Europa

 

Integrazione, assimilazione e comunitarismo (1)

 di Gianni Diena

 

Questo articolo riprende una conferenza che ho avuto occasione di fare qualche settimana fa e penso che il testo risenta di questo peccato originale. Ho preferito, però, mantenere lo spirito che mi aveva animato al momento della sua stesura e che mi ha aiutato a sviluppare un argomento evocato rapidamente nel mio articolo di febbraio 2015 scritto a seguito degli attentati di Charlie Hebdo e dell’Hypercasher.

La problematica dell’integrazione e dell’assimilazione è un tema che diventa sempre più importante all’interno della società francese, ma - con mia grande disperazione - senza che si arrivi ad una pur semplice chiarificazione. In effetti la parola “integrazione” è poco utilizzata e la grande maggioranza adopera, soltanto e a sproposito, la parola “assimilazione”, fatto che non semplifica la discussione.

 La forte spinta dell’Islam e le posizioni prese dalle sue frange estremiste rimettono oggi in discussione gli equilibri che, anche se imperfetti, avevano almeno il merito di esistere tra la maggioranza della popolazione francese e le sue diverse minoranze (soprattutto, ma non esclusivamente, religiose). Sarebbe troppo lungo evocare questi “equilibri” o - se preferite - questi “adattamenti” o “accomodamenti” che vanno dalla scuola, al posto di lavoro, agli ospedali, ai luoghi pubblici, ....

 

Una piccola precisazione preliminare

Il titolo del mio articolo è « Integrazione - Assimilazione - (e Comunitarismo)” con le parole “e comunitarismo” tra parentesi. Certamente non per ridurne l’importanza, ma perchè parto dal principio che il comunitarismo deriva da una cattivissima interpretazione e confusione delle due parole “integrazione” e “assimilazione”. O, allora, siamo nel comunitarismo puro e duro e, dunque, nel rifiuto sistematico di ogni interpretazione, cioè nel rifiuto sistematico e preliminare di qualsiasi discussione per questioni religiose, politiche o semplicemente dogmatiche. Non sarete sorpresi, dunque, se evoco il “comunitarismo” soltanto alla fine del mio articolo.

 

Fatte le precisazioni, entriamo nel vivo dell’argomento.

Recentemente ho avuto l’occasione di leggere un articolo nel quale era posta la domanda “Uguaglianza e differenza, uguaglianza e alterità (assimilazione o comunitarismo: una terza strada è ancora possibile?)”. L’articolo in questione non dava nessuna risposta, non essendo quello l’argomento principale. Alla lettura di quella domanda, devo ammettere che ho sentito un tuffo al cuore!!

Ma come? Come è ancora possibile porsi la domanda se vi sia una terza strada tra il comunitarismo e l’assimilazione? Certo che esiste : si può persino dire che è una strada maestra, è sufficiente aprire bene gli occhi … ed il cervello. Purtroppo la stragrande maggioranza delle persone non vuole vederla per ipocrisia, per calcolo politico, per settarismo, per un falso processo alle intenzioni, o per il fatto - semplicemente - d’essere ottuso.

 Penso di essere una persona relativamente calma che cerca, dico bene «che cerca», di tener conto delle contingenze, ma vi sono degli argomenti sui quali ho difficoltà - ed è un eufemismo - a trattenermi: l’argomento dell’assimilazione e dell’integrazione è un ottimo esempio, ed il fatto che nella domanda, la parola “integrazione” non fosse neppure menzionata, mi fatto reagire seduta stante.

 Perché non vi siano ambiguità, il mio scopo non è quello di parlare del processo d’assimilazione e d’integrazione, ma quello di sottolineare la profonda diversità di queste due parole, di far comprendere che non vi è nulla di negativo nel fatto di integrarsi e che ciò non significa perdere la propria anima, perdere i proprî riferimenti, perdere le proprie origini, perdere la propria cultura, ecc. (in altre parole: assimilarsi).

 

Confusione terminologica

La sovrapposizione tra queste due parole, totalmente differenti nel loro significato, cosciente o no, come ho appena detto, è molto pericolosa ed è all’origine, come minimo, di numerosi malintesi. Personalmente, e con mia grande sorpresa, mi ero già accorto, parecchio tempo fa, di questa confusione, discutendo con persone di orizzonti ed origini differenti.

