Storie di ebrei torinesi

 

DARIO DISEGNI

Presidente della Comunità ebraica di Torino

Chissà se il librettista di Rossini si è ispirato a Dario Disegni, per il celebre ritornello del Barbiere di Siviglia “tutti mi vogliono…”

In effetti, sapendo dei suoi numerosi impegni e per non sottrarre troppi minuti al tempo dedicato per l’intervista, gli ho chiesto di farmi avere prima il suo curriculum vitae, anche per potermi orientare meglio nella scelta delle domande.

 

 

È stata una lettura sbalorditiva, ho contato 14 impegni tra Presidenze, Vicepresidenze, incarichi in Istituzioni culturali e museali oltre a tanti altri incarichi passati in Italia e all’estero.

Dario fa un sorriso compiaciuto.

I numerosi incarichi sono legati da un fil rouge e derivano, nella maggior parte, dal ruolo che ho svolto per vent’anni come responsabile dell’Area Arte e Cultura della Compagnia di San Paolo: altri, quali quelli nel mondo culturale ebraico, sono, a loro volta, collegati con quella esperienza. Sono tutti, ovviamente, incarichi svolti a titolo gratuito, che ho accettato per restituire al mondo culturale e a quello ebraico quel patrimonio di competenze, esperienze e reti internazionali costruite in tutti questi anni nel corso di una vita professionale che è stata indubbiamente molto gratificante.

 

Il tuo percorso professionale è abbastanza stupefacente: ti sei laureato in giurisprudenza, ma ti sei occupato di iniziative culturali per gran parte della tua vita professionale.

Per una buona metà. La prima parte della mia carriera si è infatti svolta nel mondo finanziario, nell’Ufficio Studi e quindi nelle Relazioni Internazionali dell’allora Istituto Bancario San Paolo, dove ho potuto utilizzare le mie competenze di carattere giuridico ed economico. La svolta avvenne con l’entrata in vigore, nel 1991, della legge Amato, che istituiva la nuova realtà delle Fondazioni bancarie, create come Enti proprietari degli Istituti di credito di diritto pubblico e delle Casse di Risparmio, con l’obiettivo di privatizzare e favorire processi di concentrazione bancaria, in modo da rendere competitive le banche italiane in Europa.

Mi fu così richiesta la disponibilità a lasciare una carriera in campo bancario, che pure mi stava dando non poche soddisfazioni, per lavorare alla costruzione di questo nuovo soggetto, che non aveva in Italia modelli di riferimento, ma che appariva destinato a svolgere un ruolo di grande importanza nel sostegno alla vita culturale, sociale e scientifica del Paese, dove iniziava a registrarsi un sostanziale arretramento, a motivo della crisi della finanza pubblica, dell’impegno dello Stato e delle Amministrazioni Locali, che fino a quel momento vi avevano provveduto in misura significativa.

 

Accettai la proposta, facendo una scelta, forse in quel momento audace, ma che si rivelò alla fine lungimirante.

 

Iniziai il mio nuovo lavoro, cercando di trarre ispirazioni da modelli consolidati, quali quelli rappresentati dal mondo delle fondazioni anglosassoni, per la costruzione di un soggetto che potesse poi essere adatto alla realtà del nostro Paese. Presi così a frequentare i Congressi delle Fondazioni europee ed americane, entrando nel giro di pochi anni nel Consiglio dello European Foundation Centre (EFC), ovvero dell’associazione che raggruppa le principali Fondazioni europee (e americane operanti in Europa).

Nel 1998, riconosciuta l’importanza della nuova realtà rappresentata dalle 89 Fondazioni italiane apparse sulla scena internazionale, venne deciso di organizzare in Italia il Congresso annuale dello EFC. Proposi, tra lo stupore generale, Torino come sede dell’evento, ai miei colleghi, per lo più convinti di venire nella Detroit d’Italia, città industriale grigia e priva di attrattive. Scelsi con cura la location dei vari appuntamenti: Congresso al Lingotto, Consiglio EFC nella “Bolla” sul tetto dell’edificio, concerto nella “Salone degli Svizzeri” a Palazzo Reale, cena di gala nella “Galleria di Diana” della Reggia della Venaria Reale. Fu un successo straordinario. Quando nel 2000 venne deliberato che la Presidenza del Centro venisse affidata all’Italia, ebbi lo straordinario privilegio di essere chiamato a ricoprire tale prestigiosa posizione. Da lì cominciò un’esperienza nuova e avvincente che mi portò a occuparmi del mondo delle Fondazioni internazionali.

