Storie di ebrei torinesi

INGEGNERI IN CORDATA

 

Franco Segre e Raffaello Levi

 


Da sinistra: Lello Levi, Franco Segre, Beppe di Chio e Paolo Fubini al Col Chavannes nel 1987. Sullo sfondo il Monte Bianco.

 

Raffaello Levi, Lello per gli amici (L.), classe 1935, professore emerito nel Politecnico di Torino, ha svolto e pubblicato ricerche per il CNR e per altri centri studi e università internazionali. Ha ricoperto incarichi di responsabilità in ambito Keren Haiesod. Noto ai più tra di noi perché per anni in prima linea nel servizio di shemirà (sicurezza) durante le manifestazioni in Comunità. Franco Segre (F.), classe 1937, ingegnere elettronico, già dirigente Telecom, è stato attivo in posizioni di responsabilità nella Federazione Giovanile Ebraica, nella Comunità di Torino e nell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. È stato tra i fondatori di Ha Keillah. Spesso fa da ufficiante alla sinagoga di Torino. Lello e Franco, amici dalla gioventù, anche se di orientamento politico diverso: il primo ricorda Cavour, il secondo Matteotti.

L. A Paolo Fubini si erano rizzati i capelli in testa, non tanto per la paura, quanto per la carica elettrostatica incredibile in vetta alla Rayette durante il temporale che ci aveva colto di sorpresa.

F. Eravamo di ritorno da un’ascensione, pieni di ferraglie di tutti i generi, vero bersaglio per i fulmini che ci cadevano tutti intorno. Lello, capo gita, era dietro a trattenere gli altri in cordata. Mi ha ordinato di scendere in un camino…

L. Un camino nero, viscido e orribile, ma non c’era scampo per salvarci dai fulmini. Franco è sceso nel camino, senza indugio. Ne siamo usciti vivi.

F. È lì che ho imparato come ci si comporta in cordata, fiduciosi l’uno dell’altro.

Ma è vero che gli sport rischiosi non sono kasher, come sostengono alcuni nostri maestri?

F. Io ho rischiato assai raramente, le volte che sono stato in montagna. Per contro la montagna dà l’occasione a ciascuno di noi di entrare in contatto diretto con la natura e con se stessi. L’educazione dell’individuo a vincere l’istinto è una disciplina a cui ci abitua l’osservanza delle mitzvot.

La disciplina della montagna è quanto ti ha insegnato Lello. Cosa Franco ha dato a te, invece, Lello?

L. Come prima cosa sono grato a Franco per l’animazione religiosa che a Cogne, negli anni ‘80, ha promosso tra gli ebrei in vacanza. Molti di loro non si sarebbero mai sognati di recitare l’Arvit, anche se a Cogne c’erano i 10 uomini per fare minian. La nostra amicizia è stata sicuramente sigillata nelle gite in montagna. Ricordo che la sera del temporale le quattro mogli (la mia e quelle di Franco, di Paolo Fubini e di Beppe Di Chio) erano in ansiosa attesa perché tardavamo a tornare. La mia mamma (z.l.) ha fatto, per alleggerire l’atmosfera, una infelice battuta: “Voglio proprio vedere quella di voi che si risposa per prima!” La battuta non era piaciuta a qualcuna… E poi c’è stato, per ricordare ciò che Franco ha dato a me, l’insegnamento che ha impartito ai miei figli in occasione del loro bar mitzvà. Franco non è stato solo un amico, ma un vero maestro, per loro ed anche per me.

Franco, tu ti sei occupato di elettricità e di comunicazione. Poi, come quasi tutti gli ingegneri, ti sei occupato più di gestione che di progettazione.

F. Il periodo più interessante della mia vita professionale è stato il primo periodo alla Stipel, poi diventata SIP e poi Telecom Italia. Allora non si progettavano i grossi impianti, che si compravano fatti e che comunque dovevano essere conosciuti a menadito: si progettavano i piccoli impianti speciali, come i misuratori di traffico, che venivano prodotti in officina. Allora mi divertivo moltissimo.

In passato hai scritto su Ha Keillah dei pezzi sul rapporto tra scienza ed ebraismo. Puoi sintetizzarne il contenuto?

