Torino

 

Visti dalla California
Intervista a Shira Klein

 

È curioso immaginare che qualcuno arrivi apposta dalla California per studiare gli ebrei torinesi, e persino Ha Keillah, eppure è andata proprio così: la giovane studiosa Shira Klein - che insegna alla Chapman University di Orange - è stata a Torino tre settimane a cercare materiale per completare il suo libro sugli ebrei italiani, e il suo interesse per il nostro giornale si è concretizzato in una vera e propria intervista in cui mi ha chiesto di spiegare cos’è HK, come è nato, quali argomenti trattiamo, ecc.; ho colto l’occasione per rivolgerle a mia volta qualche domanda.

Shira Klein è nata in Inghilterra e cresciuta in Israele. Ha conseguito un PHD alla New York University sulla storia degli ebrei italiani dall’Emancipazione al dopoguerra (1870-1950). Attualmente è in anno sabbatico e sta usufruendo di una borsa di studio della fondazione Yad Hanadiv di Gerusalemme dedicata a ricercatori che hanno completato da poco il dottorato e stanno scrivendo il loro primo libro. Shira sta infatti raccogliendo materiale in vista della pubblicazione di un testo che riprende e amplia la ricerca precedente.

 

Mi hai detto che sei sposata. Dove vive attualmente tuo marito?

Sta viaggiando con me.

In che cosa il libro che stai progettando sarà diverso dalla tua tesi di dottorato?

Ho in mente un libro più popolare, dal taglio più divulgativo. Ho utilizzato un maggior numero di fonti. Sento che sarà più maturo, con elementi nuovi. In particolare sto analizzando la percezione della Shoah da parte degli ebrei italiani e le testimonianze di ebrei Italiani emigrati in quegli anni in Palestina, Stati Uniti, Argentina.

Hai origini italiane o parenti italiani?

No, nessuno.

E allora come mai hai deciso di studiare proprio gli ebrei italiani?

Ho pensato che non era stato scritto quasi niente sugli ebrei italiani in lingua inglese. E poi, volevo viaggiare in Italia.

Eri stata in Italia per il PHD?

Sì, quattro anni fa ero stata a Venezia, Roma e Milano.

E quest’anno?

Un mese a Firenze e poi tre settimane a Torino. So che ci sarebbero altri posti in cui andare ma il tempo è limitato: il libro uscirà entro due anni.

Cosa insegni alla Chapman University di Orange, California?

Storia ebraica. Tengo un corso sugli ebrei francesi, tedeschi, italiani. Per cinque settimane parlo degli italiani. Di solito inizio facendo vedere il film La vita è bella; durante il corso faccio leggere memorie di ebrei italiani e l’unica intervista della Shoah Foundation in lingua inglese che riguarda l’Italia.

Tra i testi disponibili in inglese c’è l’opera Primo Levi…

Sì, ma preferisco non usarlo perché è già molto famoso. Preferisco far conoscere memorie inedite. Ho anche fatto leggere interviste fatte da me. Il corso è popolare, abbastanza frequentato. Gli studenti sono interessati alla storia degli ebrei italiani. Ne sanno poco. Nel loro immaginario gli ebrei europei sono tedeschi.

Chi sono gli studenti?

In parte sono ebrei, in parte no. Tengo anche conferenze a ebrei americani, in sinagoghe. Una volta ho tenuto una conferenza in un club di italiani, “Sons of Italy”. Erano molto gentili e interessati. Negli Stati Uniti si è abituati a pensare che qualcuno o è ebreo o è italiano, non le due cose insieme.

Negli ultimi tempi la storia degli ebrei italiani sta diventando sempre più popolare: insieme al mio c’è stato un altro dottorato sullo stesso tema. Stanno uscendo diversi libri e articoli.

Che cosa hai trovato particolarmente interessante nella tua ricerca sugli ebrei italiani?

