Israele

 

Invece della solita gita fuori porta

di Alessandro Treves

 

“..but where are you? We have just come out of the pedestrian gate” “ah però, babbo: bravino a cambiare repentinamente dall’ebraico all’inglese” mi prende in giro Ariela, mentre Sayed mi risponde al cellulare “we are here… in front of the blackened watch tower… the one that looks as if scorched by burning tires” “I can see the tower, but I don’t see you” “I cannot get closer with a Palestinian plate… try to come forward a bit”.

Finalmente oltre la coda di auto e furgoncini, che premono al valico di Qalandiya, dietro uno dei grandi blocchi di cemento che servono da ruvidi rompi traffico, nella calca vedo Sayed con la moglie che hanno trovato un posticino dove fermare la macchina, fra la fila dei veicoli e quella dei pedoni, in mezzo ai venditori di riso caldo e di altri improbabili generi di conforto per chi si appresta ad entrare in territorio israeliano.

Con Ariela, figlia ventenne, siamo stati invitati a pranzo da Sayed, un giovane collega palestinese, a casa dei suoi, vicino Jenin. Pensavo di andarci direttamente da Tel Aviv, che su Google Maps non sembra più di un’ora di viaggio, ma Sayed ha insistito per venirci a prendere a Qalandiya, vicino all’omonimo campo profughi, sulla strada da Gerusalemme a Ramallah, che vuol dire un tragitto più che doppio. Vista sulla carta, Qalandiya può sembrare la porta d’uscita da Gerusalemme, al limite nord del suo territorio municipale, ma arrivati sul posto ci si rende conto di quanto sia un’impressione errata. Dal lato israeliano del valico non c’è niente e non si vede quasi anima viva; né edifici né alberi né chioschetti, solo qualche veicolo parcheggiato dove capita sullo sterrato, ed i pochi che transitano dal valico che si allontanano veloci. A destra e a sinistra, a perdita d’occhio, un muro alto sei metri, la barriera di separazione. È  dal lato palestinese, che dà subito sull’abitato di Ramallah, che il valico ribolle di gente, dall’aspetto reso ancora più affannato e grigio dalla pioggia, come una pentola a pressione la cui valvola consenta il passaggio ad una piccolissima parte dei vapori che vorrebbero uscire. In entrata, invece, nessuno ci ha degnato di uno sguardo, si entra liberamente, anche se il solito cartello rosso intima che è un crimine per i cittadini israeliani entrare nell’area A dei Territori, sotto esclusivo controllo palestinese. E si capisce che si tratta sì della porta di una città, ma della porta d’entrata a Ramallah. Una porta però eretta, diversamente dal solito, per proteggere chi sta fuori dagli assalti di chi è chiuso dentro. La nostra sarà una gita dentro porta.