 

Trovo molto interessante quanto hai detto, mi sembra un modello operativo vincente: quando si deve creare o riformare l’esistente, analizzare quello che già è sperimentato e funziona anche all’estero, capirne i meccanismi, per poi costruire un modello nuovo con caratteristiche compatibili con la realtà italiana. Non si tratta di “copiare”, ma di adottare un metodo scientifico.

Infatti, questo è il metodo che intendo adottare anche per l’erigendo Museo di Ferrara (Disegni è stato recentemente nominato Presidente della Fondazione Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah (MEIS) di Ferrara, n.d.r.). In occasione della Festa del libro ebraico, che si terrà nel prossimo mese di settembre, organizzeremo a Ferrara una tavola rotonda con i direttori dei principali Musei di storia ebraica d’Europa (Parigi, Berlino, Amsterdam e Varsavia), che verrà conclusa con l’intervento del Ministro per i Beni e le Attività Culturali Franceschini.

 

Quali, secondo te, dovrebbero essere le caratteristiche del nuovo Museo?

Gli Ebrei in Italia hanno una storia di oltre 2.200 anni, che occorre saper raccontare in maniera scientificamente corretta e al tempo stesso accattivante, identificando strumenti, linguaggi, attività. Non una mera esposizione di oggetti, ma un centro di ricerca, incontri, convegni di studio, pubblicazioni: il Museo dovrà produrre cultura, a partire dalla storia, ispirandosi ai criteri dell’attuale museologia americana: OIP, cioè oggetti, idee, persone.

 

La Polonia ultimamente si è spostata a destra, ma contemporaneamente la nascita del Museo a Varsavia ci dice che è in atto la riscoperta e la valorizzazione della presenza ebraica nella sua storia. Come si conciliano i due fenomeni?

 

Certamente l’evoluzione politica di molti Paesi dell’Europa Centro-Orientale, e tra questi la Polonia, desta preoccupazioni. Peraltro devo riconoscere che ci sono anche segnali in contro-tendenza: ad esempio la “Mostra sui Giusti della Polonia” realizzata a Torino, nelle sale di Palazzo Cisterna e seguita da un convegno, in occasione della Giornata della Memoria nelle scorse settimane, è stata voluta e finanziata dal Ministero degli Esteri della Polonia, che ha voluto far conoscere che, nonostante il 90% degli Ebrei polacchi sia stato sterminato nella Shoah (in Polonia erano 3,5 milioni), ci sono stati molti Giusti, cioè persone che, a rischio della propria vita, hanno cercato di salvare altre persone.

 

Il Museo di Varsavia, Polin, intende poi correttamente mettere in luce che la storia degli Ebrei in Polonia non è solo rappresentata dal tragico capitolo della Shoah, ma che in passato è stato molto feconda per la vita e la cultura ebraica. In una bella immagine, tratta da un documento del XVI secolo e proiettata sulle pareti di una sala del Museo si può leggere: “Regnum Polonorum …est paradisus Iudaeorum….”. Dieci-venti anni fa l’area dove sorgeva il Ghetto era solo una grande spianata, ai cui bordi campeggiava il grande monumento ai Resistenti nello stile realista sovietico e una piccola targa che menzionava quanto una volta là si ergeva: quando chiedevi come andarci, come mi è capitato, nessuno voleva darti le indicazioni. Oggi invece c’è, da poco più di un anno, un bellissimo Museo realizzato da architetti finlandesi, grazie a un’operazione molto costosa, finanziata per un terzo dal Governo polacco, per un terzo dalla municipalità di Varsavia e per un terzo da grandi fondazioni americane e da Ebrei di origine polacca.

Vorrei anche ricordare che nello scorso mese di settembre il nuovo Ambasciatore di Polonia in Italia è venuto a Torino per incontri istituzionali e ha incluso nella sua agenda la visita al Presidente della Comunità ebraica: fatto senza dubbio significativo.

