Mostre

 

I Mondi di Primo Levi

di Paola De Benedetti

 

La mostra in corso a Palazzo Madama illustra gli avvenimenti, i luoghi, le opere sia letterarie sia manuali, della vita di Primo Levi e racconta - sovente con la sua stessa voce attraverso le numerose interviste registrate - le sue esperienze e le considerazioni, le conclusioni che Primo Levi ne ha tratto.

L’itinerario inizia con “Carbonio” da Il sistema periodico, racconto illustrato da Yosuke Taki, artista giapponese che lavora in Italia, in cui il chimico e il letterato non sono distinguibili tra di loro: primo esempio della sintesi tra due dei tanti mondi di Primo Levi, mondi di vita vissuta e mondi creati dalla sua inesauribile curiosità e fantasia.

Gli studi, la “salita” in montagna, l’arresto, la deportazione, il lungo viaggio di ritorno, il suo lavoro di chimico, sono tappe della mostra, in cui si inseriscono la necessità di scrivere per testimoniare, la gioia di scrivere per trasmettere il suo misurarsi con esperienze diverse (lo ha commentato lo stesso autore nella presentazione di L’altrui mestiere:“ho seguito una via serpeggiante, annusando qua e là, e costruendomi una cultura disordinata, lacunosa e saputella. A compenso mi sono divertito a guardare il mondo sotto luci inconsuete, invertendo per così dire la strumentazione: a rivisitare le cose della tecnica con l’occhio del letterato, e le lettere con l’occhio del tecnico”), il divertimento di scrivere, di giocare con le parole, per condividere il frutto della sua fervida e ironica fantasia; e ancora la sua abilità manuale, espressa attraverso le sculture di animali che costruiva con filo di rame, scarto del suo lavoro in fabbrica.

È una mostra che tende - e riesce - a restituire a chi l’ha conosciuto e a raccontare per chi non ne ha avuto l’occasione una personalità fuori dal comune.

Sia consentito un appunto: quello che non è stato posto in rilievo nella complessa esperienza e personalità di Primo Levi è l’ebraismo. In un articolo di Anna Segre apparso tempo fa su questo periodico si individuavano tre ambiti attraverso cui analizzare l’influenza ebraica su uno scrittore ebreo: la condizione, l’ambiente e il linguaggio; nella mostra la condizione, l’identità ebraica di Primo Levi è data per scontata; del suo ambiente si trovano pochi riferimenti, che però avrebbero dovuto essere decrittati: le fotografie della famiglia (che potrebbero essere le fotografie di qualsiasi famiglia borghese del primo ‘900; nulla a che fare con gli antenati di “Argon”), le caricature che faceva Euge Gentili Tedeschi quando Primo Levi, appena laureato, viveva a Milano con un gruppo di amici (ma non vi è alcun accenno al fatto che questi amici fossero tutti ebrei che condividevano l’esperienza di essere diventati cittadini di serie B); per quanto riguarda il linguaggio non si trovano nella mostra riferimenti all’ebraismo, eppure se ne sarebbero potuti trovare numerosi nelle poesie, nel Sistema periodico, in Se non ora, quando?; lo si nota ancora di più dopo aver trovato riportate in evidenza le espressioni in gergo “meccanico-piemontese” che commentano La chiave a stella.

Ho visto la mostra un pomeriggio a metà settimana: non mi sarei aspettata di trovare tanti visitatori, che costringevano a volte a fare la coda per soffermarsi davanti a un pannello.

Paola De Benedetti

 

                   

Il vagone in Piazza Castello e percorso iniziale della mostra
(foto di Sergio Franzese)