Nella Valle dei Ladri

Ma Sayed mi smentisce subito quando, invece di dirigersi in centro, esce immediatamente dalla zona A e dal suo traffico, ed imbocca la 60, la strada dei coloni, che aggira Ramallah da est e permette di raggiungere gli insediamenti israeliani come Psagot e Kokhav Ya’akov. Pazienza, io a Ramallah sono già stato, ma avrei voluto che la vedesse Ariela. Vorrà dire che vedrà Nablus e Jenin. La 60 si distende con morbide curve lungo la Valle dei Ladri, dove il bisnonno di Sayed, ci dice, è stato assalito più volte, al tempo degli ottomani. Adesso i ladri devono aver cambiato mestiere, non si vede quasi nessuno. Gli insediamenti israeliani sono radi, sulla cima delle colline, e di villaggi palestinesi in questo tratto non se ne vedono. Le fiancate pietrose sembrano ancora più vaste nell’assenza di uomini e animali, e viene da chiedersi se la bellezza del paesaggio giustifichi da sola questo conflitto, fra due popoli i quali piuttosto che vivere su questa terra, a quanto pare, preferiscono affollarsi nelle città. Ma l’impressione di vuoto è in parte falsata. Me ne rendo conto quando, superata l’altezza di Ramallah e tornati sulla dorsale principale, villaggi arabi e piccole cittadine si vedono, solo che giacciono per lo più nel fondo delle valli, e non sono indicati nei cartelli stradali, che invece segnano con insistenza gli insediamenti dei coloni sulle alture, e le località di interesse biblico o archeologico. Passiamo senza alcuna difficoltà un checkpoint, mentre quello famigerato di Tapuach, dove sono stati molti incidenti, oggi non è in funzione. Ci sentiamo quasi trasparenti, se il panorama fosse più verde potremmo essere in gita nella campagna inglese. “Gli israeliani sanno come costruire e mantenere le strade” spiega Sayed, quasi scusandosi che sta usando quelle dell’occupante, “le altre sono impossibili, l’Autorità Palestinese affonda nella corruzione e se ne disinteressa totalmente”. E infatti quando transitiamo nel villaggio di Hawara, lungo la 60, le numerose buche nell’asfalto, o in quello che resta dell’asfalto, sono pronte non si sa se a confermare le parole di Sayed o a offrire lavoro ai numerosi garage che, fra i falafel ed i negozietti di giocattoli e di dolciumi, cercano con poca convinzione di attrarre i passanti. Dopo Hawara c’è il Monte Gerizim dei samaritani, e poi Nablus. Ma no, Sayed svolta a sinistra, anzi è tutta la 60 che svolta a sinistra, rimaniamo in area C. Ai coloni è risparmiato, anzi addirittura vietato l’ingresso a Nablus, in area A, e noi seguiamo la confortevole strada dei coloni, verso Kedumim e le rovine di Sebastia. La strada passa vicino alla cittadina palestinese di Kfar Kadum, ma i 2 km della bretella che ci arriva sono vietati agli arabi, perché passerebbero rasente alle case costruite dai coloni nell’insediamento di Kedumim. La breve distanza Ovest-Est fra Kfar Kadum e Nablus è perciò diventata lunghissima e accidentata per i palestinesi, ma in questo momento noi viaggiamo tranquilli da Sud a Nord, e possiamo scegliere liberamente se sentirci, Ariela ed io, ospiti di Sayed e sua moglie, oppure loro, ospiti sulla strada generosamente costruita dagli israeliani, o forse tutti e quattro, ospiti in Terra Santa.

Gli ospiti al centro

“Gli ospiti al centro!” intima Shirley, che dirige il gruppo di teatro playback che Giordana frequenta ormai da alcuni anni, a Tel Aviv. Qualche giorno prima della mia gita con Ariela, il gruppo aveva deciso che al loro incontro settimanale ognuno avrebbe portato un ospite, un familiare o un amico, a fare un assaggio di teatro playback. Avevo accettato di andare io, in qualità di marito. Il teatro playback consiste nel rappresentare all’istante, improvvisando per qualche minuto, una breve storia o un episodio raccontati da qualcuno del pubblico. Uno “spettacolo” può comprendere una mezza dozzina di queste brevi rappresentazioni, che riescono tanto meglio quanto più nel pubblico si trovino persone disposte ad aprirsi e a raccontare qualcosa di personale e di significativo, ma soprattutto quanto più gli attori riescano a cogliere al volo la traiettoria emotiva di ciascun racconto, e a trasfigurarla empaticamente e collettivamente in una sequenza di movimenti, di mimica e di parole frutto della creatività individuale e dell’affiatamento di gruppo.