Integrazione e assimilazione sono legate tra di loro?

 In effetti, possiamo porci la domanda se l’assimilazione può esistere senza l’integrazione e reciprocamente. In altri termini l’esistenza dell’una senza l’altra è possibile?

Rispondo immediatamente che l’assimilazione comporta, nel suo stesso seno, l’integrazione, mentre l’integrazione può benissimo avvenire senza “subire” l’assimilazione. Il dramma attuale, dal mio punto di vista evidentemente, è quello di rifiutare l’integrazione motivandola con il fatto di non volere l’assimilazione. E nel cosidetto politicamente corretto, che va attualmente per la maggiore, tentare di fare questa distinzione non è assolutamente compreso perchè se lo si tenta si è subito catalogati come oppressori delle minoranze.

 E tuttavia, se è facilmente compresibile la resistenza all’assimilazione (e personalmente la condivido), è veramente un peccato che questa concezione abbia stravolto il concetto d’integrazione, portando di fatto al suo rifiuto da parte di un settore della popolazione.

 Antoine Sfeir, giornalista, politologo, direttore dei «Cahiers d’Orient» ha scritto, qualche anno fa, un articolo il cui titolo era «Perché la Francia ha detto no alla “nazione” versione Le Pen». Ecco qualche parola carica di significato : “Tutto ciò, Monsieur Le Pen, fa di noi, che non abbiamo sangue gallico nelle nostre vene, dei Francesi a pieno titolo; attraverso un modo di procedere volontaristico e ponderato, senza rinunciare alle nostre radici - rinuncia che farebbe di noi degli alberi morti - abbiamo voluto e ricercato l’integrazione e non l’assimilazione”.

 Desidero ora parlare della presenza o dell’assenza di punti di riferimento.

 Ognuno di noi ha bisogno di punti di riferimento. Essi possono essere estremamante diversificati, ma se la nozione di cittadino (della Francia, dell’Italia, dell’Europa, ecc.) ha ancora un senso, l’esistenza di una base comune è necessaria. Ciò che è difficile, forse, è definire questa base comune, ma - in ogni caso - questo principio va contro (direi in modo frontale) al comunitarismo spinto all’eccesso.

 Riprendo ancora Antoine Sfeir: «Noi non siamo dei Francesi di serie B; al contrario, portando la nostra nostra storia, quella dei nostri Paesi d’origine, noi ci siamo appropriati di quella della Francia”.

Il problema è che un certo numero di persone, in un desiderio mal compreso di resistenza, rifiutano la società nella quale vivono, in una fuga in avanti che non può sfociare che in incomprensioni, frustrazioni e, in definitiva, in rivolte e in contro-reazioni.

 Sono quasi alla fine del mio articolo ed è il momento di evocare il “comunitarismo”.

 Perché ? Perché ciò che tento di dire è che, secondo me, il voler continuare a considerare equivalenti i concetti di «integrazione» e «assimilazione» non può far altro che condurre ineluttabilmente ai comunitarismi (al plurale). Perchè il rifiuto di una minoranza di volersi integrare, crea o risveglia i desideri, le speranze di un’altra minoranza, in una reazione a catena senza fine.

Ora, una nazione per poter progredire ed evolversi, deve contare su di una popolazione che condivide, come ho detto, una base comune, degli ideali comuni, e questa situazione non può esistere senza un’integrazione, ripeto, una «integrazione» riuscita.

Gianni Diena

   

(1) Neologismo derivato da un calco parola francese; in italiano si potrebbe dire «spirito, sentimento di appartenenza ad una determinata comunità, ad un determinato gruppo». In Francia, la parola “Communautarisme” ha un senso soprattutto negativo, ossia ripiegarsi sulla vita della propria comunità (qualunque essa sia, ma evidentemente il fattore religioso - in particolare musulmano - è molto presente) e ostilità verso la società e/o le altre comunità/popolazioni/ecc. che la circondano. Tendenza a voler imporre le proprie regole al di fuori della propria comunità e/o a bloccare gli interventi provenienti dall'esterno all'interno della propria comunità.