Storia

 

Martin Buber

 di Tullio Levi

 

Il 13 Giugno del 1965 si spegneva nella sua casa di Gerusalemme Martin Buber, uno dei massimi filosofi e pensatori ebrei del ‘900 che, dopo aver mosso i primi passi nella Galizia ebraica dai tanti fermenti, è assurto a protagonista del movimento sionista e del mondo culturale ebraico-tedesco, alla cui soppressione ad opera del nazismo ha cercato fino all’ultimo di resistere. Dopo aver compiuto l’alià nel ‘38, ha fornito uno straordinario contributo intellettuale e politico alla nascita dello Stato di Israele e alla creazione della sua struttura accademica.

Buber era nato a Vienna nel febbraio del 1878. È stato, per tutta la vita, una figura scomoda: una mente acutissima che ha scavato nell’universo sterminato della tradizione ebraica - e non solo in quello - ne ha portato alla luce tesori nascosti ed ha tracciato nuovi percorsi. Un uomo mite ma intransigente che non ha esitato ad assumere posizioni impopolari e minoritarie, fin dai tempi della rottura con Teodoro Hertzl, in dissenso con il tipo di sionismo da lui perseguito. In tale ottica sono anche da leggere la netta condanna delle compromissioni tra religione e politica nel neonato Stato di Israele, la lotta politica in favore di uno stato bi-nazionale e di un diverso rapporto con la popolazione araba, la contrarietà alla condanna capitale ad Eichmann. Ed altrettanto dicasi per l’analisi della vocazione che l’ebraismo è stato costretto ad abbracciare per riuscire a sopravvivere nella condizione diasporica: una vocazione volta alla conservazione che ha sostituito l’originaria vocazione al rinnovamento che scaturisce dalla Torà e dai Profeti. Martin Buber auspicava il ritorno allo spirito originario che, con la recuperata indipendenza, il popolo ebraico avrebbe dovuto porsi quale obbiettivo prioritario ed irrinunciabile.

Negli ultimi della sua vita, grazie all’enorme carisma di cui godeva, Martin Buber era comunque diventato il punto di riferimento obbligatorio della cultura e della coscienza ebraica in Israele e nella Diaspora. Nonostante l’abbondono per limiti d’età dell’insegnamento nel ‘51, continuava ad essere una figura pubblica di primo piano e di grande autorevolezza, da taluni contestata, da molti venerata. Come ricorda Furio Jesi nell’introduzione all’edizione italiana de I racconti dei Chassidim (Garzanti 1979): “….gli studenti dell’Università di Gerusalemme avevano celebrato - travalicando in una sorta di festa i confini della manifestazione ufficiale - il suo ottantacinquesimo compleanno. Nelle fotografie si vede Buber, piccolo, con la sua aria di mitissimo gnomo, in mezzo ad una folla che lo stringe e lo sovrasta, certa di garantirgli una sorta di solidarietà nell’utopia.”

Sterminata la sua produzione letteraria a partire dal 1901 quando, poco più che ventenne, diventa direttore del settimanale sionistico Die Welt e fonda la Casa Editrice Jüdischer Verlag; oltre agli innumerevoli articoli sui giornali e alle tantissime lezioni universitarie e non, tra le sue opere più rilevanti sono da ricordare: Le storie di Rabbi Nachman (1906), La leggenda del Baal Shem Tov (1908), Daniel (1913), Io e Tu (1923), La regalità di Dio (1932), La fede dei Profeti (1940), Gog e Magog (1941), Israele (1944), Mosè (1945), Vie dell'Utopia (1946), Il messaggio del Chassidismo (1952), Immagini del bene e del male (1953), L’eclissi di Dio (1953), I racconti dei Chassidim (1962), e infine a partire dal 1925, la traduzione in tedesco della Bibbia: il progetto monumentale iniziato con Franz Rosenzweig e, dopo la morte di quest’ultimo avvenuta nel 1929, proseguito da solo, fino al compimento nel 1961; per entrambi scopo dell’opera era quello “di riuscire a far risuonare lo spirito della narrazione nella sua accezione più pura, così che venisse ascoltato anche da chi non aveva familiarità col testo originale”.

 

Per ricordare Martin Buber a cinquant’anni dalla sua scomparsa, per fare il punto sui più recenti studi sulla sua opera e per analizzare quanto del suo pensiero sia tutt’oggi di attualità, il Gruppo di Studi Ebraici ha organizzato agli inizi di dicembre una Tavola Rotonda condotta da chi scrive e con la partecipazione di Andrea Poma, Marcella Scopelliti e Francesco Ferrari.

Andrea Poma, ordinario di Filosofia morale all’Università di Torino, uno dei massimi studiosi di Martin Buber, autore nel 1988 del celebre La Filosofia Dialogica di Martin Buber, ha trattato il tema: “La filosofia del dialogo e la concezione buberiana del profetismo ebraico”.