Normalmente negli Stati Uniti se si pensa qualcosa degli ebrei italiani si pensa che si fossero assimilati dopo l’Emancipazione, che fossero in un certo senso meno ebrei e più italiani. Anche io avevo questa idea, ma poi studiando memorie, diari, archivi, ecc. ho scoperto che invece avevano un ebraismo molto vivo.

 
Quali sono i punti principali del tuo libro?

Il libro tratta la storia degli ebrei italiani dall’emancipazione a poco dopo la seconda guerra mondiale. È diviso in tre parti, prima durante e dopo la guerra. Prende in considerazione gli ebrei in Italia e anche gli ebrei italiani emigrati negli Stati Uniti e in Palestina subito dopo le leggi razziali, analizzando come si sono adattati alle nuove società. La terza parte guarda alle interazioni tra gli ebrei italiani e americani nel dopoguerra, e tra ebrei italiani e israeliani. In generale, il libro analizza come l’identità ebraica italiana è cambiata nel corso del tempo. Quali sono secondo te gli elementi che caratterizzano l'ebraismo italiano nel periodo che hai studiato e lo distinguono dall'ebraismo di altri paesi europei?Gli ebrei italiani alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX condividono un profilo simile a quello degli ebrei tedeschi e francesi di quel periodo. In tutti e tre gli stati gli ebrei erano emancipati, di classe media o medio-alta, occupati nel commercio ma anche integrati nelle libere professioni. Tuttavia gli ebrei italiani erano diversi dai loro correligionari francesi e tedeschi in due aspetti: prima di tutto, l’Italia non ha mai sperimentato una larga immigrazione dall’Europa dell’Est com’è accaduto in Francia e in Germania. Di conseguenza in Italia c’erano meno ebrei poveri e di bassa classe sociale.  In secondo luogo, gli ebrei italiani in politica tendevano ad essere più conservatori. Mentre gli ebrei francesi e tedeschi tendevano a sinistra (anche se non sinistra estrema), gli ebrei italiani tendevano a destra.

Durante il fascismo?

Sì, durante il fascismo. Nel periodo tra le due guerre, solo una minoranza degli ebrei italiani avversava decisamente il fascismo. In Germania e in Francia i messaggi della destra erano imbevuti di antisemitismo, mentre il fascismo prima del 1938 non era così apertamente antisemita.

Nelle tre settimane in cui sei stata a Torino hai trovato cose nuove? Quali?

Nell’archivio della comunità ho che cosa scrivere sulle lapidi commemorative collocate subito dopo la guerra. Sono anche andata al cimitero a fotografare la lapide in ricordo dei deportati. E ho avuto il piacere di fare una lezione agli allievi della scuola ebraica, grazie a Ruth Mussi e a Sonia Luzzati. È stata una splendida visita!

Qual è la tua impressione sugli ebrei italiani di oggi?

È difficile rispondere perché sto scoprendo cose nuove ad ogni ora. Mi ha colpito molto l’entusiasmo durante le feste, per esempio a Torino Simkhat Torà con i canti e i balli, davvero speciali.

C’è più entusiasmo che negli Stati Uniti?

È diverso.

In cosa è diverso?

Una differenza che mi viene in mente è legata al senso di unità e piccolezza di cui mi hai parlato prima a proposito delle Comunità ebraiche italiane. Quando sono andata in sinagoga a Torino per le feste, c’era l’impressione che tutti si conoscessero tra loro, si sorridessero, fossero felici di vedersi. Questo accade molto raramente nelle sinagoghe americane, che tendono ad avere congregazioni larghe, in cui le persone non si conoscono tutte tra loro. A Torino ho sentito un senso di comunità più forte.

 

L’incontro con Shira Klein oltre alla soddisfazione per aver trascorso un paio d’ore molto piacevoli mi lascia un dubbio: come mai noi ebrei italiani e torinesi sembriamo più affascinanti se visti dall’esterno? Chissà, forse dovremmo imparare a guardare noi stessi come se ci vedessimo dalla California.

intervista di Anna Segre

 

   

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