Questa sera però non c’è uno spettacolo, ma un’esercitazione con gli ospiti che ciascuno ha portato; vincendo l’imbarazzo con cui qualunque persona posata e rispettabile accoglierebbe la proposta di farsi coinvolgere in una specie di giuoco per adulti, dove non è chiaro se sia rimasto un confine fra il pubblico e il privato. Siamo tutti vestiti di nero. Ci disponiamo su due cerchi concentrici, gli ospiti in quello interno, ciascuno di noi ha di fronte uno dei sedicenti attori del gruppo. Dobbiamo riprodurre meticolosamente i movimenti della persona che abbiamo di fronte. Per fortuna che nel gruppo c’è una signora religiosa, che anche ha portato un’amica religiosa pure lei, e qualsiasi contatto corporale è rigorosamente vietato. Nel gran miscuglio di Tel Aviv, ci sono anche gli attori di playback religiosi osservanti. Dopo un minuto o due di terapia imitativa, i cerchi ruotano uno dentro l’altro, e questa volta sono gli ospiti nel cerchio interno che devono inventarsi i movimenti, imitati dagli attori.

 

Niente, a Nablus non siamo entrati, e tantomeno a Jenin, Sayed ci ha portato direttamente a casa dei suoi a Ja’abad, una quindicina di chilometri ad ovest di Jenin. Sono stato tentato in macchina di chiedergli se ci faceva fare almeno un giretto nella casbah, ma ho intuito la sua preoccupazione e mi sono trattenuto. Quando usciamo dalla macchina, è chiaro che bisogna entrare subito in casa, prima che si verifichi l’eventualità di un incontro casuale con dei passanti o addirittura con dei vicini di casa.

Il padre di Sayed non c’è, è in questo periodo in Arabia Saudita per lavoro. Ci accolgono la madre ed una sorellina quindicenne. Dopo aver cercato di stringere la mano alla signora, all’incirca mia coetanea, ed averla ritratta tutto confuso, sprofondo finalmente in una poltrona a godermi quell’interno familiare, indefinitamente siciliano, caldo e pieno di oggetti, che emana dignità e rispetto ma anche cultura condivisa ed abitudine ai viaggi. Anche se in modo amichevole e informale, seguiamo il cerimoniale. Il primo passo è la telefonata al padre in Arabia Saudita. Scambiando qualche parola di cortesia, stabiliamo così che siamo benvenuti a casa sua e contenti di esserci. Poi il giro in giardino, dove Sayed ci mostra uno a uno gli alberi, le pianticelle e le erbe che aggiungono sapore alla loro mensa, fiori durante la stagione ed i profumi della sua infanzia. Lo conosco come scienziato capace di guidare operativamente un team di studenti, e non lo facevo così incline alla contemplazione dei fiori.

Su un lato del giardino, la cisterna che cerca di compensare per la poca acqua che arriva dalla conduttura municipale. La scarsezza d’acqua, che in Israele ormai è un ricordo, è ancora una realtà quotidiana per le famiglie lasciate dall’Autorità Palestinese a vivere in larga misura contando sui propri sistemi ed espedienti individuali. Autorità Palestinese che si estende solo per pochi chilometri verso ovest: poi inizia un pezzo di area C, e poco più oltre c’è la Linea Verde, la città di Hedera ed il mare, vicino e irraggiungibile.

In casa la tavola è imbandita all’inverosimile, tutta rigorosamente vegetariana, un tripudio di colori e di geometrie nei piatti grandi e piccoli che si affollano senza che quasi si veda la tovaglia, ma a quanto pare sono ancora in preparazione ulteriori pietanze. Nell’attesa chiedo a Sayed di raccontarmi della famiglia della madre, che lui mi ha sempre detto essere francese, in quanto discendente da una stirpe di crociati, impiantati in Libano e tradizionalmente endogamici. Convertiti all’Islam e poi in parte trasferitisi a Haifa durante l’Ottocento. Da Haifa, la fuga nel ’48 al villaggio presso Jenin, di fronte a Ja’abad dove siamo ora, territorio privo di insediamenti ebraici e rimasto in mano giordana. Lì è nata sua madre, mentre delle sue molte sorelle le più grandi erano nate a Haifa. Una di queste, nei giorni caotici alla fine della guerra dei Sei Giorni, quando molti palestinesi credettero di dover di nuovo prendere la via dell’esilio e si incamminarono con le masserizie verso i ponti sul Giordano, rimase uccisa da un cecchino israeliano che si era messo a sparare sui profughi in fuga, e sua madre di quattro anni e un’altra sorella ferite.

