Memoria

 

Inciampare nella memoria

di Emilio Jona

 

Si discute spesso dei risvolti retorici del giorno della memoria, della sua mummificazione o ritualizzazione; ora io credo, illuministicamente, che se attraverso di essa, in ogni luogo dove la si pratica, anche una sola persona che ignora, sottovaluta o nega quanto è accaduto fosse distolta dall’ignoranza o sottratta alla stupidità della negazione, quella celebrazione avrebbe un senso. È ovvio che c’è modo e modo di ricordare, ma non è difficile ricordare bene e utilmente. Per esempio così è stato lo scorso 27 gennaio a Cherasco, dove vivevano Maria Foa vedova Segre e sua figlia Mirella, catturate il 4 ottobre 1944 e morte a Ravensbrück, l’una il 29 marzo e l’altra il 9 aprile 1944. Esse appartenevano ad una delle due famiglie ebraiche che ancora vivevano a Cherasco; erano le ultime della fiorente comunità che nell’Ottocento usava una bella sinagoga e aveva un suo rabbino. Era una famiglia benestante, proprietaria di un’antica banca, e totalmente inserita nella comunità locale. I loro nomi, un tempo, erano solo incisi sulla facciata di quel comune, insieme a quelli di altri caduti durante l’ultima guerra, soldati, partigiani, civili e sul muro del piccolo cimitero ebraico, ma da quella sera forse il loro ricordo sarà diverso.

Era una sera limpida e stellata, con l’aria primaverile di questo anomalo inverno; il sindaco aveva convocato la popolazione del paese per ricordare, in un modo particolare, Maria e Mirella. E la popolazione di Cherasco era venuta numerosa, riempiendo interamente la sala comunale, e con essa il parroco, il maresciallo dei carabinieri, i sindaci dei paesi vicini (Benevagienna, Narzole, Racconigi, Bra ), tutti con la loro fascia tricolore. Parlarono diverse persone, tra di esse il sindaco, uno storico locale, un rappresentante della comunità ebraica torinese, un membro della famiglia. Dissero cose precise e concise: sulla Shoà, la storia degli ebrei di Cherasco nei secoli, il loro essere accettati dalla comunità ben prima della loro liberazione dai ghetti, per quella bonomia e quella tolleranza che aveva distinto in Cherasco nobili, borghesi e paesani, il loro essere partecipi alle vicende locali. Si ricordò in particolare la storia della famiglia Segre e della banca che gestivano da un centinaio di anni, e le figure di Giulio Segre, stimato ed elegante signore, disponibile e burlone, e di sua moglie Maria, bella, allegra, estroversa, generosa ed amata, e per questo temerariamente sicura della sua incolumità durante l’occupazione nazista. Poi un lungo corteo silenzioso, le insegne del comune in testa, si snodò per la via principale, lungo gli splendidi portici medioevali e raggiunse la casa dove Maria e Mirella erano vissute. Sulla sua porta illuminato da un riflettore c’era un trespolo con drappo tricolore. Alcuni scolari scandirono poche frasi tratti da la Notte di Wiesel. Il sindaco fece cadere il drappo e sul selciato apparve una “pietra d’inciampo” con il nome e le date della nascita e della morte di Maria e Mirella. Il rabbino cantillò una preghiera nella lingua dei nostri padri. Un bersagliere suonò sulla tromba le note del silenzio. Girava per l’aria una silenziosa commozione e qualche lacrima cadde dalle ciglia.

Il giorno successivo la nipote di Maria mi telefonò per dirmi quanto era stata partecipata e sentita quella serata; molte persone l’avevano fermata per strada per dirglielo. Ma la sera dopo mi chiamò molto turbata. Rientrando, alla porta di casa l’avevano attesa alcuni ragazzini. E le avevano gridato: “Ebrea di merda!”

Emilio Jona

 

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