Israele

 

Sharon, icona doppia

 di Anna Segre

 

Nella prima e unica sichat kibbutz (assemblea plenaria del kibbutz) a cui ho assistito nella mia vita il tema caldo era Sharon: si trattava di decidere se invitarlo, se ricordo bene, a inaugurare la fabbrica del kibbutz; chi aveva proposto l’invito sosteneva che ne sarebbero derivati copiosi finanziamenti, chi si opponeva sosteneva che il kibbutz non potesse svendere la propria ideologia invitando un personaggio del genere (“cosa diremo ai nostri figli?” si domandava qualcuno in un intervento). Alla fine la proposta fu bocciata a larga maggioranza.

Siamo nel 1985 o 1986 a Sasa, nel nord della Galilea, quasi al confine con il Libano. Un kibbutz, quindi, a portata dei razzi Katiusha, e che in teoria aveva tratto vantaggio dall’invasione del Libano avvenuta tre o quattro anni prima. Eppure nonostante ciò Sharon era tutt’altro che popolare; invitarlo (almeno, questa era l’impressione che avevamo ricavato da quell’assemblea e dai discorsi dei giorni precedenti) era come fare un patto con il diavolo: come se il Gruppo di Studi Ebraici invitasse Berlusconi, o forse qualcosa di ancora peggio, perché Sharon era considerato moralmente responsabile per la strage di Sabra e Shatila.

Anche se i miei ricordi con il tempo sono diventati sfumati e forse imprecisi, l’episodio mi è tornato in mente molte volte in questi decenni a proposito del funzionamento di un kibbutz, della democrazia diretta, del peso dell’ideologia sulla vita delle persone, dell’Hashomer Hatzair e di molto altro. Solo quando è diventato primo ministro ho legato nuovamente l’episodio al suo protagonista (anche se inconsapevole), Ariel Sharon. Lì per lì con sdegno (ma come, quello che gli abitanti di Sasa non volevano neppure che calpestasse il suolo del kibbutz adesso guida lo stato?), poi con perplessità (non avrà per caso ragione il Jerusalem Report quando afferma che forse Sharon potrebbe essere l’unico leader israeliano in grado di arrivare davvero alla pace con i palestinesi?), poi con qualche speranza (chissà, forse un leader così di destra riuscirebbe ad aver dietro la stragrande maggioranza degli israeliani); infine, nei giorni del ritiro da Gaza, mi auguravo continuamente che non finisse ammazzato da qualche estremista di destra: l’idea che Sharon potesse fare la stessa fine di Rabin mi preoccupava talmente che, trovandomi al mare priva di radio e televisione, organizzavo tutti gli spostamenti in modo da essere in macchina sempre in ore “tonde” per sentire il giornale-radio (come se lasciar passare sette-otto ore senza sapere come stava Sharon lo potesse mettere in pericolo).

Questi ricordi personali sono ovviamente del tutto irrilevanti ai fini del giudizio storico sul personaggio (che spetta a persone più competenti di me), ma forse possono contribuire a dar conto del singolare paradosso di un leader che nella sua vita ha potuto diventare l’icona di due visioni di Israele e del suo futuro diametralmente opposte tra loro: il falco più falco di tutti e il leader coraggioso che arriva ad abbandonare il partito in cui militava da sempre pur di perseguire fino in fondo una prospettiva di pace. In parte si potrebbe forse dire la stessa cosa di Rabin, ma Rabin non è mai stato l’icona dei falchi, almeno, non nel mondo ebraico. Questo paradosso è alla base della discrepanza nel modo in cui Sharon è stato ricordato anche da persone con ideologie simili. Mentre sulla Stampa usciva un durissimo articolo di AB Yehoshua (Sharon più guerriero che eroe), JCall emetteva un comunicato che sottolineava i suoi sforzi per la pace, in particolare negli ultimi anni. Il motivo di questa discrepanza (che dimostra una volta di più come JCall sia tutt’altro che un gruppo estremista) si evince facilmente dalla frase finale del comunicato, in cui si lascia aperta la domanda su cosa Sharon avrebbe fatto se non fosse stato fermato dall’ictus, lasciando intendere che forse a quest’ora la pace sarebbe stata raggiunta: insomma, si loda Sharon per pungolare Netanyahu.

Chi, come JCall e come la sottoscritta, pensa che il ricordo di Sharon possa essere di esempio non ha la memoria corta e non intende passare sotto silenzio le sue gravissime responsabilità; ma se persino uno come lui, con tutta la sua storia, è arrivato a credere che la soluzione “due popoli due stati” sia l’unica possibile, questo ci autorizza a sperare che prima o poi potrebbe arrivarci chiunque altro, anche quelli che ora sembrano lontani anni luce da questa prospettiva. E questo, tutto sommato, è un pensiero confortante, di cui in questi tempi sconfortanti si sente davvero il bisogno.

Anna Segre

    

Share |