Memoria

 

Tre film

di Anna Maria Fubini e Anna Segre

 

Il figlio di Saul

Si esce ammutoliti dal film Il figlio di Saul del regista ungherese Laszlo Nemes, alla sua prima opera, che compare brevemente anche come attore, anzi è l’unico attore che dice alcune frasi. Poi diventa urgente il bisogno di parlarne, di esprimere il proprio sbigottimento. Con quali parole? Qualsiasi commento appare inadeguato a un tale abisso di orrore anche di fronte all’efficacia della sua rappresentazione cinematografica, È forse il più bel film sulla Shoah nella sua assoluta asciuttezza. Il viso scavato del bravissimo T. Charmont, anche lui alla sua prima prova, a volte la sua nuca, appaiono continuamente in primo piano. Dietro, quasi sfocata, quasi in dissolvenza, la massa dei corpi nudi spinta nella camera a gas e poi i loro cadaveri estratti a mucchi dai membri del Sonderkommando, le prossime vittime, mostruosamente costretti a essere temporaneamente carnefici. Una voce incita a fare in fretta ad entrare nelle docce “per non che la zuppa si raffreddi”. Nessuno parla, soltanto urla e rumori assordanti accompagnano la regolare ripetitività dell’operazione. Il volto di Saul ha la disperata espressione di una rassegnazione priva di qualsiasi speranza. Ma un giorno, tra i corpi estratti dalla camera a gas, scorge quello di un giovane ancora in vita. Subito un altro membro del Sonderkommando dovrà completare l’opera che lo Zyklon B non aveva portato a termine. Saul però si risveglia dal suo torpore: quel giovane diventerà suo figlio e a lui vorrà dare una degna sepoltura. Con disperata ostinazione e immensa pietas si mette alla ricerca di un rabbino tra i deportati. La domanda “rabbino?”, che ansiosamente rivolge a tutti quelli che gli pare corrispondano alla figura di un rabbino che possa recitare il Kaddish per “il figlio”, è una delle pochissime parole pronunciate nel film, fatto di ombre e di grida. Eppure qualcosa avviene in questo mondo allucinato. Alcuni deportati riescono a procurarsi delle armi, nel campo inizia una rivolta, i prigionieri si ribellano, fuggono. Anche Saul fugge, pur non abbandonando il corpo del figlio neanche quando attraversano un fiume a nuoto. Trovano rifugio in un capanno e allora lì sì parlano: “Troveremo delle armi, raggiungeremo i partigiani, combatteremo con loro”. Sulla porta appare un bambino, segno di tenue speranza.

Remember

Di tutt’altro genere è il film Remember del regista canadese Ergoyan con i bravissimi Christopher Plummer e Martin Landau. L’impianto del film ben costruito e anche avvincente è quello di un giallo. Ma è lecito rappresentare la Shoah come un thriller? Per non parlare del messaggio che viene fuori dalla complicata vicenda: ecco la vittima che diventa carnefice! Un anziano ospite di una Casa di Riposo ebraica manipola un altro ospite affetto da demenza senile il quale, come un robot, con le istruzioni scritte dall’amico si mette alla caccia del nazista che dopo la guerra si nasconde in America sotto falsa identità. Non vogliamo guastarvi il piacere del colpo di scena finale. Resta l’interrogativo: per fare una fiction alla Hitchcock non si sarebbe potuto raccontare una storia che avesse più rispetto per i sopravvissuti alla Shoah?

Anna Maria Fubini


 

Il labirinto del silenzio

Possibile che nel 1958 per i tedeschi il nome Auschwitz non significasse nulla? A quanto pare sì, come ci racconta il film Il labirinto del silenzio di Giulio Ricciarelli (Germania, 2014), basato su fatti reali. Una cappa di dimenticanza, silenzio, autoassoluzione collettiva alimentata dal vittimismo dei tedeschi dopo l’occupazione da parte degli Alleati e il processo di Norimberga visto come un atto di prepotenza da parte dei vincitori. In questa atmosfera si muove il protagonista, il giovane procuratore di Francoforte Johann Radmann (personaggio fittizio che assomma in sé i tre procuratori che lavorarono in quel processo) che, con il sostegno del procuratore generale Fritz Bauer (la cui identità ebraica, forse volutamente, nel film non viene messa molto in evidenza), riuscirà a portare alla sbarra per la prima volta in Germania i criminali di Auschwitz.

 Il film è forse un po’ troppo didascalico (non per nulla lo abbiamo fatto vedere ai ragazzi del ginnasio in occasione della Giornata della memoria), con la trama che segue uno schema già visto infinite volte (l’eroe che si impegna in una sfida, ottiene qualche successo, poi uno scacco, è tentato di lasciar perdere, alla fine decide di andare fino in fondo e trionfa, il tutto accompagnato dall’immancabile storia d’amore); l’infruttuosa caccia a Mengele in cui si lancia il protagonista, per quanto giustificata dalla logica della vicenda, suona un po’ troppo come un pretesto per raccontare agli spettatori chi fosse il famigerato medico.

Ma, al di là di questi lievi difetti, si tratta comunque di un film ben fatto, coinvolgente, appassionante. Utile per farci capire quanto la conoscenza dei fatti storici possa essere fortemente influenzata da una potente volontà collettiva di non vedere e di non sapere. Inizialmente il nome di Auschwitz non dice nulla al protagonista e a coloro che lo circondano. La Germania non ha fatto i conti con il proprio passato e ha riaccolto i propri criminali nel seno della società. Coloro che pochi anni prima erano stati spietati aguzzini conducono tranquillamente la loro vita, chi come panettiere e chi addirittura come maestro di scuola. Il nazismo è ancora largamente diffuso, e tuttavia tra i personaggi del film l’ignoranza prevale sulla complicità e sulla nostalgia.

A un certo punto del film il confine tra colpevolezza e innocenza pare essere più labile di quanto si potesse credere, ma in realtà non è così; anzi, un soldato diciassettenne catapultato ad Auschwitz che ha cercato di compiere qualche gesto di umanità dimostra ancora più nettamente la colpevolezza degli aguzzini. Dunque, nel film non c’è nessuna indulgenza verso la pericolosa logica del tutti colpevoli = nessun colpevole: le responsabilità di ciascun individuo sono chiaramente distinte. Ma si dimostra in modo molto efficace come un regime totalitario contaminasse l’intera società: a quali compromessi sono scesi i nostri amici e parenti? Cosa non hanno voluto vedere o hanno finto di non vedere? (Del resto, noi stessi come ci saremmo comportati se fossimo vissuti in un dato luogo e in una data epoca?) È questo è l’aspetto del film che ho trovato più efficace, ma anche più inquietante, se consideriamo che in fin dei conti anche gli ebrei italiani, prima di diventarne vittime, hanno convissuto sedici anni con la dittatura fascista.

Anna Segre

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