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Di fronte all’insurrezione dei giovani palestinesi

di Rimmon Lavi

 

Sia nei giornali e in innumerevoli programmi delle varie reti televisive israeliane, sia nell’ultimo numero di Ha Kehillah sono presentate analisi profonde delle circostanze mondiali, regionali e locali che possono spiegare l’atmosfera più che le cause dirette dei recenti attacchi omicidi (e praticamente quasi sempre predisposti al suicidio) di ragazzi e ragazze palestinesi nel secondo decennio di vita, dei quali non si vede la fine. L’istigazione e il culto dei martiri tra i palestinesi promuovono certamente imitazione di tali atti d’odio etnico più che religioso, ma, appunto, non basta accusarli come unica fonte dell’attuale e periodico scoppio di violenza.

Di fronte a ciò che succede all’interno del mondo arabo e islamico e nelle sue ripercussioni sia di atti di terrore sia di tensioni economiche, culturali, demografiche e religiose in tutti i cinque continenti, le accuse rivolte in Occidente sproporzionatamente solo verso Israele, quale ultimo baluardo del colonialismo, sono tinte spesso d’ipocrisia, a volte d’antisemitismo latente, e persino d’inconscia reazione liberatrice dal peso della responsabilità del mondo cristiano nella persecuzione millenaria.

Oso pur sempre proporre alcune osservazioni in complemento alle analisi di Sergio Della Pergola, di Giorgio Gomel e di Reuven Ravenna, cercando d’individuare crepe nel circolo vizioso di accuse reciproche. Quindi non aggiungo a quanto giustamente si può dire dei palestinesi e dell’Islam, ma scrivo da israeliano, e come tale mi sento responsabile delle azioni, o mancanza d’azione, del mio governo e dell’atmosfera nella società civile di cui sono parte. Se fossi palestinese rivolgerei la mia critica e la mia attenzione anzitutto verso le autorità e la società palestinese. Peraltro a breve termine pare utopica la ricerca di soluzioni del conflitto centenario, anche se promosse all’interno delle società israeliane e palestinesi, o da improbabili e non coordinate per ora pressioni esterne. Troppi sia tra noi israeliani sia tra i palestinesi si specializzano a mostrare i torti maggiori del nemico, e ultimamente anche a “provare” false, o meno antiche e sacre, le basi storiche dell’identità nazionale uno dell’altro, come se ciò annullasse la realtà attuale dei due popoli in urto sanguinoso, o potesse giustificarne unicamente le proprie rispettive aspirazioni e cancellare quelle altrui.

Anche se le previsioni demografiche, la ricchezza, pur ultimamente ridotta, dei paesi arabi, e gli interessi internazionali meno sono favorevoli a Israele, bisogna essere coscienti che sul piano locale i rapporti di forza tra Israele e i palestinesi sono tali da imporre molto maggiore responsabilità a Israele, tanto più se si considera maggiormente sviluppata, democratica, morale e civile: ciò vuol dire anzitutto che tocca a noi fare meno sbagli, meno atti controproducenti, e cercare di creare condizioni migliori per il futuro. Tanto più che Israele ha già dietro di sé 68 anni d’indipendenza e di sovrastrutture nazionali, mentre i palestinesi sono ancora in una situazione pre-statale, senza esperienza di vera responsabilità civile e immersi ancora nel processo di formazione e di lotta irredentista. È vero che è stata la loro scelta, avendo gli arabi nel 1947-48 rifiutato di creare lo stato palestinese proposto dall’ONU a fianco d’Israele, ma questa è la realtà odierna, e bisogna tenerne conto, quando ci si stupisce della reticenza a trattative dirette tra due parti talmente ineguali: tutte le “carte” sono in mano d’Israele, che continua a creare unilateralmente nuovi dati di fatto, in parte irreversibili, nei territori occupati dal 1967, da più di due terzi degli anni della sua esistenza nazionale indipendente.

