Israele

 

Domande da incompetenti

 di Marco Maestro

 

La situazione politica in Medio Oriente continua ad esibire nei suoi vari volti (o fronti) aspetti drammatici e tragici e le prospettive appaiono come minimo incerte e frustranti. Anche dove si sono aperti spiragli di trattative (nucleare iraniano, incontri mediati tra Israele e Autorità Palestinese) non si capisce se la mancanza di informazione sia dettata dalla comprensibile prudenza contro il pericolo che voci incontrollate suscitino reazioni distruttive, o invece dipenda dal semplice fatto che in sostanza è tutto fermo.

La situazione più atroce è oramai da anni (già ne sono passati due) sul fronte siriano, sul quale i morti si contano a molte decine di migliaia e gli “sfollati” (profughi di guerra) a qualche milione. Alla mancanza di informazione (chi conosce davvero la situazione sul terreno? Chi sa davvero cosa pensano, cosa sperano le masse dei cittadini in fuga o assediati nelle città semidistrutte o rifugiati in campi profughi?) si aggiunge talora la disperante incomprensibilità di aspetti specifici, che lasciano senza risposta domande non retoriche. Mi soffermo su uno solo della triste lista che potrebbe essere elencata.

Si sa che da decenni la Siria ospita alcune centinaia di migliaia di profughi palestinesi; discendenti cioè (ormai alla terza e quarta generazione) delle guerre che hanno accompagnato la nascita della Medinat Israel. Le condizioni di vita di questi profughi, diverse da paese a paese e da periodo a periodo, sono sempre improntate a precarietà. Anzi, si direbbe a una rivendicata precarietà, in quanto la linea politica ufficiale dell’Autorità Palestinese e di tutto il fronte arabo nel contrasto con Israele ha sempre ribadito la rivendicazione del ritorno sul territorio israeliano e del rifiuto di ogni ipotesi di assorbimento negli stati arabi. Bene (cioè male). Poiché si tratta, nel caso della Siria, come già detto, di centinaia di migliaia di persone, ed è difficile pensare che la loro sorte di profughi li metta al riparo dai disastri della guerra attuale (anzi, è più probabile l’opposto: in casi come questi di solito piove sul bagnato), viene spontanea una domanda. Ma è mai possibile che a nessuna di queste “displaced persons” al quadrato sia venuto in mente di chiedere di essere accolti in Palestina? Ossia nei territori occupati, nei quali (almeno in Cisgiordania) negli ultimi anni gli episodi di contrasto violento con Israele si sono rarefatti e la situazione economico-sociale è decisamente migliorata (si vedano per esempio le cronache del turismo religioso a Betlemme). Ma davvero per un profugo palestinese in Siria è più auspicabile l’emigrazione in Turchia, Iraq, o anche in Giordania che non a Nablus o a Betlemme?

E dove sarebbe allora il legame intramontabile che giustifica (altroché se giustifica!) la rivendicazione di uno stato palestinese almeno su un lembo residuo dell’antica Palestina mandataria? Mi attendo subito la risposta che sembra ovvia. L’Autorità Palestinese sui territori (occupati-contesi) è solo formale; chi decide è Israele. Verissimo; ma quanta parte delle forze politiche israeliane si dichiara ormai apertamente a favore della soluzione “due stati per due popoli”. E non sarebbe il caso di dare una dimostrazione pratica della sincerità di questa posizione sollecitando il governo israeliano a permettere tale rientro? (ovviamente sotto controllo di Israele e dell’Autorità Palestinese).

Una delle (purtroppo rare) personalità arabe e palestinesi (per la cronaca il rettore dell’Università palestinese di Gerusalemme, Sari Nusseibeh) ha da tempo dichiarato che la costituzione dello stato palestinese indipendente avrebbe implicato l’accoglienza dei vecchi profughi (e dei loro discendenti) nei territori di tale stato, e la fine della rivendicazione del rientro in Israele. E non potrebbe essere questa un’iniziativa comune e collaborativa tra Israele e i Palestinesi, magari condotta con il supporto (organizzativo ed economico) degli organo della diplomazia pacifista internazionale? A quando una dichiarazione dell’Autorità Palestinese di “braccia aperte” verso i fratelli sofferenti in Siria, a quando una dichiarazione di nulla osta da parte del governo israeliano?

Si tratta di domande certamente di un “non addetto ai lavori”; di un incompetente. Destinate a restare senza risposta.

 

Marco Maestro