Libri

 

L’ultimo degli ingiusti

 di Emilio Jona

 

Claude Lanzmann è figura prestigiosa nella cultura francese, partecipa giovanissimo alla Resistenza, si oppone alla guerra in Algeria, è regista, scrittore, direttore di Temps Modernes, e autore, negli anni ‘70 di quella serie di documentari sulla Shoah che resta una memorabile e insuperata opera cinematografica su questo argomento. Ma c’è un personaggio e una storia, di cui egli pur si era occupato in quegli anni, e che non è presente in quell’opera ed è quella che riguarda il rabbino Benjamin Murmelstein, l’ultimo capo del Consiglio Ebraico di Theresienstadt (in appresso Terezin)

 Questa istituzione creata dai nazisti in tutti i ghetti d’Europa fu certamente una delle loro più perfide, crudeli, ignobili costruzioni; mediante gli assassini facevano programmare ed amministrare dalle stesse vittime la loro morte. Tutti i decani di questi Judenräte furono uccisi. Murmelstein ne fu l’unico sopravvissuto.

Da un lungo incontro con lui, nel 1975, Lanzmann, 38 anni dopo, ha tratto un documentario di 210 minuti, premiato a Cannes nel 2013 (in questi giorni disponibile in DVD) ed un libro, firmato dallo stesso Lanzmann, uscito da Skirà nel dicembre 2014. Del DVD ho visto solo qualche spezzone, ma ho letto il libro che trascrive fedelmente il dialogo tra l’autore e il testimone filmato nel documentario.

“Ho incontrato Murmelstein a Roma nel 1975, quando stavo preparando Shoah - dice Lanzmann in una sua recente intervista al Corriere della Sera (riportata su Internet senza data, col titolo Lanzmann riabilita quel rabbino “ultimo degli ingiusti”) - mi interessava parlare con lui di Terezin, per me l’apice della crudeltà e della perversione nazista. Sapevo che, per il suo ruolo nel Consiglio del campo e per esservi tornato vivo, era considerato un personaggio ambiguo, un traditore, un collaboratore di Eichmann. Tanto che lui stesso, rovesciando il titolo del libro di Schwarz-Bart, si definiva con amaro sarcasmo “l’ultimo degli ingiusti”. Ascoltando la sua storia, ho scoperto un uomo di grande onestà morale e intellettuale. Con i nazisti non aveva mai spartito nulla. Non era un collaboratore, solo un disgraziato costretto ad accettare la perversa logica che obbligava gli ebrei ad amministrare la macchina di morte dei campi. Un uomo pratico, coraggioso, capace di far leva sui punti deboli dei suoi aguzzini. I nazisti avrebbero voluto fare di lui una marionetta, ma lui aveva imparato a tirarne i fili da solo”.

Quanto alla figura di Eichmann, con cui Murmelstein è stato in contatto per una decina d’anni, Lanzmann aggiunge: “Altro che burocrate ottuso… Eichmann era un demonio: violento, corrotto furbissimo. Quanto a quel processo non vale niente, fu fatto da ignoranti, voluto da Ben Gurion per giustificare la fondazione dello Stato d’Israele. Arendt aveva seguito tutto da lontano, racconta un sacco di assurdità. Più che della banalità del male si dovrebbe parale della banalità delle conclusioni della signora Arendt.”

Debbo dire che sono in pressoché totale disaccordo con queste considerazioni, che a me pare non rispecchino neppure esattamente quanto traspare dalle parole del rabbino. Tralascio, perché ci porterebbe troppo lontano, il processo di Gerusalemme, che sicuramente ha avuto delle pecche, specie nella conduzione retorica della pubblica accusa, ma che sicuramente non giustifica un giudizio così negativo, e passo ai tre argomenti a cui fa cenno Lanzmann che riguardano: 1) la persona di Murmelstein, 2) il giudizio su Eichmann; 3) Hannah Arendt e la banalità del male.

