Francia

 

La laicità fuorviata

di Gianni Diena

 

Vivendo io da parecchio tempo a Parigi, mi è stato chiesto di riferire le mie impressioni sulla situazione francese attuale (ebraica e non) alla luce dei tragici avvenimenti dello scorso gennaio.

Prima di lanciarmi su questo terreno, ho voluto - per pura curiosità - rileggere l’articolo che avevo scritto nel lontano marzo 2006 per Ha Keillah e mi sono accorto che, siccome sono passati praticamente nove anni e nessuno se lo ricorda più … avrei potuto tranquillamente ricopiarlo testualmente e scodellarlo come nuovo articolo! Certo, come si suol dire, un bicchiere lo si può sempre vedere mezzo pieno o mezzo vuoto, ma la problematica è praticamente la stessa con una tendenza tuttavia al peggioramento.

Per richiamare quell’articolo, mi limito a riprendere qui di seguito due paragrafi:

“Su di un piano generale si è arrivati attualmente ad un paradosso: non si può discutere di integrazione, assimilazione, libertà di religione, rispetto delle leggi dello Stato, ecc. senza essere subito catalogati. E tuttavia queste discussioni, senza partito preso, senza ipocrisia, ma senza ingenuità né utopia, dovrebbero essere fatte in tutta obbiettività prima che i problemi si pongano: e questo è quello che dovrebbe fare l’Italia prima di ritrovarsi nelle difficoltà francesi.

È indubbio che la situazione è relativamente pesante per gli ebrei in Francia. Molto dipende anche dalle zone dove essi abitano - in piena Parigi, in certe periferie della capitale od in provincia - ma dappertutto si assiste ad una tendenza al raggruppamento comunitario che è esattamente il contrario di quello al quale si dovrebbe assistere in una repubblica degna di questo nome dove l’integrazione (da non confondersi, ripeto, con l’assimilazione) dovrebbe essere di rigore.”

Allora, rispetto al 2006, qual è la situazione attuale ?

In questo articolo mi limiterò volontariamente ad evocare un solo punto, la laicità, che è nuovamente oggetto di aspre discussioni nella società francese alla luce degli avvenimenti di gennaio e che è assai significativo della situazione generale attuale.

In effetti, qui in Francia, si è molto suscettibili sul concetto di laicità.

La legge del dicembre 1905 sulla separazione delle Chiese e dello Stato è sistematicamente citata quando appaiono problemi e/o tensioni tra Stato e Chiesa e/o tra Chiese diverse. Il problema è che il rispetto della laicità, o piuttosto, l’interpretazione di questo concetto da parte di diverse categorie di persone, non è uniforme. Cercherò di sviluppare questo punto nel seguito di questo articolo.

A questa legge sono venute ad aggiungersi due altre leggi.

La prima (legge del 15 marzo 2004) vieta di vestirsi o di portare dei segni “ostentativi” nelle scuole. Essa si applica dalla riapertura delle scuole dell’anno 2004/2005.

Ciò che è vietato portare:

  • Il velo, più o meno coprente (hidjab, chador, khimâr)

  • La kippà

  • Le grandi croci cristiane (cattolica, ortodossa)

  • Il dastaar, turbante con il quale i Sikh nascondono i loro capelli

  • Il bandan, se è portato come segno religioso e se nasconde la testa

Chi sono gli interessati ?

Gli allievi delle scuole pubbliche, anche se maggiorenni, tutto il personale scolastico, insegnanti compresi, ed i genitori accompagnanti le gite scolastiche.

Dove si applica il divieto ?

Nelle scuole elementari, medie, collegi, licei, ed, in generale, in tutti i tipi di scuole pubbliche ed in tutti i luoghi esterni che accolgono delle attività scolastiche. Le università non sono interessate.

La seconda (legge del 12 ottobre 2010) fa divieto di coprirsi il volto nello spazio pubblico. Essa si applica dall’undici aprile 2011.

