattamenti retributivi legati al “premio di presenza”, che non viene riconosciuto alle donne assenti per maternità (quando l’assenza non è ovviamente volontaria, ma obbligatoria per legge). È naturale che questa astensione dal lavoro non debba penalizzare le lavoratrici madri, a fronte di una situazione secondo cui invece altri tipi di assenze, come il permesso sindacale o la malattia, non vengono escluse.

Accade poi ancora troppo spesso che al rientro dalla maternità le donne siano discriminate nel lavoro e siano costrette a scegliere tra attività professionale o cura dei figli: per superare queste situazioni lavoriamo con le imprese e proponiamo forme di innovazione lavorativa quali la flessibilità di orario, il part-time reversibile, i servizi aziendali.

La legge sulla tutela della maternità e della paternità prevede che anche i padri utilizzino i permessi per la cura dei figli (e, sempre più, anche delle persone anziane o disabili), purtroppo ancora prerogativa femminile; io ho iniziato a intervenire nelle strutture pubbliche ai corsi di preparazione al parto quando è presente la coppia, per coinvolgere i futuri padri nei lavori di cura, facendo loro conoscere quanto prevede la legge. L’esperienza è partita dall’Ospedale Sant’Anna di Torino ed ora c’è un bando di finanziamento regionale per estendere questo progetto a tutte le strutture di maternità della Regione Piemonte.

 

Continueremmo a parlare di questo e di tante altre cose, ma dobbiamo chiudere l’incontro: l’avvocato Alida deve tornare al suo lavoro.

 

Intervista a cura di
Paola De Benedetti

   

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