Sul punto 1) La lettura del libro di Lanzmann ci consegna, a suo giudizio, un ritratto di un personaggio a tutto tondo, umanamente apprezzabile, pacatamente eroico e radicalmente positivo. Murmelstein sarebbe riuscito con rara astuzia e intelligenza, in un primo tempo a trattare con i nazisti, e particolarmente con Eichmann, l’emigrazione di un alto numero di ebrei e poi, durante la guerra, ad approntare e a gestire campi di sterminio senza realmente collaborare con i nazi.

Va premesso a questo riguardo che questa testimonianza è memoria e non storia, appartiene prima di tutto all’interessato, appare certamente credibile, ma che per assumere veste storica dovrebbe essere storicamente filtrata, integrata fatta interagire con altre testimonianze e documenti, e questo carattere il libro non ha, né intende avere. Anche se cosa dice Murmelstein trova indiretta conferma nel fatto che egli è stato a Terezin dal gennaio 1943, sino alla fine della guerra, è stato arrestato e detenuto per 18 mesi a Praga e assolto da un tribunale cecoslovacco da ogni accusa di connivenza con i nazisti.

 Ma il problema è un altro, ed è quello che il personaggio che emerge dalla testimonianza non è un personaggio alto, di grande spessore morale e intellettuale, quale lo descrive Lanzmann e debbo dire non ispira neppure una particolare simpatia. Egli appare circoscritto, determinato, caustico, smaliziato, amaro, e non ha nulla di un rabbino, non sembra una guida spirituale di una comunità di ebrei. Egli appare invece come una figura certo rappresentativa nell’organigramma della comunità ebraica viennese, che, per favorire l’emigrazione ebraica dalla Germania nazista, fin dal 1934 intrattiene un lungo e stretto rapporto con Eichmann, che di emigrazione non sa nulla e a cui fornisce ogni notizia, ogni studio utile. È solo attraverso Murmelstein e il suo massacrante, quotidiano lavoro, ed è lui stesso ad affermarlo, che Eichmann diventa, in apparenza, il massimo esperto in emigrazione ebraica, da cui peraltro trae il suo bieco tornaconto economico. Murmelstein allo scopo di aiutare gli ebrei ricchi (perché solo i ricchi potevano lasciare nelle mani avide dei nazi i loro patrimoni) ad espatriare, viaggia per l’Europa, e certamente rinuncia alla possibilità di lasciare l’Austria con moglie e figlio. Perché fa questa scelta di vita? È lui stesso a dirlo. Perché questo era il lavoro da sbrigare per aiutare i prigionieri, questo era, per il suo insolito rapporto con Eichmann diventato il suo compito, la sua missione, ma lo fa anche perché, dice, ha “desiderio d’avventura”, e “prova una certa gratificazione personale”. “Si può dire che il potere le piaceva?” - Chiede Lanzmann. E lui onestamente risponde: “ Io non voglio.. essere così ipocrita da dire che non mi piacesse… A chi non piace il potere?..,” Ma nega risolutamente di averne abusato e se lo ha fatto “ è stato solo per aiutare delle persone”.

Lo spazio non ci consente di approfondire l’attività di Murmelstein quando si chiudono i canali dell’emigrazione. Lui collabora ancora con Eichmann, per la realizzazione di Nisko, che doveva apparire come un piano di ripopolamento di ebrei , dove essi “gestivano l’intero programma delle partenze. Doveva risultare - racconta Murmelstein - che gli ebrei si deportavano da soli”.

