Prima pagina

 

Israele: la memoria rovesciata

di Giorgio Berruto

 

Esiste un nesso tra la Shoah e la nascita dello stato di Israele? Ovvero tra i due poli che oggi sono avvertiti dalla maggior parte delle persone, ma anche da numerosi ebrei, come i pilastri costitutivi dell’identità ebraica? È opinione diffusa che la creazione dello stato di Israele sia stata dettata dal senso di colpa degli europei all’indomani della Shoah. Diffusa, ma falsa. Non solo perché il senso di colpa nei confronti degli ebrei che una vulgata accomodante vorrebbe presente in Europa dopo il 1945 è ampiamente sopravvalutato, ma anche perché la creazione dello stato di Israele è stata frutto di un percorso che affonda le proprie radici nell’Ottocento. Elemento, quest’ultimo, che peraltro viene tralasciato spesso e volentieri per minare la ragion d’essere stessa di Israele, privando lo stato di profondità storica e interpretandolo così come un corpo estraneo in seno al Medio Oriente arabo-musulmano.
Al contrario, come talvolta è stato fatto notare, la nascita di Israele è avvenuta non grazie, ma nonostante la Shoah, che ha drammaticamente svuotato di due terzi il bacino demografico a cui si rivolgeva il progetto sionista. Ma, in modo solo apparentemente paradossale, sono stati gli stessi leader dello Yishuv prima, e dello stato poi, ad avallare il legame tra i due termini, la Shoah e Israele, instaurando talvolta tra di essi una esplicita consequenzialità: la distruzione dell’ebraismo europeo, nella teologia secolarizzata dei fondatori, diventava la prova della superiorità del progetto sionista e una tappa verso la costruzione di un paese nuovo per persone nuove.

Eppure credo che un nesso tra Shoah e Israele ci sia. Non una relazione di causa-effetto, ma un nesso sì. O, per meglio dire, sono convinto che la prospettiva vada rovesciata: non è la Shoah ad aver condotto alla nascita di Israele, ma è questo secondo che nel rapportarsi alla prima ha cercato giustificazione della propria stessa esistenza. Da questo punto di vista, evidentemente, è Israele a precedere la Shoah, e non il contrario. In Israele, l’eredità di Auschwitz ha cominciato presto a subire strumentalizzazioni. Nel gennaio 1952, durante la discussione sulle riparazioni offerte dalla Germania federale, Menachem Begin di fronte alla Knesset tuonava contro il governo laburista, accusandolo di volere “un nuovo genocidio degli ebrei”. Similmente fa oggi l’erede ideale di Begin, Netanyahu, agitando lo spettro di una “nuova Shoah”, magari frutto dell’atomica iraniana, per evidenti fini di consenso. E tutti noi non dovremmo dimenticare i cartelli e gli slogan con cui, poco più di venti anni or sono, settori non trascurabili della destra israeliana ritraevano Ytzhak Rabin nei panni di SS. Ma di esempi simili se ne potrebbero portare migliaia. Tengo a sottolineare, però, che la trasformazione della Shoah in un mantra è dovuto in primo luogo all’accerchiamento in cui Israele si è trovata dal 1948, e del quale non sembra tuttora all’orizzonte la fine. Un accerchiamento reale che ha portato a una percezione costante di instabilità, che si è trasformata in panico allorché il persistente rifiuto arabo è stato percepito, non a torto, come esplicita volontà di annientamento. Emblematiche in questo senso le settimane di angoscia che hanno preceduto la guerra dei sei giorni o i primi momenti convulsi di quella del Kippur: due casi in cui molti israeliani hanno ritenuto, a torto o a ragione, che stessero per riaprirsi i cancelli di Auschwitz.