Si deve prendere coscienza delle enormi differenze storiche, culturali, economiche, religiose, sociali e giuridiche. Assurdo cullarsi nell'illusione di una presunta uguaglianza fra tutti i popoli e tutte le nazioni, se soltanto lo si dichiara. Ma è interesse di un Israele lungimirante (come di tanti paesi sviluppati) ridurre le tensioni etniche e religiose attraverso uno sviluppo economico che diminuisca la diseguaglianza attuale, invece di conservarla o di aumentarla. Invece purtroppo ogni ondata di violenza fornisce un’ottima scusa all’immobilismo del governo, per non “premiare il terrore” con qualsiasi iniziativa di conciliazione. Mentre nei periodi di calma relativa il pubblico e i politici nazionalisti non vedono nessuna necessità di provocare ardui dibattiti interni su “inutili” proposte che minaccino l’effimero equilibrio del già quarantottenne status quo coloniale.

Ogni movimento irredentista o di rivoluzione sociale, dall’insurrezione americana in poi, è stato caratterizzato anche da azioni violente contro la potenza estera o i gruppi al potere, definite sempre da questi come atti di terrore. Anche se condanniamo unanimemente qualsiasi violenza diretta contro la popolazione civile, non possiamo definire “terrore” azioni contro le forze armate e di sicurezza destinate a perpetuare l’occupazione o impedire l’indipendenza del gruppo etnico o nazionale. Mio figlio è ufficiale di riserva nell’IDF, e lo dico con dolore, ma un attacco, che naturalmente non posso e non voglio certo assolvere, contro soldati, poliziotti e agenti di sicurezza israeliani non può essere equiparato, come fanno tutti i politici israeliani, tutti i giornalisti e tutto il pubblico ebraico in Israele e nella Diaspora, ad atti di terrore contro civili. E bisogna ricordarsi che i coloni ebrei nei territori occupati sono armati dall’esercito a propria difesa e la loro presenza armata fa parte del meccanismo coloniale. Meccanismo che, tra l’altro, considera tutte le terre demaniali (o confiscate o senza proprietà registrata o vendute attraverso intermediari ad ebrei, dopo essere state precluse militarmente all’uso civile arabo) come destinate esclusivamente agli ebrei, già presenti o da insediare eventualmente nel futuro.

Molti si lamentano dell’assenza di voci moderate tra i Palestinesi, come invece Shalom Achshav in Israele. Ma questo è tipico in tutti i processi di insurrezione nazionale: anche voci moderate vengono dichiarate sovversive, espulse o imprigionate dal potere (spesso considerate più pericolose degli estremisti), mentre tra la popolazione insorgente sono considerate deboli, collaborazioniste e sono persino attaccate come traditrici della causa nazionale. Anche Mazzini era stato dichiarato sovversivo terrorista dagli austriaci e pure dai Savoia, e così Mandela, Kenyatta e tanti altri, per non ricordare Begin e Shamir.