Nel gennaio 1943 Murmelstein è a Terezin, una città costruita su di una maledizione e su di una finzione diabolica: essa doveva apparire come la città data munificamente in dono da Hitler agli ebrei. Murmelstein vi giunge come vicario del vicario del Decano del Consiglio Ebraico, e, dopo che i due precedenti decani saranno uccisi, nel dicembre del 1943 ne diventa l’ultimo decano. Si occupa con mano dura degli aspetti organizzativi del campo, della sua disinfestazione da tifo e da pidocchi e di creare un centro sanitario per anziani, e non è amato, anzi, lui dice, è “odiato e temuto” dagli altri prigionieri. La sua testimonianza parla molto della tragica sorte di chi lo ha preceduto nella direzione del campo e della difficile atmosfera esistente tra i detenuti e gli stessi rappresentanti del Consiglio. Murmelstein descrive così un arrivo di Eichmann a Terezin: “I miei due colleghi fecero in modo che non parlasse con me. Ma io ero responsabile dell’assistenza sanitaria. Se c’era qualche spiegazione da dare, io ero lì a prendermi le mie responsabilità. Vollero prendersi tutto l’onore di parlare con Eichmann. Non vollero farmi incontrare Eichmann. Temevano che noi due andassimo d’accordo e che a causa dei nostri rapporto passati, io parlassi male di loro”.

Ora se questo è, a larghe linee, il personaggio che appare nel libro di Lanzmann, esso anziché nei sommari giudizi dell’autore si colloca a pieno titolo di quell’analisi del prigioniero costretto a fare il funzionario, situato in quella zona grigia descritta da Primo Levi in pagine straordinarie, profonde, amarissime e mai superate di I sommersi e i salvati, che non sto a ripetere e a cui rimando il lettore. Credo anche, parafrasando Levi, che la sua storia non solo vada meditata con pietà e rigore, ma che il giudizio su di lui più che sospeso, possa anche assolutorio, e che la colpevolezza ricada tutta su quel regime che questo personaggio ha creato e manipolato. Il tema del collaborazionista ebreo suona falso, come insegnano anche studi recenti, perché non di un volenteroso collaboratore si tratta ma di una persona coatta che tenta la carta della sopravvivenza in condizioni disperate.

Con queste premesse agli altri due temi possono essere date risposte relativamente sbrigative ed unitarie.

L’Eichmann che appare nella testimonianza di Murmelstein è certamente un essere mostruoso, ma resta un burocrate squallido, corrotto, ignorante ed inefficiente, che non ha nulla di demoniaco, se a tale parola attribuiamo il valore semantico che gli è proprio, di principe del male, angelo decaduto, portatore di una sua tragica, grandiosa, grandezza negativa, ed esso appare perfettamente aderente a come lo ebbe a costruire e interpretare Hannah Arendt in mesi di osservazione e di ascolto ravvicinato nel processo di Gerusalemme, pagine che invito il lettore diligente a rileggere e a confrontare con il sommario e ingiusto giudizio di Lanzmann.

In una sola pagina del libro Murmelstein usa il termine demonio per definire Eichmann, ma lo usa del tutto a sproposito (pag.82). Vale la pena citarla: E in seguito qualcuno scrisse che “era un piccolo uomo banale”. Questa perla letteraria fu presentata nell’azione penale a Gerusalemme e lo fece apparire sotto questa luce. Lui era un demonio. Sa cosa mi disse dopo che… dopo il suo discorso, quando ci prese da parte? Gli chiesi:  <Come si può fare questo? Come facciamo? C’è gente che vive qui>. Cacciate a pedate il contadino polacco…. (si trattava del campo di Nisko che Murmelstein stava costruendo) Perdoni l’espressione, ma rispose proprio così. “Per istallarvi nella sua casa”. Disse così. Proprio queste parole.”

La figura di Murmelstein va quindi collocata nel suo contesto e nei suoi giusti limiti, riconoscendo come ingiusto, ma in parte comprensibile, il trattamento che la comunità ebraica di Roma e Israele gli hanno riservato, come ingiustificato il fatto che nel processo di Gerusalemme non si sia tenuto conto della sua fondamentale testimonianza oculare sulle violenze commesse da Eichmann nella notte dei cristalli. Poco attendibili e sospette invece appaiono le affermazioni di Murmelstein di aver ignorato sino al dopoguerra la realtà e le dimensioni dei campi di sterminio ed è strano che Lanzmann non abbia approfondito questa reticenza.

Emilio Jona

Claude Lanzmann, L’ultimo degli ingiusti, Skira, 2014, € 15

 

Pianta di Terezín


 

    

Share |