Israele

 

Un futuro in serbo per noi?

 di Alessandro Treves

 

Quando ci sediamo sulle panche del Centro Informazioni di Wadi Hilweh, nel villaggio palestinese di Silwan appena fuori la Città Vecchia di Gerusalemme, mi sembra di tornare nella sukkah davanti al tempio Sukkat Shalom di Belgrado, dove eravamo stati appunto per Sukkot, a Settembre scorso. La stessa copertura di frasche che lascia vedere il cielo sopra le nostre teste, la stessa prossimità di mura di pietra importanti, la stessa amara dignità, nel palestinese che ci racconta delle angherie subite dai coloni come negli anziani ebrei belgradesi che celebrano il kiddush, di chi continua a resistere pur sapendo che il destino della propria comunità è già stato scritto. Ma queste somiglianze, facilmente percepibili, ne evocano altre, meno dirette, fra altri termini di raffronto, e che possono essere intraviste solo dietro una foresta di corrispondenze individualmente criticabili, ma complessivamente suggestive.

Me ne rendo conto ripensando a Momir, l’amico serbo che nel contesto idilliaco di una trattoria in riva al Danubio mi raccontava dell’associazione che raccoglie il suo clan familiare, diecimila serbi di origini montenegrine che vivono a Belgrado e dintorni; e del senso di tradimento quando il Montenegro ha votato l’indipendenza dalla Serbia.

- Traditi perché vi sentite montenegrini, adesso in esilio?

- Noi siamo serbi al 100%, lo siamo sempre stati.

- Ma se siete serbi e vivete a Belgrado, perché vi turba cosa decidono di fare i montenegrini?

- Perché molti del nostro clan, e le nostre case e le nostre memorie sono in Montenegro

- Ma perché quelli che sono rimasti lì hanno votato per staccarsi dalla Serbia?

- È complicato: molti sono serbi senza essere coscienti di esserlo, e poi ci sono i non-serbi che si riproducono come conigli.

Le ardite argomentazioni emotive di Momir mi sembrerebbero innocue. In fondo il Montenegro è riuscito a staccarsi pacificamente dal più grosso vicino. Sennonché mi immagino le argomentazioni simili dei serbi originari del Kosowo, la culla della nazione serba, dove peraltro nel 1999 il 90% della popolazione era ormai albanese.

- Sai benissimo che io non sono per gli eccessi dei coloni - mi dice Aviva, - ma anche le pretese dei palestinesi su Silwan sono spurie; è tutta gente che è andata ad abitare lì di recente.

- Beh, dipende da cosa si intende per recente: fino a metà Ottocento quasi nessuno abitava fuori dalle mura.

- In ogni caso, con tutto lo spazio che c’era, quelli sono andati ad abitare proprio fra le rovine della Città di David - continua Aviva, cui ho raccontato della visita a Silwan, al cui centro sorge la collinetta che era probabilmente l’intera Gerusalemme al tempo del Re David - e poi hanno cominciato a fare tantissimi figli, come conigli.

- Negli scavi, ci ha raccontato l’archeologo, sono stati effettivamente portati alla luce alcuni muretti del tempo di David, o forse di quello antecedente dei gebusei; ma le principali strutture sono romane e bizantine; a parte quelle del successivo periodo islamico, che sono state rimosse pochi anni fa senza lasciare traccia.

- È normale che ci siano meno reperti dei periodi più antichi; e poi cosa c’entra questo con i coloni?

- C’entra, perché l’associazione Elad dei coloni si è impadronita della gestione degli scavi, dopo aver capito che possono essere lo strumento con cui ottenere il consenso della maggioranza degli israeliani; tanto che diversi degli archeologi che avevano lavorato a quegli scavi adesso sostengono le ragioni degli abitanti palestinesi.

- Comunque molte delle case dei coloni, Elad le ha regolarmente comprate.

- Mah, i palestinesi dicono che in alcuni casi hanno fatto firmare i contratti ad anziani che non sapevano leggere né scrivere, oppure hanno fatto in modo che i proprietari non ottenessero il permesso per riparare la propria abitazione, col pretesto dell’interesse archeologico, finché non sono stati costretti a cedere e ad andarsene, e che per incoraggiarne l’esodo sono state fatte chiudere le scuole e costretti i ragazzi a lunghi spostamenti ogni mattina.

