Storia

 

Il progetto sionista: la sua importanza "storica" per noi

 

di Alfredo Caro

 

 

Nella nostra plurimillenaria tradizione, in conseguenza della prolungata dispersione degli ebrei, passata attraverso molteplici migrazioni e nella quale siamo sempre rimasti gruppo di minoranza, si è andata radicando come forma preminente e prevalente di “cultura” la nostra memoria; e la formazione della nostra “memoria culturale” - intrapresa sistematicamente con la particolare metodologia del “commento” prima talmudico-midrashico,proseguita nel corso del tempo da quella cabalistica, con costante presenza, anche se non sempre con continuità, dal secolo XVI, con Luria e la scuola di Safed e chassidica, del secolo XVIII -è rimasta il sostegno valido del nostro percorso storico.

Pur con contenuti ed esperienze diverse, queste forme di cultura sono state similmente unite, nello scorrere del tempo, dal valorizzare nella memoria, anche se non sempre con la stessa insistenza o rilievo, una forma di “spiritualizzazione” delle vicende bibliche rese più astratte - cioè separate - dalle vicende più concrete e materiali degli antichi abitanti della “terra promessa”. È proprio nel “lunghissimo periodo” della nostra diaspora, fatta iniziare convenzionalmente dalla distruzione del secondo Tempio, che si va sempre più e meglio precisando quella che fu la dottrina giudaica, la cui condizione fu espressa dalla sistemazione di una esperienza religiosa particolarissima perché dipendente da modalità innovative di “lettura” biblica che permisero la lunghissima vita dei gruppi diasporici. E pur nelle specifiche diverse modalità, in territori spazialmente anche lontani, le comunità trovarono un loro denominatore comune nella valorizzazione di questa memoria e, pur rimanendo un gruppo di minoranza - o forse proprio per questo, raggiunsero una discreta omogeneità interna.

E devo dire, in questa situazione, per le comunità, diverse e separate, la memoria, e quella memoria culturalmente religiosa, fu funzionale per la nostra sopravvivenza,in una condizione storica in cui, per noi ebrei, il destino individuale seguiva gli stessi esiti di quello collettivo.

Tutto questo cambiò radicalmente con la modernità che, in ritardo per noi, corrispose alla nostra emancipazione dove,con l’apertura dei ghetti, la vita dell’individuo si svincolò dal destino collettivo e dove il singolo ebreo, in breve tempo imborghesito, più socialmente integrato, particolarmente nel mondo occidentale dove l’emancipazione correva più speditamente (e dove la minoranza ebraica era ancora più piccola rispetto ai territori orientali), cominciò a credere che la sua sorte sarebbe potuta essere diversa e migliore se altri elementi del proprio gruppo avessero seguito il suo similare percorso.

Così questi pochi, spinti dal successo professionale o di impresa, raggiunsero presto posizioni di responsabilità direttiva nei confronti del proprio gruppo, favorendo, anche se non sempre intenzionalmente, il processo di assimilazione.

Operazione, come giustamente afferma oggi Bauman ma da pochi ancora riconosciuta, che, nei due secoli che ci hanno preceduto, risultò antinomica e fallimentare; e gli ebrei tedeschi che furono i più tenaci difensori di questa posizione furono le prime vittime dell’hitlerismo e, posteriormente, non solo di quello.

Questo errore, non memoriale ma storico, che ci è stato tragicamente fatale nel passato secolo, sembra volersi ripetere anche oggi.

Gli “assimilazionsti”, gli acculturati aderenti alle differenziate figurazioni culturali dei gruppi di maggioranza, non furono capaci di intendere, anche se alcuni grandi intellettuali isolati lo avvertirono, che gli ebrei, nell’età moderna, si trovarono a combattere su due fronti che, se separati, apparivano opposti e difficilmente componibili: quello della memoria e quello della storia. Gli “emancipati” svalorizzarono, sul piano nostro interno, la “memoria culturale”del “giudaismo”, particolarmente quelle forme culturali che da loro erano ritenute più lontane dalla loro idea di razionalità (la kabbalah e i chassidismo), credendo, erroneamente, di “fare” storia mettendo sullo sfondo - e quasi separandola - quella memoria (non riconoscendo che proprio questa, sul piano interno, aveva contribuito alla sopravvivenza del gruppo,anche se i suoi costruttori non ne furono storicamente consapevoli).

