Storie di ebrei torinesi

 

Un'ebrea tra i carcerati

 

Hai mai provato paura facendo il tuo mestiere?

Certo che ho passato momenti di terrore! Ero giovanissima quando per visitare un nostro assistito ho dovuto scavalcare i tossici sdraiati sulle scale della casa degradata dove abitava.

L’assistente sociale della giustizia che abbiamo intervistato ha chiesto di non scrivere il suo nome per la delicatezza del ruolo che svolge. Abbiamo deciso di intervistarla perché sapevamo che, pur non frequentando assiduamente la Comunità, nel suo lavoro applica i principi di giustizia, rispetto del prossimo e accoglienza dello straniero alla base dell’ebraismo.

 

E altri momenti di paura?

Un’altra volta avevo dovuto comunicare ad un tale il rigetto da parte del Magistrato di una sua richiesta di detenzione domiciliare, perché non ne aveva i requisiti. Allora, giovanissima, ero piena di buone intenzioni e gli avevo detto comunque di farmi visita, scontata la pena, per eventuale assistenza. Me ne dimentico. Anni dopo invito amici a casa. Suona il citofono e apro senza chiedere chi è. Mi trovo quel detenuto davanti, e penso subito che sia lì per spararmi. (È già accaduto in passato che un assistente sia stato ucciso da un detenuto cui erano stati negati i benefici di legge). “Cosa fa qui?” gli chiedo col cuore in gola “Me lo ha detto lei di venire a trovarla, uscito dal carcere!” “Ma in ufficio, non a casa mia!” Questo, imbarazzato, fa dietro front e si precipita giù per le scale.

 

E momenti divertenti?

Più di una volta mi è capitato, facendo visita a famiglie di detenuti per verificare la loro disponibilità di accoglierli in misura alternativa alla detenzione, di essere ricevuta allegramente da una frotta di parenti ed amici attorno ad una tavola imbandita, e di essere invitata a pranzare con loro. Mi è successo più volte con dei rom, con dei marocchini e anche con dei contadini italiani.

 

Cosa vuol dire assistente sociale della giustizia? Come nasce questo mestiere?

La figura dell’assistente sociale della giustizia nasce con la legge Gozzini nel 1975, che ha istituito degli uffici denominati in origine CSSA, Centri Servizi Sociali Adulti, che successivamente hanno cambiato nome diverse volte, uffici preposti ad occuparsi di due temi. Uno, osservare, in equipe con altri, il comportamento del detenuto, per definire l’applicazione delle misure rieducative adatte al suo caso, come previsto dalla Costituzione. Due, seguire e controllare, in collaborazione con la magistratura di sorveglianza, le misure alternative alla detenzione, i permessi per ragioni di famiglia, i permessi premio, l’affidamento in prova ai servizi sociali , i semiliberi (lavorano fuori e rientrano in carcere la sera), ecc.

 

Dal ’75 ad oggi queste misure alternative alla detenzione sono rimaste immutate?

No. A seconda dei governi in carica le misure alternative sono state ampliate o ristrette, in relazione all’orientamento politico ed alla pressione dell’opinione pubblica forcaiola in seguito a fatti di cronaca eclatanti. Oppure vengono depenalizzati alcuni reati o vengono ampliati i casi di arresto e di detenzione domiciliare per svuotare le prigioni sovraffollate. Questo per il timore di rivolte delle carceri, che spesso causano la caduta dei governi. Da poco la nostra competenza é estesa agli imputati.

 

È cambiata anche l’utenza dei servizi sociali della giustizia?

Certo. All’inizio del mio lavoro i tossici riempivano le carceri. In seguito sono state approvate norme che prevedevano programmi di terapia a cura dei SERT, i servizi dipendenti dalle ASL, dedicati a tossici che avevano commesso reati, ai quali era consentito di espiare la pena con affidamento in prova fuori dal carcere. Progressivamente è stato ampliato il numero di anni di condanna entro il quale era consentito tale affidamento. All’inizio i tossici erano soprattutto eroinomani, poi la cocaina è diminuita di prezzo e il mercato è stato invaso anche da una grande varietà di pasticche a buon mercato che hanno coinvolto anche i giovanissimi. Meno reati per procurarsi droghe costose, ma più reati sotto l’effetto di stupefacenti. E l’utenza dei nostri servizi è anche cambiata col tempo: oggi meno tossici e più extracomunitari. Anche i reati cambiano col tempo: ora l’immigrazione clandestina è un reato, ma già si parla di depenalizzarla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La gran battaja d'j abrei 'd Muncalv
Disegno di Lele Luzzati
(Museo Ebraico di Casale Monferrato)

 

Come sono i rapporti tra gli assistenti sociali della giustizia ed i poliziotti penitenziari?

