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Per Israele

 

In questo numero raccogliamo molte voci preoccupate per Israele e per il suo futuro come stato democratico. E, come sempre nelle abitudini di Ha Keillah, queste voci arrivano soprattutto dai nostri collaboratori israeliani o da persone che hanno recentemente trascorso molto tempo in Israele.

Dall’Italia leggiamo queste notizie con angoscia e apprensione, e contemporaneamente proviamo altrettanta angoscia e apprensione per troppe cose che si leggono e si ascoltano a casa nostra. Accuse contro Israele sempre sopra le righe, sempre colme di informazioni false o distorte, sempre sproporzionate rispetto a ciò che si dice e si scrive di qualunque altro Paese. Campagne di boicottaggio che sono arrivate a coinvolgere (anche se fortunatamente in maniera limitata) le nostre università, mentre contemporaneamente nessun boicottaggio colpisce molti Paesi non democratici che ignorano ufficialmente i diritti umani.

Nulla di nuovo, certo; ma in un contesto mediorientale (e non solo) che diviene di giorno in giorno sempre più terrificante la sproporzione e l’assurdità di un’attenzione puntata in modo maniacale solo contro Israele diventa di giorno in giorno più scandalosa: se, per esempio, dieci anni fa qualcuno avesse affermato che gli abitanti palestinesi della Cisgiordania stavano peggio dei siriani, forse non avrebbe avuto platealmente ragione, ma neppure platealmente torto (se non altro, si sarebbero potuti confrontare una serie di pro e di contro da entrambe le parti). Oggi non avrebbe neppure senso porsi questa domanda: gli abitanti della Cisgiordania non stanno affatto meglio (anzi, probabilmente stanno peggio), ma la situazione in molti Paesi circostanti si è drammaticamente deteriorata, per cui la solidarietà verso i palestinesi da parte di chi ignora stragi e genocidi a poche centinaia di chilometri di distanza si dimostra ogni giorno più inspiegabile, o, meglio, spiegabile solo con l’antisemitismo.

Anche qui niente di nuovo: il confine tra antisionismo e antisemitismo è sempre stato labile. La novità degli ultimi anni, però, che dimostra la mancanza di buona fede di molti critici di Israele, è la Giornata della Memoria: non solo fioccano i soliti vecchi discorsi sulle vittime che diventano carnefici, ma è invalso l’uso di invocare una sorta di par condicio per cui non sarebbe politically correct parlare di Shoah senza contemporaneamente parlare delle sofferenze dei palestinesi. Un discorso così diffuso da entrare a far parte dei modi di pensare comunemente accettati e condivisi, fino a contagiare anche persone normalmente ragionevoli; eppure, diciamocelo una volta per tutte: è un discorso completamente insensato. Quando mai parlando di un evento storico si invoca il dovere di menzionare un altro evento storico? Quando parliamo del Risorgimento ci sentiamo forse in dovere di citare la Guerra di Secessione o la conquista del West con i conseguenti massacri di indiani? Eppure avrebbe forse leggermente più senso, perché almeno si tratterebbe di fatti avvenuti più o meno negli stessi anni. Ancora più insensato che si invochi questa assurda par condicio, poi, se si tiene conto che la Giornata della Memoria rievoca, in parte, crimini commessi in Italia da italiani: è ridicolo che sia necessario giustificare il fatto che un Paese debba riflettere sulla propria storia e sui propri errori più che sulla storia e sugli errori altrui. Ma forse il problema è proprio questo: le responsabilità italiane appaiono meno pesanti se si dimostra che le vittime in fin dei conti non erano poi così buone e innocenti come vogliono far credere. Quindi non si tratta di essere solidali con i palestinesi (che, infatti, quando vengono massacrati da qualcun altro non interessano a nessuno), ma di liberarsi dei propri più o meno consapevoli sensi di colpa.

Dunque anche la Giornata della memoria ci crea gravi problemi: da un lato dobbiamo difendere il diritto e il dovere di raccontare una storia specifica, avvenuta in un certo luogo e in un certo tempo, evitando sovrapposizioni, confusioni e banalizzazioni; dall’altra parte, però, dobbiamo anche far capire che il ricordo della Shoah non è un favore fatto agli ebrei. Dunque, in primo luogo anche gli ebrei dovrebbero evitare (e invece non sempre lo fanno) di tirar fuori la Shoah a sproposito. Ma, se vogliamo che la memoria sia viva, è anche necessario far capire che la storia della Shoah serve anche per riflettere sull’oggi. Non perché i fatti siano simili, ma perché, pur tra le abissali differenze, talvolta sono analoghi i problemi che si pongono di fronte ai singoli individui e ai singoli stati: per esempio, i profughi e i respingimenti. E qui si tratta di trovare un equilibrio delicatissimo tra il rispetto della realtà storica con la sua specificità e la necessitò di non chiudere gli occhi davanti ai problemi di oggi. Tra l’altro, anche questo può essere un mezzo per far capire che la Shoah non è un affare privato degli ebrei.

Chiarito tutto questo, e riconoscendo la massiccia presenza dell’antisemitismo in quasi tutti i discorsi su Israele, resta il fatto che i problemi di Israele evidenziati in questo numero dai nostri collaboratori sono indubbiamente gravi e non è possibile ignorarli. Non c’è dubbio che lo Stato di Israele sia molto più democratico di quanto affermato dai suoi denigratori; e non c’è il minimo dubbio che sia anche molto più democratico di tutti i Paesi che lo circondano. Ma questo non significa che non ci si debba preoccupare per i rischi di una deriva autoritaria, o per i tentativi di ostacolare e delegittimare le voci critiche interne.

Dal 1948 Israele è sempre stato in pericolo, è sempre stato circondato da nemici, è sempre stato soggetto a campagne denigratorie assurde. Se queste circostanze potessero essere usate come pretesto per porre freni e limitazioni al dibattito interno allora questo avrebbe dovuto accadere fin dal 1948. Invece sappiamo benissimo che non è stato così: nei suoi quasi 68 anni di vita Israele ha sempre accettato il dissenso interno, ha sempre dato spazio alle voci critiche. E questo non si è rivelato affatto un fattore di debolezza ma di forza.

 

HK

Vashtì e Assuero - Disegno di Lele Luzzati

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