Storie di ebrei torinesi

 

AVVOCATI

 

Tra le professioni degli ebrei torinesi a cui questa rubrica è dedicata non potevano mancare gli avvocati, dato il ruolo fondamentale che molti di loro hanno avuto, e hanno tuttora, nella vita di Ha Keillah, a partire da uno dei fondatori, Guido Fubini. Con Alida Vitale abbiamo avuto inoltre occasione di parlare della sua nascita e infanzia in Argentina, paese in cui molti ebrei torinesi hanno trovato rifugio nel secolo scorso dalle persecuzioni e dalla guerra. A Giuseppe Di Chio, da anni impegnato nell’ebraismo torinese (è stato, tra le altre cose, redattore di Ha Keillah) abbiamo anche chiesto un parere sulle vicende della nostra Comunità, di cui ci occupiamo in altra parte di questo numero.

 

Giuseppe Di Chio

 

Beppe Di Chio

 

Giuseppe Di Chio (Beppe per gli amici), nato nel 1949, insegna Diritto Commerciale e Diritto degli Intermediari Finanziari nella Facoltà di Economia dell’Università di Torino ed esercita la professione di avvocato civilista in associazione con l’avv. Giulio Disegni, che abbiamo già intervistato nel numero di luglio 2012, e con l’avv. Mara Di Chio.

 

In Comunità a Torino circola una leggenda metropolitana, e cioè che il tuo interesse per l’ebraismo sia dovuto sostanzialmente ad affinità professionali: la cultura ebraica avrebbe affascinato il giurista perché cultura della legge. È così?

Non è così perché altrimenti sarebbe riduttivo. L’ebraismo non è solo un insieme di norme, ma è ben altro: è un sistema di vita del singolo e dei suoi rapporti con gli altri. È vero, però, che il mio interesse per l’ebraismo è avvenuto anche, e non solo, per motivi scientifici, avendo studiato alcuni profili, in particolare quelli correlati ai rapporti contrattuali e di credito, confrontandoli con i sistemi del diritto romano e poi con quelli successivi sino al diritto vigente.

 

Costantino nel 321 dell’E.V., dichiarando il cristianesimo religione dello stato, ha proibito agli ebrei, pena la morte, di fare proseliti, come avevano fatto fino ad allora. Quindi i nostri maestri hanno proibito agli ebrei il proselitismo verso i goyim, i non ebrei. Ora alcune frange di modern orthodox stanno tornando a questa pratica, specie verso gli eredi dei marrani. Cosa ne pensi?

Penso che la proibizione del proselitismo sia ancora attualissima, perché l’avvicinamento all’ebraismo deve essere un processo avviato in modo pienamente consapevole dal gher (cioè dall’aspirante ebreo) e non indotto dall’esterno, esattamente all’opposto di ciò che avviene in campo cristiano e musulmano.

 

Con la revoca dell’incarico di rabbino capo a rav Alberto Somekh, e con il mancato rinnovo dell’incarico a rav Birnbaum, la situazione in Comunità è diventata assai conflittuale. Cosa si può fare, secondo te, per pacificare gli animi?

Da circa quarant’anni mi occupo di vicende comunitarie e per motivi di deontologia professionale non tratterò della vicenda di rav Somekh, avendo assunto la sua difesa davanti al Collegio di cui all’art. 30 dello Statuto. Il contratto con rav Birnbaum era stato a suo tempo stipulato a tempo determinato. Alla sua scadenza rav Birnbaum, che ha svolto attività di assoluto rilievo nella Comunità di Torino, ha cessato le sue funzioni di Rabbino Capo della Comunità. Sono molto amareggiato dell’atmosfera conflittuale che si respira da anni in Comunità, atmosfera che ha le sue origini molto addietro nel tempo. Secondo me l’unico modo per ricompattare le diverse anime della Comunità è lavorare insieme per risolvere i drammatici e urgenti problemi dell’oggi. Un esempio di soluzione dei conflitti è secondo me costituita dalla Commissione che si occupa della ristrutturazione della Casa di Riposo, dove persone di alto livello e di alta competenza, consiglieri e non, di maggioranza e di minoranza, lavorano insieme in modo proficuo per risolvere tutti i complessi problemi connessi alle opere di ristrutturazione ed alle attività di gestione della Casa di riposo.

 

Hai detto che l’atmosfera conflittuale ha le sue origini molto addietro nel tempo: puoi spiegare quali sono queste origini?

Nel diverso modo di intendere l’ebraismo, la vita comunitaria, il rapporto tra i vari organi della Comunità e gli iscritti. Diversità che hanno provocato la nostra uscita dal Gruppo di Studi Ebraici alcuni anni fa, e la formazione del gruppo Anavim. Queste diversità, anche in altre Comunità, hanno portato a fratture a volte drammatiche, come è accaduto da ultimo a Roma e mi riferisco all’intolleranza nei confronti di Giorgio Gomel e Tobia Zevi. Tutti questi esempi ci ricordano che ogni minuto della nostra vita dobbiamo cercare con intelligenza e buon senso di risolvere i conflitti comunitari se vogliamo salvaguardare gli interessi di tutti gli ebrei italiani.