F. Non è facile. Avevo trattato di due concetti fondamentali: infinito/finito da un lato, e continuo/ discreto dall’altro. Queste due coppie di concetti mi hanno affascinato perché in qualche modo rimandano al rapporto tra la Divinità e la limitatezza umana, rapporto centrale nell’ebraismo. Un altro tema che mi ha interessato (che era poi il tema principale della mia professione) è stato quello della comunicazione nella Torà: un esempio che è saltato all’occhio dei commentatori è stato il doppio richiamo Avraham Avraham, che Kadosh Baruch-Hu pronuncia quando ha da assegnare al nostro Patriarca l’arduo compito di sacrificare suo figlio Isacco. Appare chiaro che Abramo, intuendo al solo richiamo che si tratta di un compito sgradito, si fa chiamare due volte. Diversamente dall’unica chiamata che compare in lech lechà, quando gli viene comandato di recarsi in Terra a lui sconosciuta, ed Abramo parte senza indugio.

L. Moshé Moshé! ripete due volte Kadosh Baruch-Hu quando incarica Mosè di condurre il popolo d’Israele fuori dall’Egitto, e Mosè accampa diverse scuse per schermirsi dall’arduo compito.

Anche tu, Lello, hai trovato dei nessi tra la tua professione e l’ebraismo?

L. Anche io, come Franco, nel primo periodo della mia carriera ho svolto l’attività di ricerca e di progettazione più interessante. In quella sede l’intersezione con l’ebraismo era abbastanza scarsa. Mi ha interessato invece in seguito, quando mi sono occupato di materie statistiche, la distribuzione demografica delle popolazioni ebraiche trattata dal Tanakh, dall’Esodo in particolare.

Quali sono, secondo voi, le relazioni tra scienza ed ebraismo?

F. L’ebraismo, come la scienza, si pone sempre domande, e la prima domanda che ogni ebreo si è posto nei secoli è stata: cosa è l’ebraismo? Nella storia a questa domanda si sono date le risposte più diverse. Scienza ed ebraismo vanno d’accordo, ha sostenuto Maimonide, grande medico e grande conoscitore dell’ebraismo del XII secolo. Lo stesso hanno sostenuto diversi scienziati ebrei del Rinascimento e dell’Illuminismo, in periodi di dissidio tra le due discipline. Ne è un esempio Moses Mendelsohn, fondatore dell’Haskalà, l’illuminismo ebraico, che ha tentato di colmare la discrasia tra scienza e religione ed ha gettato il seme della ricerca scientifica in campo ebraico, che prima di lui non esisteva affatto.

L. La capacità di formulare domande sui campi più diversi, superando dogmi accettati senza discutere, ha consentito anche lo sviluppo di rami della matematica prima inesplorati. Pensiamo ad esempio all’esplosione delle geometrie non euclidee o agli sviluppi delle matematiche superiori. Il prof. Trìcomi ha raccontato che da giovane andava ad ascoltare stupito, all’Università di Torino, i luminari ebrei di matematica, come Levi Civita, che spaziavano in argomenti fino ad allora inesplorati, e che sono serviti anche ad Einstein per formulare le sue teorie innovative.

F. Anche la logica talmudica, ancorché totalmente slegata dalla logica moderna, ha contribuito ad educare a seguire ragionamenti rigorosi secondo regole definite.

E quali sono le relazioni tra scienza e democrazia?

L. Sir Ronald Fisher, grande biologo anticonformista inglese, padre della sperimentazione statistica moderna, ha scritto negli anni ‘30 del secolo scorso che obbligo dello studioso è quello di riportare i risultati delle sperimentazioni senza pasticciarli con teorie personali, separando cioè nettamente i fatti dalle interpretazioni. Questa teoria, propria del mondo scientifico britannico, aveva particolare rilevanza in un periodo e in un mondo in cui la libertà di espressione non era un principio generalizzato. Ciò non toglie che nello stesso mondo britannico siano comparsi scienziati di altissimo livello, come Maxwell o Fisher stesso, che hanno dato conclusioni teoriche sulla base di intuizioni di simmetria o bellezza che al momento risultavano inesplicabili, in seguito, gratta gratta, sono risultate esatte…

F. Al Politecnico le lezioni di analisi matematica tenute dal prof. Buzano, di una chiarezza cristallina, per me che provenivo dal liceo classico e quindi avevo pochi rudimenti di matematica, sono state, se così si può dire, un esempio di “democrazia” applicata alla scienza.

