Israele

 

Gli arabi israeliani e il problema identitario

di Giuseppe Gigliotti

 

La provocatoria visita effettuata dai deputati arabi della corrente Balad ai parenti di terroristi palestinesi ha indubbiamente sollevato un polverone mediatico e politico in Israele. Pressoché ignorata dai media israeliani e filo-ebraici è stata invece l'importante serie di visite, effettuate da Ayman Odeh ed Ahmad Tibi (della Lista Araba Unita)  nei templi della democrazia statunitense. Con questa serie di atti volutamente simbolici la leadership araba israeliana sembra aver inaugurato un’ulteriore fase in quell'internazionalizzazione dello scontro con Israele, avviata dai leader delle ONG arabe nell'infame conferenza di Durban del 2001. Chiunque abbia seguito le mie riflessioni concernenti questa minoranza sarà consapevole della mia scarsa simpatia per i metodi e gli obiettivi perseguiti dalla sua leadership. Tentare d'imporre il suicidio nazionale alla maggioranza etnica non è certamente il metodo migliore per migliorare il proprio status, specialmente laddove si sia generalmente tacciati di slealtà. E tuttavia, a dispetto di simili riserve, i reggenti le sorti d'Israele, ed in primis Benjamin Netanyahu, dovrebbero prestare maggiore considerazione a simili attività. Perché, se la leadership araba israeliana è destinata a fallire nel perseguimento dei suoi deliri, le sue attività lobbistiche stanno ciò nonostante evidenziando contraddizioni che Israele non può continuare ad ignorare. Volendo ridurre la questione in termini semplici, se lo Stato sorto nel 1948 deve continuare ad esistere, la sua natura dovrà essere necessariamente così ebraica? Sotto tale profilo, le critiche della comunità araba sono difficilmente confutabili. Anche trascurando il fatto che la visione di due Stati per due popoli è di fatto divenuta minoritaria nei partiti di maggioranza (minando in tal modo la giusta teoria espressa a suo tempo da Tzipi Livini, secondo cui se gli arabi-israeliani volessero esprimere la propria identità nazionale dovrebbero guardare ad uno Stato Palestinese), il modello democratico adottato da Israele è difficilmente destinato a trovare consenso in Occidente, nel medio e lungo periodo. Nessun dubbio che lo Stato ebraico continui a garantire livelli di libertà sconosciuti nel Medio Oriente. Quel che si tende a dimenticare è però il fatto che, per la maggioranza della popolazione, la difesa del carattere ebraico tende a legittimare pratiche ed opinioni che, se praticate altrove, sarebbero immediatamente bollate come antidemocratiche. Si pensi alla legge per la Cittadinanza e l'Ingresso in Israele, reiterata di recente, o a quella autorizzante appositi comitati a negare il diritto di residenza nelle comunità di piccole dimensioni a soggetti ritenuti non amalgamabili nel tessuto locale. Simili leggi, chiaramente confliggenti con elementari principi di democrazia, hanno ciò nonostante riscosso l'approvazione dell'opinione pubblica, esattamente perchè presentate come rimedi contro il presunto "pericolo demografico" rappresentato dai cittadini arabi. Simili considerazioni non hanno risparmiato nemmeno l'unica comunità araba legata da "un patto di sangue" al popolo ebraico: la proposta di accogliere un numero simbolico di rifugiati siriani, presumibilmente Drusi del Golan Siriano, avanzata l'estate scorsa da Isaac Herzog, è stata sbrigativamente liquidata dall'estabilishment israeliano come impossibile, poiché comportante il rischio di un suicidio nazionale. Nè tale atteggiamento è limitato alla sola minoranza araba: i profughi provenienti dal Sudan o dall'Eritrea continuano a fronteggiare un'ostilità non minore, legata anch'essa al fattore demografico, mentre l'opposizione al matrimonio con non ebrei (non necessariamente arabi) costituisce un principio accettato persino dalla maggioranza dei laici. A complicare ulteriormente la posizione israeliana vi inoltre è il fatto che il principale argomento avanzato nei confronti di tali critiche, secondo cui uno Stato sovrano è titolato a regolare come meglio creda le proprie politiche interne, non tiene assolutamente conto del legame esistenziale instaurato sin dall'origine con le comunità della Diaspora. Se, come comprovato dall'automatico meccanismo della Legge del Ritorno, Israele appartiene ad ogni ebreo di questo mondo, è allora legittimo per gli osservatori esterni comparare le scelte identitarie adottate in Israele con quelle fatte proprie dalla Diaspora. E poichè queste ultime hanno da sempre svolto un ruolo decisivo nella costruzione di uno Stato neutro, l'immagine d'Israele non può che uscire irrimediabilmente macchiata da un simile confronto. Il punto in questione è troppo complesso per costituire oggetto di approfondimento in questa sede. È però opportuno sottolineare che il crescente successo riscosso tra i giovani ebrei americani da Jewish Voice for Peace (un'organizzazione non a caso spesso operante in partnership con la radicale ONG araba-israeliana Adalah) non è necessariamente da imputarsi all'odio di sè, spesso evocato dai media israeliani. Una generazione cresciuta nel mito del Tikkun Olam (riparazione del mondo) e del ruolo svolto dai nonni nel corso delle battaglie per i diritti civili ben difficilmente potrà non essere tentata dal modificare le ingiustizie di uno Stato, ritenuto parte del proprio patrimonio identitario. Simili contraddizioni sono ben chiare agli occhi della leadership araba in Israele, e spiegano la particolare cura dedicata alla promozione della propria causa in lidi stranieri. In conclusione, il sogno di un’Israele binazionale, quale prima tappa per il suo sradicamento, ha speranze pressoché nulle di essere volontariamente accettato dalla maggioranza ebraica. Ma, l'inesorabile crescita politica dei fautori di uno Stato unico tra il Mediterrano ed il Giordano, unita al sempre più fallimentare bilanciamento tra l'ebraicità e la democraticità del carattere nazionale, rischiano nel lungo periodo di realizzare i peggiori incubi israeliani. Sul punto non devono esserci dubbi: col permanere di tali condizioni, è poco probabile che l'opinione pubblica occidentale non finisca ad un certo punto per richiedere ad Israele quell'incremento di democraticità che le comunità ebraiche hanno visto garantirsi nell'ultimo mezzo secolo. Illudersi, come pure molti israeliani fanno, che in nome di un presunto debito di coscienza legato alla Shoah l'Occidente possa esentare Israele da tale mutamento dimostra solo una volenterosa cecità con riguardo al dibattito in corso sul valore del multiculturalismo o, su un altro versante, sul limite dell'antisemitismo quale inibitore a legittime critiche d'Israele. In questo contesto, Israele verrà allora posta innanzi alla scelta tra il rimanere parte della famiglia occidentale, ed il mantenere inalterato il proprio carattere ebraico. E, a dispetto della vitalità dell'ideologia sionista, v'è da dubitare che essa possa uscire vincitrice da tale scontro.

Giuseppe Gigliotti

Ester alla corte di Assuero - Disegno di Lele Luzzati

 

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