 

È drammatico che nonostante le spaccature ideologiche, politiche e religiose che anche in passato si sono verificate in seno all’ebraismo, gli antisemiti di tutti i tempi abbiano considerato e considerino l’ebraismo come un monolite che trama contro l’umanità intera. Come combattere questo pregiudizio? E cosa pensi del disegno di legge che introduce il reato di negazionismo?

La mia risposta può sembrare banale ma è l’unica possibile. L’antisemitismo si combatte in due modi: innanzitutto rafforzando, all’interno della Comunità, i valori ebraici di vita quotidiana e in secondo luogo combattendo l’ignoranza su di noi molto diffusa nel mondo esterno. L’azione nelle scuole, la comunicazione culturale, l’informazione sulla nostra storia, le visite guidate che già oggi vengono svolte con grande abnegazione da diversi volontari della Comunità sono strumenti indispensabili di lotta all’antisemitismo. Quanto alla proposta di legge di sanzionare penalmente il negazionismo, pur non essendo un penalista, la ritengo una legge inutile, perché il negazionismo e l’antisemitismo si combattono con la forza delle idee.

 

La forza delle idee: Eugenio Scalfari recentemente, in una serie di articoli pubblicati da la Repubblica, ha dimostrato una disarmante ignoranza sui fondamenti del l’ebraismo, evocando quasi stereotipi antigiudaici da lui appresi in oratorio da bambino, come se l’ebraismo si fosse fermato con la nascita di Cristo…

Mi stupisce, e voglio sperare che non sia stato riportato correttamente il suo pensiero, che Scalfari abbia inteso cancellare il Talmud, la alakhà ed i suoi aggiornamenti continui nel corso del tempo e sino ad oggi. È sufficiente anche solo sfogliare la letteratura scientifica ebraica, e non mi riferisco solo a quella più specificatamente giuridica, per rendersi conto che l’alakhà è un continuo divenire con le sue regole interpretative ed il suo costante rinvio alle fonti, capace di risolvere le controversie ed conflitti dell’oggi e di indicare i percorsi della vita ebraica. Per combattere quel tipo di ignoranza è innanzitutto necessario seguire le mitzwot come regola di comportamento, comprendendone il significato ed attuandole nella vita reale. Ricordo le opere dei miei Maestri, Il valore etico delle mitzwot di rav Sergio Sierra z.l., o gli scritti di rav Emanuele Artom z.l. pubblicati su Torath Chaim, o gli scritti di rav Alberto Somekh per rendersi conto che l’ebraismo non è solo una religione del passato, ma è un sistema di vita dell’oggi e delle generazioni che verranno.

 

Cosa pensi delle critiche formulate da Elena Loewenthal alla Giornata della Memoria?

La Giornata della Memoria, come la Giornata della Cultura Ebraica, sono entrambe strumenti di informazione e di formazione atti a combattere l’antisemitismo anche se, come ricordavo, sono del parere che sia più utile l’impegno quotidiano di informazione portato avanti dai volontari della Comunità. Il rischio è che nelle due giornate prevalga il connotato rituale di carattere formale a scapito, nel tempo, dei loro significati essenziali come momenti del ricordo e dell’insegnamento a chi non sa.

 

Che incarichi hai in seno all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane?

Faccio parte del Comitato Scientifico de La Rassegna Mensile di Israel, Comitato che ha compiti di indirizzo culturale della rivista, pur lasciando libertà e responsabilità alla Redazione. In passato ho anche pubblicato qualcosa, ma oggi non mi è più possibile, a causa dei miei impegni professionali. Ho inoltre rapporti con l’UCEI quando mi vengono richiesti pareri legali specifici su temi statutari.

 

A proposito di pareri legali, secondo te cosa occorre fare per sanare le lungaggini della giustizia civile italiana, che a quanto pare paralizza gli investimenti e la ripresa economica di questo paese?

Occorre subito sfatare la leggenda mediatica che la lentezza della giustizia civile italiana scoraggi gli investimenti stranieri, perché non si spiegherebbero gli investimenti in Cina ed in India, dove il sistema giudiziario è assai più farraginoso del nostro. Bisogna sottolineare che i processi civili a Torino hanno tempi molto ridotti rispetto ai tempi di altri tribunali. Quanto alle ricette per migliorare la giustizia italiana, faccio mie le parole di Luciano Panzani, Presidente del Tribunale di Torino: non occorrono riforme legislative. Negli ultimi anni se ne sono fatte troppe, non sempre coerenti tra loro. Occorrerebbe una sorta di moratoria legislativa, cioè fermarsi un attimo. Il sistema giudiziario italiano ha bisogno di vedere potenziata la sua struttura: occorrono nuovi giudici, nuovi cancellieri e sicuramente un passo avanti si avrà con l’avvio imminente del processo telematico.

 

Intervista a cura di
David Terracini

   

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