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L’antisionismo debole

 di Gavriel Segre

 

La questione se l’antisionismo costituisca una forma di antisemitismo è stata a lungo dibattuta in diverse sedi. I sostenitori della tesi secondo cui l’antisionismo è una forma di antisemitismo, fra cui si annoverano sia il sottoscritto sia il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sono soliti supportare le loro argomentazioni citando la celebre “Letter to an Anti-Zionist Friend” di Martin Luther King. I sostenitori della tesi opposta tendono invece ad evidenziare l’esistenza di un antisionismo ebraico, quale quello espresso da Judith Butler nel suo libro Strade che divergono edito da Cortina nel 2013 o da movimenti ultraortodossi antisionisti quali i Neturei Karta riguardo ai quali rimando al libro di Yakov M. Rabkin Una minaccia interna. Storia dell’opposizione ebraica al sionismo edito da Ombre Corte nel 2004, considerato dai sostenitori dell’equazione “antisionismo=antisemitismo” come una manifestazione di quel fenomeno dell’odio ebraico di sé il cui studio è stato introdotto da Theodor Lessing.

Comunque la si pensi riguardo a tale questione il contributo di Gianni Vattimo “Come si diventa antisionista” pubblicato nella sezione Iceberg 2 di Micromega 9/2013 dedicata a “Sionismo/antisionismo” travalica notevolmente i confini dell’antisionismo contenendo archetipi dell’archivio antiebraico, per usare la nota categoria concettuale introdotta da Simon Levis Sullam, ben noti agli studiosi dell’antisemitismo quali l’esecrazione del Dio vendicativo degli eserciti veterotestamentario (sa il prof. Vattimo che l’espressione “Adonai Zevaot” si riferisce alle schiere angeliche e non all’esercito dell’IDF?), il mito del complotto ebraico teso a dominare il mondo ed una banale e superficiale liquidazione dell’intera cultura ebraica quale “mefitica aria fritta” (ha il prof. Vattimo mai letto studi che evidenziano la complessità e profondità della Filosofia Ebraica contemporanea quali Il Pensiero Ebraico Contemporaneo” di Massimo Giuliani edito da Morcelliana nel 2003?).

La pubblicazione di scritti postumi inediti di Martin Heidegger quali Su essenza e concetto di natura, storia e stato pubblicati a cura di Virgilio Cesarone su Micromega 7/2013 o gli attesi Quaderni neri stanno vieppiù evidenziando quanto radicale e profonda fosse l’adesione al Nazionalsocialismo del filosofo tedesco su di una cui rilettura apparentemente “di sinistra” è basato il Pensiero Debole confutando la tesi di quanti si sono ostinati a separare schizofrenicamente la vita dell’Heidegger che inneggiava al Fuhrer ne L’autoaffermazione dell’università tedesca con cui celebrava la propria nomina a rettore dell’università di Friburgo nel 1933 dal corpus filosofico heideggerriano.

Già Karl Lowith ne La mia vita in Germania prima e dopo il 1933 (libro edito in Italia da Il Saggiatore nel 1988) evidenziava l’affinità fra lo stile di pensiero heidegerriano e certe connotazioni tipiche della Weltanschauung nazista. Victor Farias, con il libro Heidegger e il Nazismo edito da Bollati Boringhieri nel 1988, ha aperto la strada a Emmanuel Faye che, con il libro Heidegger. L’introduzione del nazismo in filosofia edito da “L’asino d’oro edizioni” nel 2012, ha palesato come l’intera filosofia heideggerriana sia in profonda consonanza con l’ideologia nazista.

La decostruzione, per usare un termine derridiano caro a Vattimo, della falsa afferenza alla sinistra della filosofia continentale che su Heidegger si è basata, deve ora proseguire analizzando la stessa compromissione del Pensiero Debole con il pensiero nazista.

Apparentemente l’idea vattimiana del superamento della violenza intrinseca nella Metafisica generato dalla rimembranza della differenza ontologica fra Essere ed ente e la teorizzazione che compito del pensiero sia il camminare ermeneutico dell’Esserci nell’orizzonte linguistico determinato dall’eventuarsi epocale dell’Essere, mutuato da Vattimo dal secondo Heidegger susseguente alla Kehre, alla svolta che segnò il passaggio del filosofo tedesco dal protoesistenzialismo ancora iscritto nel Pensiero Fenomenologico husserliano di “Essere e tempo” alla fase matura del suo pensiero, appare molto “progressista” e “di sinistra”.

Ma chi come il sottoscritto aderisce ad una concezione scientifica del mondo non può esimersi dal rilevare come il ripudio della concezione della verità già nel Medio-Evo magistralmente delineata dalla Filosofia Scolastica e compendiata dalla definizione “veritas est adaequatio rei et intellectus” di fatto poi adottata dalla Scienza che vi ha solo aggiunto l’idea del metodo sperimentale, compendiata nel concetto di falsificabilità formulato da Kark Popper, apre la strada ad ogni possibile deriva etica comprese le camere a gas ed i forni crematori di Auschwitz.

Chi, come Heidegger e Vattimo, ritiene che la Scienza non pensi apre un solco incolmabile fra il razionalismo della Filosofia Analitica e l’irrazionalismo di certa Filosofia continentale in nome del quale può essere commessa qualunque atrocità.

Sono analisi queste già a suo tempo magistralmente suggerite da Carlo Augusto Viano nel suo illuminante saggio Và pensiero. Il carattere della filosofia italiana contemporanea edito da Einaudi nel 1985 ed approfondite nel suo bellissimo contributo La banalità della metafisica a Micromega 7/2013.

È giunto il tempo che esse vengano finalmente interiorizzate da chi si ostina a pensare che il Pensiero Debole sia qualcosa di sinistra.

Gavriel Segre

 

Disegno di Ben Shahn

    

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