- Resta il fatto che i palestinesi si sono dimostrati incapaci di governarsi, anche a livello locale, e la corruzione e l’incompetenza non sono certo responsabilità di noi israeliani.

La guerra del 1999 è stata un trauma da cui la Serbia sta ancora lentamente riprendendosi. Le ospitali strade di Belgrado, con i mercatini ed i caffè e gli artisti di strada, vedono ancora pochi turisti. Sregen, che ci porta a fare un giro in autobus, ci indica i luoghi colpiti dai bombardamenti della Nato. “Ma come vedevate voi in Serbia”, mi arrischio a domandare, “quello che stava succedendo in Kosowo?” “C’erano eccessi di violenza da entrambe le parti; ma che c’entravamo noi in Serbia? Comunque adesso il Kosowo è governato dalla mafia albanese”. Sregen pronuncia queste parole con un certo senso di paradossale liberazione, quello stesso che ho sentito a volte in Israele a proposito del ritiro israeliano da Gaza, che aveva lasciato spazio ad un governo di terroristi, mal sopportato dalla stessa popolazione di Gaza. Come se poter puntare il dito sul disastro in cui versa chi vive dall’altra parte eliminasse a priori la necessità di analizzare quanto era accaduto. Chi ci ha provato, ha così analizzato l’atteggiamento dei serbi sul Kosovo: “Alcune persone sanno. Alcune persone non vogliono sapere. Altri non riescono a credere alla verità. Altri ancora non ne hanno mai sentito parlare.” Una descrizione forse applicabile all’atteggiamento degli israeliani circa quanto sta accadendo nei Territori?

La storia della Serbia è certamente molto diversa da quella d’Israele. Nel 1903, mentre Theodor Herzl imbastiva una complessa partita negoziale con la Gran Bretagna, con il papa e con l’Impero Russo, che l’avrebbe portato fra l’altro a considerare l’opzione di un insediamento ebraico in Uganda, la classe dirigente serba promuoveva un avvicendamento nella dinastia regnante con metodi affatto diversi, andando a cercare il Re Alessandro Obrenovich che si era nascosto con la moglie Draga in uno sgabuzzino del palazzo reale, uccidendoli e mutilandone i corpi (l’ordine non è chiaro), gettandoli dalla finestra su una pila di letame, e votando il giorno successivo di richiamare in patria come nuovo re Pietro, della dinastia rivale dei Karageorgevich. Questi differenti stili si riferiscono però a fatti di interesse per gli storici, non per il comune sentire nazionale. L’entità statale sia in Serbia che in Israele, idealmente collegata a remote catastrofi nazionali come la sconfitta serba nella piana del Kosovo nel 1389 o le tre disastrose rivolte ebraiche contro i romani del primo e secondo secolo EV, è sentita da molti dei propri cittadini, serbi ed ebrei, disporre di un credito morale incommensurabile. Un credito semplicemente infinito, non misurabile. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, la cui memoria recente rende inesorabilmente sbilanciata la contabilità inconscia dei torti fatti e subiti, contabilità nella quale si confonde l’identità precisa della controparte, che siano soldati tedeschi, miliziani di Hamas o ustascia croati, studenti palestinesi o accademici bosniaci (“serbi che per convenienza si sono convertiti all’Islam”), beduini o albanesi, tutti genericamente amaleciti. Qualunque errore possiamo aver fatto noi - o per meglio dire, alcune frange fanatiche da cui noi ci dissociamo - non sarà mai paragonabile all’enormità che ci hanno fatto “loro”.

La Serbia ha già avuto il suo 1999. Possiamo scongiurare il nostro?

Alessandro Treves
Trieste e Tel Aviv

 

 

Sugli scavi a Silwan si può consultare il sito di Emek Shaveh http://alt-arch.org/en/, come anche quello di Elad <http://www.cityofdavid.org.il/en/The-Ir-David-Foundation>

Per la storia della Serbia vedi SK Pavlowitch, Serbia La storia al di là del nome: <http://www.beitcasaeditrice.it/storia.html>

 

 

   

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