Piuttosto tesi, perché questi ultimi ci trattano erroneamente come se noi fossimo le fatine buone, che coccolano i detenuti, mentre a loro spetta il lavoro duro di controllo, che spesso non viene riconosciuto. Giustamente l’on. Diliberto, ministro dell’interno nel governo D’Alema, aveva voluto contrattare coi sindacati della polizia penitenziaria condizioni di lavoro meno restrittive, mentre allora noi assistenti sociali ce l’eravamo presa perché non era corrisposta altrettanta attenzione al nostro lavoro ed ai detenuti. Non tutti gli agenti penitenziari, comunque, ci vedono male. Anni fa, un poliziotto penitenziario di origine napoletana che capiva il mio lavoro e che mi accompagnava sempre in auto nelle visite in ambienti a rischio, mi aveva confessato che nel suo quartiere degradato i ragazzi suoi amici che non finivano nella mala diventavano poliziotti penitenziari!

 

Hai avuto a che fare anche con detenuti mafiosi?

Sì, sia uomini che donne. Io non mi sono occupata dei collaboratori di giustizia, per fortuna: non sono capace a tenere la bocca chiusa! Ci sono assistenti sociali specializzati in questo ramo. Tra tutti i detenuti, quelli della criminalità organizzata sono i più ligi nel rispettare rigorosamente le regole della detenzione, in modo da essere irreprensibili. Esattamente al contrario dei tossici, che nel 90 per cento dei casi, anche se condannati a sei mesi di reclusione, si mettono nei pasticci commettendo un sacco di infrazioni e beccandosi così pene supplementari. Mi sono dovuta occupare per un po’ di una donna condannata perché a capo di un’organizzazione camorristica. Precisissima nel rispetto degli obblighi imposti , nel corso di parecchi nostri colloqui l’unico argomento di cui ha parlato è stato il suo progresso nella realizzazione della coperta per il figlio, nonostante i miei tentativi di cambiare tema: e la qualità della lana, e il disegno, e i punti diritti e quelli rovesci. Omertà totale.

Anni fa mi è stato affidato un tossico calabrese, col quale avevo instaurato un buon rapporto di fiducia. Mi aveva raccontato di provenire da una famiglia legata alla ’ndrangheta. Quand’era bambino un giorno suo zio l’aveva preso con sé per fargli il battesimo del sangue: doveva assistere mentre lo zio faceva fuori un traditore. Terrorizzato dalla scena, poi comprende la natura della sua famiglia. E capisce anche che l’unico modo di uscire dagli obblighi dell’affiliazione al clan è quello di bucarsi, e di diventare quindi inaffidabile.

 

Secondo te la legge è uguale per tutti?

Le leggi, per le maggior parte, sono uguali per tutti, ma non tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Chi ha maggiore istruzione ha maggior potere, ha meno frustrazioni e riesce ad ottenere i suoi obiettivi senza commettere reati. I cittadini più dotati di mezzi finanziari possono avvalersi di avvocati più abili, i cittadini più colti sono più preparati a penetrare negli anfratti e nel ginepraio delle norme e possono adottare sotterfugi che consentono loro di evitare la detenzione. A volte le persone meno colte, per paura delle procedure giudiziarie, nascondono la testa nella sabbia come gli struzzi: non sanno, per esempio, che se non aprono una raccomandata di notifica dell’ordine di carcerazione, in cui sono avvertiti che possono chiedere l'esecuzione della pena in modo alternativo entro 30 giorni, non solo perdono questa opportunità, ma rischiano di commettere un altro reato…

 

Come mai i detenuti sono soprattutto maschi?

I maschi si espongono di più, perché escono di più di casa. Certo le sezioni femminili sono una infima minoranza rispetto a quelle maschili. Le donne che finiscono in carcere spesso sono zingare che hanno commesso furti, o donne che commettono reati sessuali nei confronti dei figli minori od omicidi come reazione a violenze subite. E poi ci sono i casi psichiatrici gravi.

 

Oltre 250 anni dalla pubblicazione dell’opera di Beccaria Dei delitti e delle pene il carcere continua ad essere luogo di tortura fisica e psicologica...