Ciò che è vietato portare:

- Tutto cio’ che nasconde il viso:
 
  • Il niqab

  • La burka

  • I passamontagna (cagoules)

  • Le maschere

  • Eccezione: in caso di pratiche sportive, di feste o manifestazioni artistiche o tradizionali, processioni religiose in particolare.

    Chi sono gli interessati ?

    Tutti, comprese le turiste musulmane

    Dove si applica il divieto ?

    In tutto lo spazio pubblico, cioè la strada, i trasporti in comune (ma non i veicoli privati), la spiaggia, i giardini pubblici, i commerci, caffé, ristoranti, negozî, banche, stazioni, aeroporti, amministrazioni, municipî, tribunali, prefetture, ospedali, musei, biblioteche.

    Perché queste leggi ? Anche nel Paese della laicità, le persone giravano, sia nei luoghi pubblici (scuole comprese) che privati, con delle croci al collo, la kippà, il turbante, ecc. senza creare difficoltà esistenziali. A seguito di un confessionalismo e di un proselitismo nettamente più importanti, e per paura di stigmatizzare la sola religione musulmana, la legge del 2004 ha cercato di aggirare il problema mettendo tutti nello stesso sacco.

    In altri termini ci si è attaccati agli effetti e non alle cause.

    L’apparizione sempre più frequente del nikab e della burka che coprono tutto il volto (o lasciano scoperti solo gli occhi) ha indotto il legislatore alla redazione della legge del 2010.

    A questo proposito, riprendo qui di seguito due paragrafi di quest’ultima legge.

     “Nascondere il viso è porsi in contrasto con le esigenze minime della vita sociale. Questo inoltre pone le persone in questione in una situazione di esclusione e di inferiorità incompatibile con i principi di libertà, di uguaglianza e di dignità umana affermati dalla Repubblica francese. Si vive la Repubblica a viso scoperto. Dato che è fondata sull’unanime consenso su valori comuni e sulla costruzione di un destino condiviso, essa non può accettare pratiche di esclusione e di rifiuto, quali ne siano i pretesti o le modalità.

    Gli abiti destinati a nascondere il viso sono quelli che rendono impossibile l’identificazione della persona. Non è necessario, a questo fine, che il viso sia nascosto integralmente.

    È in particolare vietato, senza pretendere di essere esaustivi, indossare passamontagna, veli integrali (burqa, niqab…), maschere o qualsiasi altro accessorio o abito che abbia come effetto, considerato isolatamente o associato con altri, di nascondere il viso. Dato che l’infrazione è una contravvenzione, l’esistenza di una intenzione non ha rilievo: è sufficiente che il modo di vestirsi sia destinato a nascondere il viso”

    È evidente che procedendo in questo modo sono stati sollevati più problemi di quanti se ne volessero risolvere. A proposito della prima legge, che male faceva (e fa) una persona con la croce al collo, con un velo od un ragazzo con la kippà od un sik con il suo turbante? Queste persone non mettevano certo in pericolo il concetto di laicità alla francese!        

    Per quanto concerne la seconda legge, essa è di rarissima applicazione perché in pratica è impossibile rispettarla. Solo ogni tanto vi è qualche rara donna musulmana che è fermata per non rispetto della legge. E certamente le turiste che portano il niqab o il burka (specialmente se di origine di certi paesi) non vengono disturbate.

    Questa idea di poter risolvere certe situazioni senza affrontare direttamente il problema alla base (cioè la ragione di certi comportamenti) ma cercando di annegarlo in un contesto più ampio non risolve nulla, è ipocrita, e non può creare che ulteriori discussioni e tensioni.

    A mio avviso, il problema più importante non è tanto quello preso in considerazione dalle due leggi, ma quello che chiamerei “la laicità fuorviata” e sul quale vorrei soffermarmi. Il termine laicità implica che lo Stato deve trattare tutti sullo stesso piano, che ogni persona è uguale nella sfera pubblica, nella sfera privata essendo libera di agire come meglio crede.