L. Il prof. Buzano, che all’Università aveva assunto la cattedra di Alessandro Terracini cacciato dalle leggi razziali, finita la guerra gli ha lasciato subito il posto volontariamente (posto con pochi allievi tranquilli) per passare al Poli, ad una cattedra infernale con centinaia di studenti scalmanati…

E c’è anche il terzo lato del triangolo scienza - ebraismo - democrazia: i rapporti tra l’ebraismo e la democrazia.

F. La democrazia non è solo basata sul rispetto del parere della maggioranza, ma anche sul rispetto delle minoranze. Nel Talmud molto spesso viene riportato il parere di minoranza, espresso in ambito rabbinico nelle discussioni sull’interpretazione dei testi della legge.

Nella mia formazione in campo ebraico la FGEI mi ha dato moltissimo: i campeggi, i congressi FGEI sono stati scuola di discussione e di democrazia. In particolare ricordo gli insegnamenti di democrazia formale che Aldo Muggia (z.l.) ci ha impartito “sul campo”, e che mi sono stati utili in seguito in ambito comunitario e in seno all’Unione delle Comunità.

Ricordate l’atteggiamento dei comunisti ortodossi che non tolleravano critiche al governo dell’URSS? I sionisti di oggi hanno un atteggiamento simile: non accettano critiche al governo israeliano.

L. Non condivido il paragone. Israele, essendo un paese profondamente democratico, ha tutti i vizi e le manchevolezze delle democrazie, ma aveva ragione Churchill che sosteneva: la democrazia è un metodo di governo inefficiente e pieno di difetti, peccato che gli altri siano molto peggiori. Gli israeliani pagano di persona le loro scelte, giuste o sbagliate che siano. Il giudicare dalla diaspora senza essere disposti a pagare per le scelte effettuate, moralmente è a mio parere aperto a critiche, perché ricorda la posizione del backseat driver, quello che seduto dietro all’autista critica il suo modo di guidare. Questo non vuol dire che si debba accettare acriticamente qualsiasi decisione di Israele, ma vuol dire rispettare una maggioranza democraticamente eletta nel suo seno. E poi non si deve dimenticare la gran quantità di nemici che circondano lo Stato d’Israele: non sempre è il caso di aggiungere qualche nemico ebreo.

La nostra storia è piena di profeti che ammoniscono gli ebrei che sbagliano…

L. È vero, ma stavano in mezzo a loro! Non telegrafavano dall’estero e condividevano la loro sorte!

Anche nella diaspora ci sono rischi, e i fatti recenti di Parigi lo dimostrano.

L. I rischi che corrono gli ebrei in Francia sono dovuti al fatto che ci sono tanti musulmani.

F. Certo non è facile contraddire il parere di una maggioranza israeliana democraticamente eletta e che vive sul posto a rischio della pelle. Ciò non toglie che io abbia il diritto di manifestare le mie opinioni se sono diverse, per cercare di convincere, nel mio piccolo, chi mi vuole ascoltare. Certo non ha giovato alla democrazia l’immigrazione in Israele di migliaia di russi, che da secoli non hanno mai visto nemmeno da lontano un regime democratico. Questo ha spostato notevolmente a destra il paese, con danno anche agli ebrei della diaspora. Dobbiamo tacere?

Visto che parliamo di fenomeni allarmanti, ditemi qualcosa sul come si può combattere l’antisemitismo dilagante verde-rosso-bruno, cioè islamico, di destra e di sinistra.

L. Più che combattere l’antisemitismo islamico, il problema è come sopravvivere al suo attacco. Non è così semplice cambiare l’opinione di un gruppetto di persone che varia da un centinaio di migliaia a un migliaio di milioni…

F. Secondo me più che combattere l’antisemitismo islamico è importante combattere la cecità di quella parte della sinistra che, obnubilata dal buonismo terzomondista, non si accorge del pericolo dell’integralismo islamico non solo per Israele, ma per l’Europa e per il mondo intero.

