Ricordi

 

Massimo Foa, testimone e letterato

 di Giulio Disegni

 

 


Massimo Foa

 

Con Massimo Foa, scomparso a Torino il 3 febbraio scorso, è venuto a mancare uno degli ultimi testimoni diretti della Shoah a Torino. Era nato a Cuorgnè nel novembre 1943, dove la famiglia era nascosta, e a soli nove mesi era stato arrestato con la madre Elena Recanati, il padre Guido e il nonno Donato Foa. I quattro furono portati dapprima al Carcere di Cuorgnè, poi alle Nuove di Torino.

Da lì sarebbe dovuto iniziare il viaggio per Auschwitz di Massimo, insieme ai genitori e al nonno, se non fosse stato per la prontezza di una suora, Giuseppina De Muro, in servizio presso il braccio femminile delle Nuove, che riuscì a nascondere il piccolo tra la biancheria sporca delle detenute, affidata a lavandaie esterne. Una di queste, Clotilde Roda Boggio, chiamata familiarmente “mamma Tilde” e riconosciuta tra i Giusti da Yad va-shem, lo prese con sé, lo tenne a casa sua e lo restituì alla madre nell’estate del ’45, quando Elena Recanati, unica tra i familiari deportati, fece ritorno da Auschwitz.

Solo il coraggio, la tenacia e la solidarietà di due donne strapparono Massimo Foa da un destino segnato e dalla morte certa. É la madre a raccontarlo, in una lettera diventata il “documento” per eccellenza, che Massimo, con una naturalezza e una forza uniche, tirava fuori, ormai sempre più spesso negli ultimi anni, le volte che andava a testimoniare nelle scuole, tra gli studenti, su una pagina vissuta della storia della Shoah, la sua storia: “a Bolzano, primo lager che ho visto, all’appello hanno chiamato anche lui, e se fossimo arrivati ad Auschwitz insieme saremmo andati direttamente a forno crematorio tutti e due”.

Poi, dopo la tragedia, il ritorno alla vita. Una vita vissuta intensamente, con intelligenza e curiosità: imprenditore attivissimo, colto e raffinato, gentiluomo d’altri tempi, sportivo, padre affettuoso di sei figli, divulgatore di arte contemporanea, letterato, ha unito molti interessi e universi differenti, sempre con discrezione e leggerezza.

Gli ultimi anni, gli stessi in cui ha lottato tenacemente contro la malattia, li ha dedicati, libero dagli impegni lavorativi, ad una passione, forse coltivata da sempre, ma venuta fuori tardi: la scrittura, coniugata con un amore profondo per l’ebraismo.

Oltre a due libri scritti per raccontare la sua esperienza “dentro” la malattia, Massimo Foa si lanciò in una nuova “impresa”: mettere in rima la Torah. Una scommessa con il testo più antico del mondo, il “libro” per eccellenza, per nulla facile, ma una scommessa riuscita.

Per i tipi dell’editore Accademia Vis Vitalis, nell’arco di pochi anni riuscì a far pubblicare tre volumi: “Torah in versi. I primi cinque libri della Bibbia”; “Profeti anteriori in rima” e “Profeti posteriori in rima”. Un’operazione di assoluta originalità, in grado di avvicinare al testo biblico grandi e piccoli: “per lui, che aveva amato la complessità della grande letteratura e i grandi conoscitori della letteratura, una prova di umiltà creativa e di spontaneità letteraria che non mancherà di lasciare a lungo il segno”, così l’ha definita Pagine ebraiche 24 il 5 febbraio.

Era fiero, Massimo, delle sue opere; teneva tantissimo a quella sua “riscrittura” della Torah in rima, convinto che “la lettura del testo in prosa è per forza di cose lenta, vi sorprenderà invece la facilità con la quale scorre lo stesso testo in rima”.

Quel bambino, che “dal carcere venne fatto uscire come un fagotto tra le lenzuola sporche dopo otto giorni di reclusione, otto giorni atroci”, come ricorda la madre nella lettera gelosamente conservata e più volte letta, é ora uscito dalla vita terrena. Con la moglie Elena Loewenthal, i figli Sara, Riccardo, Valentina, Guido, Marzio, Furio, i quattro nipoti e i fratelli Roberto e Barbara, lo ricorderemo per il suo sorriso ricco di ironia e per i libri che ci lascia.

 

Giulio Disegni

   

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