 

Puoi fare un bilancio dopo quasi un anno di presidenza della Comunità?

Questa è una storia diversa rispetto alle altre. Nasce dal fatto che mi è stato chiesto di candidarmi “super partes”, per cercare di porre fine alla “guerra dei trent’anni”. Non ho potuto tirarmi indietro, convinto, come ero e sono, che alla fine, tra le diverse liste, non ci fossero sostanziali differenze ideologiche, e che comunque, di fronte alle complesse sfide che una Comunità ebraica deve oggi affrontare, andavano superati i vecchi attriti. Oggi c’è stato un profondo rinnovamento nella composizione del Consiglio, gli incarichi di lavoro sono stati affidati a tutti i membri, rigorosamente sulla base delle rispettive competenze, interessi e capacità, a prescindere dalle liste in cui essi erano stati eletti. L’attuale Consiglio ha ereditato dalle gestioni precedenti parecchi problemi: di positivo c’è che il cantiere per la ristrutturazione della Casa di riposo è terminato. Ho impostato il lavoro sulla collegialità, in cui il Presidente svolge più che altro un ruolo di coordinatore della squadra. È cambiato il clima, oggi enormemente rasserenato rispetto agli anni passati, si discute sui problemi, ma si decide quasi sempre all’unanimità, i dibattiti sono trasversali e un osservatore non riconoscerebbe le appartenenze: a volte capita di venire criticati da membri della propria lista e appoggiati da membri dell’altra.

A livello comunitario la frattura è stata ricomposta?

In gran parte sì, alle iniziative c’è partecipazione di persone di diversa collocazione. La frattura, se non è stata ricomposta al 100%, rimane confinata a pochissimi soggetti. Ma ricordiamoci che, fino a poco tempo fa, spesso molti partecipavano solo alle iniziative della propria parte, ora questo atteggiamento è stato finalmente superato, anche grazie all’organizzazione di diversi eventi aggreganti, di carattere culturale e sociale.

 

Questione Rabbini?

Work in progress. Quando ci saranno novità, verranno ovviamente comunicate a tutti.

 

Nella parte attiva della Comunità manca la fascia dei trentenni e quarantenni.

Il problema è molto grave, forse uno dei più difficili da affrontare: molti sono all’estero, poi ci sono fenomeni di assimilazione. Per i residenti all’estero non si sa se e quando ritorneranno e se avranno la disponibilità a farsi carico della Comunità. Presto l’attuale dirigenza dovrà passare la mano, ma non si vede all’orizzonte il ricambio nelle fasce più giovani. Molti dei ragazzi, terminata la Scuola ebraica e dopo il Bar mitzvà spariscono, per interessi al di fuori del mondo ebraico e poi per gli impegni di studio, di lavoro e per le vicissitudini della vita. Rav di Porto è sensibile a questa problematica e il lavoro con i ragazzi sarà una delle sue priorità.

 

Quanto c’è in te del nonno Dario? (Dario Disegni, rabbino capo di Torino dal 1935 al 1959)

Credo molto. Il Nonno ha dedicato la sua vita alla Comunità. A 80 anni è stato costretto dai figli a lasciare la cattedra rabbinica, dagli 80 fino alla scomparsa a 89 ha lavorato al consolidamento della Scuola rabbinica da Lui fondata nel dopoguerra e all’impresa della traduzione del Tanakh (Bibbia) dall’ebraico all’italiano. Quando i figli, vedendolo sempre molto impegnato, gli dicevano di riposare, rispondeva che “dopo” ne avrebbe avuto tutto il tempo!

Morendo, nel 1967, mi lasciò un messaggio: occupati tu di far continuare la Scuola rabbinica. L’impegno civile nella società e in campo ebraico, connaturato alla mia esistenza, credo che molto mi venga dal Suo insegnamento: ci sono tante sfide da raccogliere e nessuno può tirarsi indietro.

 

Accanto alle interviste si mette sempre la foto dell’intervistato: mi sarebbe piaciuto fotografare Dario mentre parlava del Nonno, aveva uno sguardo particolare, ma avrei dovuto cogliere l’attimo: cogliere lo sguardo di chi non lascia trasparire le emozioni, ma ha dei guizzi quando si toccano alcune corde.

 

 

Intervista di Bruna Laudi

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