Marcella Scopelliti e Francesco Ferrari sono invece due giovani studiosi che, sia pure in campi diversi, si occupano del primo Martin Buber: Francesco Ferrari, ricercatore c/o l’Università di Jena, ha recentemente pubblicato Religione e religiosità. Germanicità, ebraismo, mistica nell'opera predialogica di Martin Buber (Mimesis, dic.2014). Marcella Scopelliti, ricercatrice c/o l’Università di Torino, ha appena pubblicato L’attore di fuoco, Martin Buber e il teatro (Accademia University Press - Torino, sett. 2015).

La Scopelliti, riferendosi al libro di Ferrari, ha sottolineato la rilevanza degli studi da questi compiuti al fine di comprendere il percorso che il giovane Buber si apprestava a compiere e che lo avrebbe portato ad estendere i suoi studi sul misticismo a quello di altre culture, oltre a quello chassidico: un approccio al misticismo partecipe e al tempo stesso “laico”, come acutamente rilevato da Poma nel corso del suo intervento.

Ferrari vede nel giovane Buber il paradigma della simbiosi ebraico-tedesca dell’inizio del ‘900, quella simbiosi che il nazismo ha percepito come una contaminazione e che pertanto ha voluto estirpare, ma che il successivo recupero del senso della realtà storica ha riportato alla luce in tutta la sua rilevanza e insopprimibilità. Non è dunque un caso che Buber sia stato uno dei primi a battersi, fin dagli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale, per il ristabilimento delle relazioni politiche e culturali tra Israele e la Germania: una posizione isolata che, ancora una volta, avrebbe provocato dissenso e ostilità ma che sarebbe invece stata antesignana dei futuri rilevantissimi sviluppi.

Ferrari, riferendosi al libro della Scopelliti ne ha rilevato l’originalità in quanto approfondisce aspetti meno noti della personalità di Buber: benché poco attratto dallo spettacolo e dall’intrattenimento, egli si occupa di teatro e di pittura quali mezzi di ricomposizione etica e politica del mondo; emblematico il suo interessamento e i suoi scritti sul pittore Lesser Ury e su Eleonora Duse quali artefici di una siffatta ricomposizione. Inoltre, a conferma dell’appropriatezza del titolo del libro, ha rilevato come la grande attrice, per la quale Buber nutriva una ammirazione sconfinata, potesse essere considerata la dimostrazione vivente del “fuoco inesauribile” con cui una tradizione - in questo caso quella teatrale - può essere vivificata e riformulata.

Una posizione di rilievo occupa nel libro della Scopelliti l’analisi di un testo forse meno noto di Martin Buber: Daniel pubblicato nel 1913; un’opera rivelatrice che, nel giudizio dell’autrice “ha come protagonista il Daniele biblico, il visionario, il profeta, colui che conferisce un nuovo orientamento al presente proiettandosi nel futuro. Tuttavia, a ben vedere, Daniel non è altro se non una maschera di Buber adolescente il quale comincia così a tracciare il cammino di una vita”.

Per quanto riguarda infine l’intervento di Poma, da notare le sue considerazioni sulla fondamentale importanza nel pensiero buberiano del concetto “Io-Tu” in contrapposizione al concetto “Io-Esso”; due modalità del rapportarsi col prossimo diametralmente opposte: portatrice la prima di reciproca comprensione e di arricchimento spirituale per entrambi i soggetti; portatrice la seconda di estraniamento ed indifferenza. Ed ancora quelle relative alla concezione buberiana del profetismo ebraico: un profetismo che ha ben poco a che fare con la profezia nel senso comunemente attribuito a tale termine, ma che è invece e sempre testimonianza e richiamo perentorio allo spirito originario dell’ebraismo stesso: una funzione di cui Buber si è evidentemente sentito investito e che è stata il leitmotiv della ricerca intellettuale e della attività politico-culturale per l’intera sua vita.

La Tavola Rotonda aveva come titolo: “Attualità del pensiero di Martin Buber a 50 anni dalla sua scomparsa” ed è emerso con chiarezza come molte delle sue riflessioni e delle battaglie da lui condotte con estrema coerenza nell’intero arco della sua vita, abbiano conservato immutata la loro attualità: a partire da quelle sulla perenne antitesi tra “religiosità” e “religione” e dalla necessità che non sia - come sempre accade - la seconda a prevalere sulla prima e a soffocarla; a seguire con quelle relative all’inderogabile necessità del “rinnovamento” dell’ebraismo nell’ottica del superamento dei condizionamenti imposti da due millenni di vita diasporica; e a finire con quelle a sostegno dell’esigenza di vedere nel prossimo l’essere umano, il “Tu” con cui dialogare; un’esigenza tanto più pressante in questi tempi bui in cui un dilagante fanatismo spinge a vedere in chi la pensa in modo diverso un nemico da eliminare o, nella migliore delle ipotesi un ’Esso” estraneo. Sono tutti elementi che confermano come non mai l’attualità delle concezioni buberiane ma, ahimè, anche la loro utopia.

Tullio Levi

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