Italia

 

Unioni civili

 di Paola De Benedetti

 

Si può provare a parlarne senza polemizzare? È quanto mi riprometto (e spero di riuscirci) precisando che il mio approccio al tema è esclusivamente quello di un avvocato familiarista (felicemente in pensione), che lascia ai rabbini, o a chi se le sa trattare, le questioni halakhiche.

Non intendo commentare il disegno di legge della senatrice Cirinnà, perché il testo originale è già stato modificato in Commissione, e - nonostante le dichiarazioni del Presidente del Consiglio - non sono affatto certa che non ci saranno ulteriori modifiche nel tempo intercorrente tra oggi (14 febbraio) e la prossima uscita di Ha Keillah.

Voglio quindi partire da dati oggettivi, che non hanno alcun debito verso opinioni precostituite o ideologie: 1) L’articolo 29 della Costituzione dispone che la Repubblica riconosca “i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. 2) le “famiglie di fatto”, cui fino ad oggi la Repubblica non riconosce alcun diritto (ma la giurisprudenza a volte ha provveduto) costituiscono una realtà innegabile sempre più diffusa e ormai pacificamente accettata dalla società. 3) Nell’ordinamento italiano, che offre la più ampia tutela ai figli, a tutti i figli, non esiste alcun appiglio per rivendicare un “diritto alla genitorialità”.

Sul riconoscimento delle “famiglie di fatto” quando se ne è iniziato a parlare, parecchi anni fa, erano state addirittura sollevate perplessità sulla opportunità di sottoporre a regole una formazione sociale nata volontariamente fuori dalle regole; la risposta era, ed è, che la costituzione di una unione civile non è obbligatoria, ma nasce da una libera scelta dei due soggetti interessati; chi rinuncia ai diritti o contesta i doveri che nascono dalla formalizzazione dell’unione civile non ha alcun obbligo di registrarsi. Ricordo che l’art. 2 della Costituzione “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”: per esempio in una “famiglia di fatto”. Noto per inciso che nel testo del ddl la parola “famiglia” è evitata: il certificato di “stato di famiglia” dovrebbe chiamarsi “certificazione dello stato di unione civile”; come sinonimo meno impegnativo si usa l’espressione “nucleo famigliare” (evito commenti). Per chi si preoccupasse della sorte dei figli nati dalla coppia, una delle recenti modifiche del codice civile prevede l’assoluta equiparazione dei figli nati da coppie sposate o da genitori non coniugati tra loro: non si parla più di “figli legittimi, legittimati, naturali o adottivi”, ma solo di “figli”.

Importante è avere presente che la registrazione di una unione civile non costituisce un vulnus all’istituto del matrimonio, non è uno pseudo-sposalizio: la distinzione la fanno - magari inconsapevolmente - anche coloro che recriminano la registrazione dell’unione “come se” fosse la celebrazione di un matrimonio: “come se” significa che non è la stessa cosa, che è altro: a differenza dalla celebrazione di un matrimonio, l’unione civile per esempio non introduce il convivente nella rete parentale dell’altro (in pratica non si verrebbero a creare rapporti di affinità, cioè cognati o suoceri con i relativi diritti e doveri); lo scioglimento del nucleo dovrebbe avvenire con la semplice dichiarazione di volontà, senza la necessità di omologazione o decisione da parte di un Tribunale e così via.

L’estensione delle regole alle persone dello stesso sesso, comunque la si pensi, trova una giustificazione nell’art. 3 della Costituzione, che riconosce a tutti i cittadini l’uguaglianza davanti alla legge “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua…”

Il terzo punto (preteso diritto alla genitorialità e tutela dei figli) necessita di un chiarimento: quando un minore si trova in una situazione problematica il nostro ordinamento, partendo dall’art. 30 della Costituzione, prevede diverse misure nell’esclusivo interesse del minore, anche in contrasto con la famiglia di origine. La legge sull’adozione, fin dal primo testo del 1967 poi modificato, integrato e migliorato nel 1983 e da interventi successivi, è finalizzata non a dare un figlio a una coppia che lo richiede, ma a dare una famiglia a un minore dichiarato adottabile in quanto una famiglia - o almeno una famiglia idonea - non ce l’ha. Il Tribunale per i Minorenni, competente per le adozioni di minori, sceglie fra le coppie che hanno dato la loro disponibilità ad adottare quella più idonea per le esigenze di quel minore.

E arriviamo alla cosiddetta stepchild adoption (ai miei tempi per le situazioni scabrose si usava il latino; non mi pare che l’inglese sia meglio): la legge n. 184/1983 ha previsto all’art. 44 l’adozione di minori non dichiarati adottabili in alcuni casi particolari; tra questi c’è l’adozione da parte di un coniuge del figlio dell’altro coniuge (vedovo o divorziato o che ha avuto il figlio da un rapporto non matrimoniale): questa previsione è volta a garantire una ulteriore tutela al figlio che si trova già inserito in un nucleo; in pratica è l’omologazione di una situazione in atto, prevista per superare possibili problemi legati alla monogenitorialità, nell’esclusivo interesse del figlio.

Vediamo allora di che cosa si discute: del figlio di una persona che ha costituito un’unione civile con una persona dello stesso sesso, di un figlio che si trova già nella situazione di vivere e crescere accanto a due figure parentali maschili o due figure parentali femminili: l’adozione in casi particolari da parte del compagno/a del genitore non muterebbe la sua percezione di “famiglia”. Qui si inserisce la contestazione del diritto a diventare comunque genitore: troverei assolutamente giusta una legge che vietasse espressamente e concretamente la pratica incontrollata del c.d. “utero in affitto”, per evitare una ulteriore situazione di mercificazione del corpo femminile; però il problema che merita - meglio: che esige - di essere affrontato e risolto è quello di tutelare i diritti del figlio che è già a questo mondo, che è nato; nato magari all’estero, dove non vige il nostro principio che madre è la donna che ha partorito, ma che, a quanto risulterebbe cercando su internet la voce “maternità surrogata”, potrebbe essere nato anche in Italia, nonostante i divieti.

Paola De Benedetti

14 febbraio 2016

 

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