Ciò che mi preoccupa molto è il fatto che qui in Israele ci stiamo abituando alla nuova situazione del “terrore dei giovani”, pur non organizzato, all’interno dei Territori e della Gerusalemme ufficialmente ma artificialmente unificata. Incominciamo a considerarlo parte della cronaca quotidiana e della realtà inevitabile della vita moderna, come gli incidenti stradali, come le donne uccise per “onore”, come i reati comuni e, chissà, come i politici corrotti. Aumentiamo sempre più le misure e le forze di sicurezza, le fortificazioni attorno alle colonie e sulle strade usate dai coloni, separandole quanto possibile da quelle per i locali, rinnovando posti di blocco che rendono la vita dei palestinesi sempre più difficile e aumentano il risentimento popolare. Cioè si parla, anche esplicitamente, sia da parte della destra di Netanyahu al potere, sia dall’opposizione cosiddetta di centro sinistra di Herzog, solo di come sviluppare muri di separazione e geniale tecnologia di difesa più alte verso il cielo e profonde sotto terra, contro missili, eventualmente nucleari, tunnel e ragazzi col pugnale, tutte minacce equiparate tra di loro, (ricordando sempre l’Olocausto), ma a cui ci si deve abituare, continuando la vita “normale”, finché gli arabi in particolare e l’Islam in generale si convinceranno che non siamo una realtà transitoria come i Crociati. Jabotinski negli anni ’30 aveva proposto la strategia del Muro di Ferro, ma nello stesso tempo voleva vera democrazia e uguaglianza tra arabi ed ebrei all’interno dello stato. Invece in Israele solo gli esperti dell’esercito e dell’Intelligence propongono azioni che forse potrebbero alleviare il giogo dell’occupazione e promuovere forze economiche e civili moderate tra i palestinesi - ma sono sempre bloccati dai politici che seguono e rinforzano le tendenze xenofobe e le voci di vendetta nei gruppi che controllano l’elettorato ebraico. Chi oggigiorno può credere possibile isolarsi in un ghetto volontario, come” una villa nella giungla” (Ehud Barak), dalle “bestie feroci” (Bibi) che ci circondano?! L’unica differenza è che la destra vuole includere all’interno del recinto fortificato tutti i territori dal mare fino al Giordano, con la speranza implicita in miracolosa sparizione degli arabi, mentre il capo dell’opposizione propone di includerci solo l’Israele fino al 1967 e i gruppi di colonie più popolate. Anche la destra più attivista, forte pure all’interno del partito del primo ministro, non propone altro che la mano sempre più dura nei territori e contro le autorità palestinesi, rioccupare la striscia di Gaza con quasi due milioni di arabi, espellere dal parlamento deputati arabi israeliani, demolire case delle famiglie dei pugnalatori, espellere o annullare la cittadinanza a residenti autoctoni che non giurino fedeltà allo stato ebraico e democratico, e ultimamente annullare la riduzione di tasse per donazioni ad organizzazioni umanitarie come “Medici senza frontiere”, per impedire loro di agire e testimoniare.

La disinformazione palestinese, divulgata da molti giornalisti esteri, presenta ogni attacco di giovani palestinesi che si conclude con la morte di essi come un’esecuzione a sangue freddo (a volte persino con l’insinuazione che il coltello, anche se documentato dalle fotocamere di sicurezza, sarebbe stato aggiunto come pretesto). La verità è che, eccetto rare, per fortuna, reazioni di linciaggio popolare, le forze dell’ordine hanno semplicemente paura che oltre al pugnale ci sia il pericolo dello scoppio di una bomba suicida, come nella seconda intifada: il capo di stato maggiore ha rinnovato gli ordini di adeguare la reazione alla necessità di bloccare il pericolo e l’attentatore, senza che ciò debba finire in ogni circostanza con la sua morte - ma un deputato ha osato accusarlo di contravvenire al “sacro” precetto ebraico “chi viene per ucciderti, anticipa ad ucciderlo”!

 Negli ultimi tempi mi terrorizza sempre più il pensiero che anche in Israele (e in Palestina) si ripeta il processo inevitabile per tutte le nazioni etniche che ottengono l'indipendenza, o si formano dalla rivoluzione francese in poi: prima o poi tutte passano per uno stadio d'estremismo nazionalistico, xenofobo, più o meno totalitario, più o meno lungo, e ne escono solo dopo un disastro. Pensate alla Francia, all’Italia, alla Germania, alla Grecia, per non parlare dell’Africa post-coloniale. Mi sembra che le uniche nazioni che non hanno passato questo stadio siano la Repubblica Ceca e la Slovenia, ma forse solo grazie all'occupazione prima tedesca e poi sovietica o serbo-croata. Io speravo che il mio popolo, che più di tutti gli altri ha sofferto direttamente e per lunghissimo tempo della xenofobia e del razzismo, sempre fiorenti e sfruttati nei regimi totalitari più che in quelli democratici, sapesse evitarne lo sviluppo al suo interno. Purtroppo non ne sono sicuro, in questi giorni, quando persino il famoso detto di Hillel il Vecchio “Non fare al tuo prossimo ciò che ti è odioso” viene spiegato come se il “prossimo” fosse soltanto un ebreo.

Rimmon Lavi

Gerusalemme, 19 febbraio 2016