Italia

 

Ha Keillah e la confusione dei sistemi

di Rav Riccardo Di Segni

 

Ha Keillah ha pubblicato a Novembre in prima pagina una intervista a “Rav Haim Fabrizio Cipriani” intitolatasulle unioni omosessuali”. Nel numero successivo Giuliano della Pergola (a pag. 15) ha commentato criticamente l’intervista scrivendo che “dovremo semplicemente ammettere che esiste uno jato tra la Torah e la modernità, e che è sulla natura di questo jato che bisognerà lavorare [corsivo suo] senza cercare inutili ‘giacigli’ che ci aiutino a salvare capra e cavoli.” Una nota redazionale di HK respinge la critica dichiarando che “quello utilizzato da Rav Haim Fabrizio Cipriani è l’approccio tradizionale ebraico al testo biblico. Accusarlo di ‘cadere nel ridicolo’ e ‘arrampicarsi sugli specchi’ significa squalificare in un colpo solo millenni di letteratura rabbinica.”

Scrivo questa nota non per intervenire sul problema della omosessualità, che richiede ben altri modi, ma per commentare la questione di metodo (il rapporto con la Torà), che sta alla base della discussione; e vorrei spiegare perché non sono d’accordo con nessuno dei tre, né con Della Pergola, né con Cipriani, né con HK. Non sono d’accordo con Della Pergola, ma gli do atto della sua coerenza. Per Della Pergola la Torà è un testo antico, datato e diverso dalla modernità e con questa non conciliabile; per questo arrampicarsi sugli specchi per trovare impossibili conciliazioni è un percorso rischioso e ridicolo. Ragionamento di principio coerente, anche se non molto rigoroso nell’analisi; a suo dire il divieto antico della Torà deriva da una serie di situazioni storiche e sociali che oggi sarebbero mutate e superate dai tempi. È chiaro che i tempi sono diversi, ma le interpretazioni proposte sono piuttosto semplicistiche e le ricostruzioni storiche non reggono davanti alla mole di studi sull’argomento, che siano “oggettivi” o dichiaratamente schierati. Analisi a parte, non sono ovviamente d’accordo con il principio di Della Pergola, perché riconosco alla Torà un valore perenne; alla Torà intesa come globalità di Torà scritta, che si esprime nella lingua degli uomini del tempo in cui è stata data, e a quella orale da essa indissociabile che la spiega e ne dà la chiave di lettura. La norma che proibisce il rapporto sessuale tra maschi (e non parla di omosessualità, che è un termine relativamente recente, né di orientamenti) è una delle tante norme che regolano la sessualità, insieme al divieto di incesto (di ciò che secondo la Torà è incesto), di adulterio e di rapporti nel periodo mestruale. Si possono dare tutte le interpretazioni possibili a questi divieti, come a tanti altri divieti (sulle spiegazioni di quelli alimentari ho pubblicato un libro intero), ma per un ebreo osservante queste interpretazioni sono “condimenti” che danno sapore alla norma e non sono condizioni per la sua applicazione. Se per esempio si dice, come fa lo stesso Maimonide, che il divieto di cuocere il capretto nel latte materno contrasta un’abitudine idolatrica, questo non significa che se è venuta a mancare la presunta pratica idolatrica la norma cada. Maimonide non la sposta di una virgola. Così per qualsiasi interpretazione che si possa dare al divieto del rapporto nel periodo mestruale o del sesso tra maschi. La norma resta e va applicata nelle modalità definite dalla tradizione. Per chi riconosce alla Torà una validità perenne, il divieto specifico è parte di un codice di qedushà, che stabilisce quali siano i cibi consentiti e i rapporti consentiti. La modernità non c’entra. E trattandosi di due approcci ben differenti, quello di Della Pergola e quello che sto qui rappresentando, c’è poco spazio per discussione e conciliazione.

I motivi per cui non sono d’accordo con Cipriani, ma molto di più con HK che lo sostiene, riprendono in parte gli argomenti di Della Pergola. Lui dice che la ricerca di una conciliazione tra modernità e Torà è una ricerca ridicola. Non uso i suoi termini, ma almeno vorrei dire che quella di Cipriani è una ricerca molto problematica. Ma non perché, come dice Della Pergola, è ridicolo misurare l’antico con il moderno, ma perché bisogna aver chiari il meccanismo del ragionamento, gli argomenti e il metodo proposti da Cipriani. Sono i metodi tipici del ragionamento non ortodosso, Reform o Conservative che sia. Un ragionamento che parte dall’urgenza dell’attualità, sulla quale bisogna misurare e adattare i testi. Per cui prima si propongono varie interpretazioni del testo biblico, sempre possibili nell’ambito della libertà esegetica, ma francamente difficili da difendere, soprattutto quando sono mirate a trarne conseguenze sulla halakhà; poi si afferma il principio della mutabilità della halakhà; poi si cita, come sempre nella narrazione riformista, il caso classico della remissione dei debiti nell’anno sabbatico per dimostrare che i rabbini possono cambiare la norma biblica (ma sono norme economiche ben diverse dal “vietato e permesso”); poi si citano i tefillin che i mancini legano al braccio destro invece che al sinistro; e si usano questi argomenti per indirizzare a una “visione normativa differente” e si propongono forme alternative di celebrazione.

Non serve, e non è questa la sede, aprire una polemica sulla metodologia non ortodossa e tantomeno sugli argomenti portati nel caso specifico; ma va spiegata e chiarita la differenza dei sistemi (e tra “rav” e “rav”). In linea di principio l’ortodossia obietta a questo tipo di ragionamenti varie cose: l’inversione dei valori, essendo per i non ortodossi più importante adattare le fonti alle sensibilità del momento e non viceversa; la selezione delle fonti, che porta a ignorare o trascurare contributi essenziali; la rapidità del ragionamento e la mancanza di rigore nell’arrivare a conclusioni che a confronto con le fonti sono decisamente paradossali. Manca l’autorevolezza, la conoscenza approfondita e il timore reverenziale che devono portare a decisioni che non spezzino la catena della tradizione. Ma tutto questo è prassi abituale nelle realtà non ortodosse. Quello che invece lascia disorientati è il credito che gli dà HK attribuendogli “l’approccio tradizionale ebraico al testo biblico” e la rappresentanza di “millenni di letteratura rabbinica”. Che invece è stata bypassata e cortocircuitata. Quando HK scrive che la “forza dell’ebraismo è proprio nella sua capacità di rinnovarsi attraverso l’interpretazione continua dei testi” dimentica di dire che non ogni interpretazione è lecita e sensata. Se nel campo della aggadà si può essere liberi di trarre interpretazioni più o meno fantasiose (ma anche lì, senza eccedere), nel campo della halakhà ciò non è ammesso. Esiste una metodologia, che parte dalla Torà, passa per il Talmud e i maggiori codificatori e arriva fino ai grandi rabbini moderni e contemporanei.

I problemi che sono dietro a questa discussione sono effettivamente attuali, urgenti, comportano sofferenze, richiedono comprensione, rispetto per le persone, dialogo, rimozione di attitudini che spesso sono più sociali che halakhiche; ma richiedono anche un percorso corretto di elaborazione di risposte, senza entusiasmi e pressioni sociali, equivoci, strani compromessi e confusioni di ruoli e sistemi.

Rav Riccardo Di Segni

 

L'editto di Amman - Disegno di Lele Luzzati

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