Nonostante l’emanazione a fisarmonica di leggi più o meno restrittive nei confronti della reclusione e della rieducazione del criminale, la pena detentiva continua ad essere ancora oggi lo strumento per soddisfare la sete della folla di vendicarsi e di isolare il reo. Certo è segno di civiltà il fatto che in una società non si permetta a chi subisce un torto di farsi giustizia da sé, ma che sia lo stato ad occuparsi della repressione dei reati. Secondo me però la funzione prioritaria della società in questo campo è quella di rimuovere le cause del reato e di reinserire nella società chi ne viola le leggi. So che è un paradosso e mi rendo conto che quello che sto per proporre non é attuabile. Piuttosto che sottoporre il reo ad anni di reclusione, forse è meglio assoggettarlo per un solo giorno al pubblico sputacchio o a sculacciate nella piazza centrale della città e poi basta, dimenticarlo e iniziare un processo di rieducazione e di rimozione delle cause che hanno generato il reato, perché non ne commetta più altri e quindi non rappresenti più un pericolo per la società. Mi rendo conto però che un politico che proponesse una cosa del genere e l’abolizione delle carceri perderebbe di sicuro le elezioni…

 

Che c’entra il tuo lavoro con l’ebraismo?

Ero alle primissime armi, in qualità di assistente sociale della giustizia, quando una collega mi accompagna fuori Torino a visitare in carcere un assistito imputato di tentato omicidio della madre. La collega mi dice: Non ti dico niente di costui, mi dici il tuo parere dopo che abbiamo fatto il colloquio. Accompagnata da un agente penitenziario arriva una biondona in vestaglia, che ci chiede di essere operato per cambiare sesso. Io rimango impassibile. Per combinazione, come assistente sociale, avevo fatto un tirocinio all’ospedale Mauriziano presso l’equipe medica specializzata in questo tipo di operazioni. Ho contattato l’equipe, l’operazione è stata eseguita e il nostro assistito - assistita è stata trasferita nel carcere femminile. La mia collega è rimasta di stucco, nel vedere che davanti al detenuto non avevo fatto una piega. Credo che l’aver ricevuto un’educazione ebraica mi abbia consentito di comprendere meglio le esigenze dei diversi. Non so se la mia propensione a tutelare i diritti della persona, a rispettare l’identità e le differenze, specialmente delle minoranze, derivino dalla mia educazione ebraica o dalla figura di mio padre, che ha dedicato la vita alla difesa di questi valori. Inoltre è curioso quanto mi ha detto una collega rispetto agli “effetti” della sua conoscenza con me. Lei sostiene che io non mi sono resa conto che il mio inserimento nell’ufficio ha prodotto dei cambiamenti: “L’incontrarti ha significato la scoperta di un mondo!” Le ho creato la curiosità verso la cultura ebraica. Aveva solo letto Se questo é un uomo e dopo che le ho regalato Danny l’eletto di Potok a sua volta, dopo averlo letto, lei lo ha regalato a molte persone e si é comprata molti altri libri scritti da autori ebrei. Non aveva mai visitato una sinagoga ed io l’ho accompagnata con la figlia adolescente a visitare quella di Torino.

 

Quello che i Goim chiamano beneficenza noi la chiamiamo tzedakà, giustizia. Si può dire che il lavoro che svolgi è in qualche modo una forma di tzedakà?

I nostri assistiti, i poliziotti carcerari, gli stessi magistrati generalmente ci considerano dei benefattori, come fossimo le dame dell’Esercito della Salvezza. Alcuni assistiti ci vengono a raccontare le loro vicende più personali, quasi fossimo i loro confessori. Ma il nostro lavoro è durissimo: pensa che solo io debbo trattare 105 casi diversi. Ognuno con i suoi problemi, il suo passato, le sue vicende giudiziarie, e le sue specifiche vie di trattamento extra-carcerario. Una catena di montaggio! Siamo troppo pochi a fare questo lavoro. Purtroppo i politici, se investono risorse economiche per la giustizia, le dedicano alla costruzione di nuove carceri. Ma le carceri attuali sono in pessime condizioni di manutenzione; pensa che alle Vallette: piove a catinelle nei corridoi, altro che nuove costruzioni! Occorrono investimenti per l’assunzione di personale di tutte le categorie e per la manutenzione di ciò che già esiste!

 Intervista di David Terracini

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