Il pericolo viene dall’integralismo islamico, ma anche da quella parte della sinistra e dalla intera destra neofascista, rinascente in Europa…

L. Si potrebbe citare in proposito l’inno di cui parla Gian Burrasca: “Se da soli siam canaglia, tutti insieme peggio ancor!” L’unione del canagliume fa un danno peggiore della somma dei singoli.

F. Nel nostro piccolissimo, qualcosa possiamo fare discutendo con quei pochi che sono aperti alla discussione. Comunque non è facile prevedere, ora, dove si andrà a finire.

L. Su questi problemi vedo una straordinaria somiglianza con l’atteggiamento degli stati democratici europei del 1938, quando per far star buono Hitler hanno detto: Vuole gli ebrei? Chi se ne frega! Vuole la Cecoslovacchia? Chi se ne frega! L’importante è far star buono il mastino, che non disturbi oltre. Oggi il mondo democratico è pronto a sacrificare non solo Israele e gli ebrei europei, ma le popolazioni di tutto il mondo di tutte le fedi davanti all’aggressività del Califfato, purché si stia tranquilli. In Europa tutti pronti a versare la lacrimuccia in bottiglia il 27 di gennaio per gli ebrei morti nella Shoà (tutti amano gli ebrei morti) ma delle aggressioni agli ebrei vivi chi se ne frega!

E poi c’è il problema dell’assimilazione.

F. Questo problema è connesso organicamente all’uguaglianza dei diritti degli ebrei nei paesi democratici: più sono simili agli altri, più è alto il rischio di perdere l’identità originale di cultura, di religione e di costume. La dimensione di una comunità ebraica è vitale per la sua sopravvivenza, indipendentemente dalla dimensione della città nella quale essa è inserita. Infatti non è tanto importante la percentuale di ebrei che abita in un luogo, quanto la dimensione “critica” della comunità, che ne garantisca la sopravvivenza. Chi vuole combattere questa perdita di identità deve battersi, con l’esempio e con attività di “propaganda” culturale, rivolta non solo verso l’interno del gruppo ebraico ma anche verso l’esterno. Se chi ci circonda conoscesse meglio la cultura ebraica, ci sarebbero meno pregiudizi nei nostri confronti. La diffusione della cultura ebraica serve dunque sia a combattere l’antisemitismo, sia a frenare l’assimilazione. È importante, in generale, che ci sia la consapevolezza, in noi e nella società che ci circonda, che le minoranze arricchiscono e non impoveriscono la società stessa.

In tema di assimilazione, c’è un altro fatto nuovo e preoccupante che avviene invece in Israele: la crescente ignoranza dei giovani israeliani non religiosi in materia di tradizioni storiche e culturali ebraiche, ignoranza dovuta, in parte, all’immigrazione dalla Russia. Sanno l’ebraico, ma di ebraismo sono digiuni in modo allarmante.

Che prospettive di pace ci sono in Israele?

L. Ho letto recentemente sul Jerusalem Post le dichiarazioni di un esponente governativo americano, non ebreo, assai pessimiste in proposito: bisogna prendere atto che in questo momento il minimo di desiderata da parte araba non è assolutamente conciliabile col minimo di sicurezza che chiede Israele. È notorio che se non si sono più fatte elezioni tra i palestinesi è perché di nuovo Hamas stravincerebbe, ed è notorio anche che Hamas non ha la minima voglia di convivere con Israele. Si devono proseguire i colloqui, ma per anni di passi avanti verso la pace, quasi certamente, non se ne faranno. Mi dispiace di chiudere con questa nota di pessimismo, ma non vedo una luce in fondo al tunnel.

 

Intervista di David Terracini

 


Fortunatamente, come i nostri lettori avranno notato dagli interventi che abbiamo ospitato su Ha Keillah anche di recente (tra cui la lettera dei cento generali pubblicata sul numero scorso), non tutti gli israeliani concordano sulla totale mancanza di prospettive di pace. Anche in vista delle prossime elezioni i partiti hanno espresso posizioni differenziate.

HK


   

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