Da questa considerazione si può valutare tutta la superiorità “storica”, oggi per noi, della posizione e del percorso dell’opera di Scholem: egli, quasi prodigiosamente, capì e realizzò sul piano della cultura, il legame fra memoria e storia e questo riconoscimento sarebbe stato la carta sul versante politico vincente nell’epoca moderna per la nostra sopravvivenza - e non solo per questa - ma anche per tornare a vivere; capì, ancora, che per realizzare questo compito era necessario vivere “altrove”, in un territorio spazialmente “nostro”, e non solo unicamente temporale; capì che, legando insieme memoria e storia, la memoria acquistava una “spazializzazione” che non aveva mai avuto nel passato diasporico. E io penso che la sua esperienza culturale sarebbe stata “altra” se Scholem non avesse fatto l’aliah: questa fu determinante; è vero che egli acquistò in Germania il suo modo di approccio all’ebraismo opponendosi,fin da giovanissimo, agli “assimilazionisti” ebrei- tedeschi (in realtà tedeschi-ebrei), ma nell’yishùv si irrobustì, acquistando maggiore concretezza, anche se nel nuovo ambiente egli mantenne una posizione politica minoritaria. Col suo lavoro Scholem “rivalutò” proprio quegli aspetti sui quali la “Wissenschaft des Judentum” aveva svolto le sue critiche; e a lui si deve fare riferimento se si vuole capire il significato “storico” del suo lavoro - per il giudaismo e per gli ebrei - e del quale la sua adesione, concreta con l’aliah, al movimento intellettuale e politico del sionismo fu coerente conclusione. Lavoro che non diminuì per questa scelta la valorizzazione dell’esperienza religiosa giudaica, resa anzi, perché rinnovata storicamente, più viva e vitale per l’ebreo di oggi.

Egli capì che i suoi studi, cogliendo l’interazione fra memoria e storia, raggiungevano un risultato importante: quello, tradizionale, di proteggere e salvaguardare il patrimonio della nostra culturale memoriale; però con una ulteriore, piccola ma grandemente importante, precisazione,che io non esito a chiamare la sua “rivoluzione” culturale e pratica: la nostra memoria poteva essere protetta nel mondo moderno “solo se” si fosse presa in seria considerazione la storia degli ebrei prima e dopo la nostra emancipazione. In breve: Il suo credere “al” e rendere “il” Dio “vivente” significava per lui preoccuparsi di salvare, operando, la vita degli ebrei. In sintesi su questo punto, concludendo il mio dire: la letteratura rabbinica “intuì” che occorreva, in quel tempo, ”temporalizzare” lo spazio della migrazione dopo “l’uscita” dal luogo; il suo sionismo e il movimento sionista dei molti o pochi che lo seguirono intesero, all’inverso, nel tempo a noi più vicino, che era necessario e urgente “spazializzare” il tempo col “ritorno a” quel luogo.

I tempi moderni non permettono più di dare spazio alla nostra memoria con le modalità con le quali essa è stata funzionale nelle epoche passate. Questo perché l’antisemitismo razziale e razzista, vecchio e nuovo, ha chiuso ogni spazio a qualsiasi figurazione ebraica voglia sussistere nella diaspora e anche oggi occorre essere consapevoli, poiché gli ebrei diasporici hanno, per me, un altro a-storico convincimento, che l’antisemitismo, dopo i pionieiristici studi della Arendt, non è un fenomeno esclusivo di sistemi politici totalitari (è un virus resistente a qualsiasi ambiente politico diasporico e in esso il gruppo ebraico non può evitare in alcun modo di essere strumentalizzato), ma vegeta e si sviluppa anche nei sistemi politici democratici; sistemi democratici che, per le modalità odierne dello sviluppo capitalistico, sono portati, con linee di tendenza sempre più chiare, verso involuzioni degenerative della vita politica; qui il discorso ci porterebbe lontano da considerazioni storico -culturali estendendosi a quelle eminentemente economiche che universalmente determinano sempre di più non solo la vita degli individui, ma anche quella degli Stati, sempre meno liberi e sovrani; discorso al quale accenno qui, ma che ora non voglio sistematicamente affrontare. E noi ebrei diasporici europei, se fossimo meno “poveri” nel riconoscimento della nostra storia, dovremmo sapere che ogni grande crisi economica porta con sé una ripresa violenta ad aggressiva di antisemitismo.

Alfredo Caro

 

 

                            

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