    L’individuo (parliamo, evidentemente, di uno Stato democratico) deve quindi adattarsi all’ambiente che lo circonda e non il contrario. Certo, nel tempo vi erano degli adattamenti che venivano accettati da tutti nell’interesse comune del vivere insieme, ma ora, la domanda che è fatta, è invece quella d’interpretare la laicità come il riconoscimento da parte dello Stato di tutte le credenze religiose, con tutti i loro obblighi. Il concetto di laicità viene quindi completamente rovesciato: non è più l’individuo che si deve adattare, ma lo Stato. Questa domanda (interpretazione) è arrivata da certe frange della popolazione musulmana e il peso del voto elettorale, la presenza economica sempre più importante dei Paesi Arabi, la violenza alcune volte presente e pesante, fa sì che per interesse, per timore, per sottovalutazione cosciente o meno del fenomeno, per demagogia, ecc. queste domande vengano sempre più soddisfatte ed è questo, certamente, il punto più preoccupante al quale si aggiunge - e purtroppo se ne vedono gli esempi - un antisemitismo crescente.

    Nelle mense scolastiche i pasti serviti agli alunni non tenevano conto delle diverse implicazioni religiose. In nome della laicità (fuorviata appunto) e basandosi sul principio del rispetto di tutte le credenze religiose, delle associazioni musulmane hanno chiesto che fossero serviti dei pranzi hallal agli allievi che lo richiedevano. Sono seguite delle grandi discussioni e, anche se ufficalmente queste richieste non sono state accettate, sono praticamente certo che nella realtà, specialmente in certe zone del Paese, queste richieste hanno avuto effetto.

    Da notare che questo fenomeno non è esclusivo della Francia, ma è nettamente più pronunciato nei Paesi a forte presenza musulmana e sono persuaso che crea e creerà problemi a più o meno lungo termine; la sola differenza è quella di sapere se si vuol guardare il problema in faccia o se lo si vuole mascherare: in ogni caso esso si svilupperà inesorabilmente. [Qualche esempio di questi ultimi tempi:  non evocare la Shoah in alcuni corsi di storia per non offendere quelle popolazioni che contestano la sua esistenza, non stampare dei fumetti che mostrano dei maialini per non offendere certe popolazioni, modificare lo stemma di un club sportivo per far sparire il disegno della croce, opporsi a delle visite ginecologiche effettuate da dottori uomini anche a rischio della vita della paziente, contestare il minuto di silenzio osservato in memoria degli attentati di gennaio, accessibilità alle piscine (uomini/donne)]. Certo, per il momento si tratta di una posizione di minoranza, ma questa minoranza è sicuramente la parte più attiva (e violenta) di fronte ad una maggioranza silenziosa e passiva; ed i risultati di queste situazioni si conoscono].

    Il pericolo di questa tendenza è la creazione di fratture nella società civile e di una opposizione di visioni partigiane a detrimento di una (intelligente) visione multiculturale.

    Gli avvenimenti di gennaio hanno indotto il governo francese a dichiarare la lotta contro il razzismo e l’antisemitismo “grande problema nazionale” e proporre all’insieme della società di riflettere su delle decisioni per creare (o ricreare) una base comune di “vivre ensemble”: corsi nelle scuole, sviluppo dell’apprendistato della lingua francese, corsi di servizio civico, ecc., ecc. Se tutta la società (a parte gli estremisti in generale) è d’accordo, la cosa più semplice non è certo il passaggio alla realizzazione, ma forse qualche cosa si sta muovendo. L’importante è che questo movimento non si esaurisca nelle sabbie mobili delle buone intenzioni.

    In poche parole si tratterebbe di spiegare la differenza tra il concetto d’integrazione ed il concetto di assimilazione. I due concetti sono profondamente diversi e la ricerca (necessità) dell’integrazione non è assolutamente in conflitto con il rifiuto dell’assimilazione.

    Attualmente, purtroppo, molti confondono i due concetti in un rifiuto od una rimessa in causa generale del sistema e su questo punto, che avevo già evocato nel mio articolo del 2006, constato un’involuzione preoccupante - e le persone che mi conoscono sanno che sono un po’ pessimista - sulla sottostima generale di questo fenomeno e sull’evoluzione futura della nostra società.

    Negare un problema non è risolverlo.

    Gianni Diena