Ariela prende un libro dallo scaffale e comincia a leggere, con qualche piccola esitazione, dalla copertina. Da qualche mese ha cominciato il corso di arabo letterario, all’università di Torino. La sorellina di Sayed, Zahra, approva sorridente. Se l’è cavata. Non annulla quello che ha fatto il cecchino suo coetaneo quasi cinquant’anni prima, ma ci indica come andare avanti.

 

Due popoli per due stati

“Tu credi ancora che la soluzione dei due stati sia praticabile?” mi chiede Sayed sulla via del ritorno, dubbioso se esprimersi in forma di domanda o di constatazione; “se chiedi ai nostri vicini di casa, alle persone che trovi per la strada”, mi dice, “la grande maggioranza ti risponderà che preferiscono essere annessi dallo stato di Israele”. Non ho il coraggio di osservare che annessi non significa necessariamente equiparati con eguali diritti, in particolare col diritto di voto; e che la legge in fase di discussione che stabilisce il carattere ebraico dello stato non sembra puntare in direzione di uno stato binazionale. Taccio, mentre la puzza della grande discarica a cielo aperto, in territorio palestinese ma usata con entusiasmo anche dai coloni, ci riporta agli aspetti più organolettici della coabitazione su queste colline.

Alla fine della serata di playback, dopo che noi ospiti avevamo raccontato vari episodi perché fossero messi in scena dagli attori del gruppo, e dopo che uno di noi se n’era andato via prima, non riuscendo a vincere l’imbarazzo di raccontare di sé, era stata M., la religiosa del gruppo, ad offrirsi di raccontare lei, per permettere il nostro debutto come attori, di noi ospiti, a rappresentare la sua storia. E la sua storia letteralmente aveva raccontato, la storia della sua vita in sette minuti, non un episodio o due ma i suoi tragitti e le sue scelte e le sue esitazioni fra il teatro e il matrimonio e l’osservanza e i diversi paesi. Una vita israeliana.

Se solo potessero venire con noi a Tel Aviv, mi viene da pensare, mentre Sayed e sua moglie ci riportano al valico di Qalandiya. Loro però non potrebbero passare. Non senza ottenere prima un permesso dal governo militare. Che per la moglie è molto difficile da ottenere, per via di certi suoi cugini sospettati di coinvolgimento nell’Intifada. Se solo potessero venire con noi e poi al gruppo di playback. A Tel Aviv. E magari portandosi dietro la madre e Zahra, la sorella - penso, col naso sul finestrino, mentre fuori si sta facendo buio. E lasciare che il grafico con lo studio al porto, l’infermiera dell’ospedale, l’avvocato commercialista, la funzionaria del ministero dell’Educazione, tutti i membri del gruppo di playback si disponessero in cerchio intorno a loro. Ospiti palestinesi, nel cerchio interno, ed ospiti israeliani, in quello esterno, in fondo in italiano la parola ospiti mantiene un’accogliente ambiguità. Fra i due cerchi, invece della barriera di separazione, uno spazio di condivisione dei gesti, dove ciascuno potesse guardare negli occhi chi gli sta di fronte, rappresentarsi e vedercisi rappresentato…

Ma intanto abbiamo lambito Ramallah, le cui luci fioche e disordinate non intaccano più di tanto l’oscurità, e siamo ormai al muro. Il muro è sempre lì. La massiccia torre annerita, annerita ora anche dal buio, sorveglia per la tranquillità di chi sta lontano, al di là, ed incombe sul miserabile brulichìo al di qua, subito sotto di lei. Il playback dovrà aspettare. Nel congedarmi dalla mamma di Sayed non ho neanche provato a stringerle la mano, del resto non l’avevo stretta neanche ad M., osservante anche lei; e però la mamma di Sayed, quando siamo usciti, ha stampato tre baci sulle guance di Ariela.

 

Alessandro Treves
Trieste e Tel Aviv

Checkpoint Qalandiya