È stato sulla formula shesh milion, sei milioni, ripetuta all’infinito, che il settimo ha edificato lo stato. I fondatori, e in particolare la leadership laburista che fino alla metà degli anni settanta è stata al governo, hanno sfruttato lo spazio di soli tre anni trascorsi tra la conclusione dello sterminio e la proclamazione dello stato per legare i due eventi con una evidente forzatura. Israele divenne quindi, nel programma del sionismo, l’alternativa alla Shoah, il luogo esclusivo dove una resurrezione era possibile, l’opposto speculare alle tenebre del ghetto e alle fiamme del lager. In questo senso la Shoah, per gli ebrei israeliani più ancora che per quelli europei, non è mai finita. Israele ha rivendicato, discutibilmente, un ruolo guida dell’intero mondo ebraico, che vorrebbe vedere nel percorso di aliyah una ascensione redentrice: carattere, questo, che da sempre vede uniti Likud e partito laburista, da Ben Gurion a Netanyahu. A suggellare questa preminenza si erge a Gerusalemme il monumento che vuole essere, e di fatto è, il centro gravitazionale della nazione: Yad Vashem. Questo è il luogo da cui Israele trae consenso di fronte agli altri stati, e per questo è tappa obbligata per qualsiasi politico in visita. Ma è anche il luogo in cui Israele cerca consenso di fronte a se stessa e agli ebrei di tutto il mondo. Chi non è stato colto da un fremito quando, dopo aver percorso le tortuose sale del memoriale, si è trovato, all’uscita, di fronte allo straordinario panorama delle colline boscose di Gerusalemme, una delle più straordinarie realizzazioni che Israele ha compiuto nella propria giovane storia? Quali simboli più potenti di morte e redenzione? A fianco di Yad Vashem, ma in posizione sopraelevata e verso oriente, sorge il cimitero nazionale con le tombe di Herzl, di fondatori dello stato e dei soldati uccisi a sua difesa. In alto e verso oriente: una disposizione che lascia intuire un legame necessario, una teologia della redenzione. Ancora in questa direzione va l’acclamato film Schindler’s List (1993) di Steven Spielberg: nel finale il bianco e nero lascia il posto al colore, mentre vediamo gli ebrei salvati da Schindler, con i loro discendenti, in marcia verso oriente, verso Gerusalemme sulle note di Yerushalaim shel zahav, la canzone di Naomi Shemer che la narrativa israeliana ha reso simbolo della “vittoria”, anzi del “miracolo dei sei giorni”, quasi a suggellare una seconda, prometeica creazione del mondo. Anche in questo caso, una teoria di suggestivi emblemi di redenzione.

Nei primi anni dello stato, però, la teologia redentrice, o almeno rigeneratrice, era coniugata in un contesto ideologico solido e in buona misura condiviso: il sionismo. Per questo negli anni cinquanta la memoria della Shoah era sì onnipresente, ma non aveva volti, eccetto quelli dei pochi che si erano ribellati, morendo con le armi in pugno: i rivoltosi dei ghetti e quelli di Varsavia soprattutto. A essi guardava il giovane stato come a modelli, mentre intorno alle centinaia di migliaia di invisibili sopravvissuti aleggiava lo spettro della colpa: di non aver creduto anzitempo al sionismo, di non aver combattuto, di essersi fatti condurre “come pecore al macello”, oppure semplicemente di essere rimasti vivi. Eppure, anche questo era funzionale al disegno di rifondazione del popolo ebraico e alla ricerca di un nuovo umanesimo globale cui il sionismo reale anelava.
Oggi molto è cambiato. Le vittime hanno un volto, hanno un nome. Non più condannati al silenzio, i superstiti sono testimoni ascoltati, spesso autentici oracoli della memoria. Sono trasformati in “martiri”, lo vogliano o no, in monumenti viventi da mostrare durante la giornata del ricordo, da condurre nelle scuole, da accompagnare ai ragazzi durante i viaggi della memoria. Sono eroi. Quello che ne determina il merito, in questa nuova narrazione, non è essere sopravvissuti, ma essere stati perseguitati. E per questo, insieme ai sei milioni di assassinati, sono venuti a plasmare il cardine identitario di Israele.

Ho il sospetto che questo slittamento, che mi sento di definire in tutti i sensi fondamentale, sia da ricondurre all’interno del mutamento di paradigma di riferimento cominciato negli anni sessanta e sviluppatosi pienamente più avanti: dal sionismo al nazionalismo. L’Israele di oggi, in cui il sionismo non esiste più come cultura di riferimento (o almeno non nel senso in cui lo intendevano i suoi primi teorici e la generazione dei fondatori), vive pienamente nell’era del testimone-vittima. Il rischio dell’identificazione degli ebrei israeliani con le vittime della Shoah è perciò grande, e può portare ad accrescere l’idea, già ampiamente diffusa, di vivere soli, completamente soli e universalmente odiati. È un rischio che può condurre ad affermare un pericoloso messianismo realizzato, oppure a trincerarsi sulla propria rocca e sulle proprie posizioni, forse ritenendo che Masada sia stata una vittoria. Un errore di incalcolabile portata: Masada è stata una sconfitta, lo è sempre stata. Lo è ancora. Oggi in Israele vivono sei milioni di ebrei: sulla loro strada si staglia ancora un numero, finalmente eguagliato: shesh milion. C’è ancora il passato lungo il cammino verso il futuro.

Giorgio Berruto

Share |