Libri

 

Le metamorfosi della libertà

di Emilio Jona

 

Vorrei introdurre alla lettura, in modo un poco più diffuso di quanto si sia fatto nella scheda dello scorso numero di H.K dei libri di argomento ebraico, di questo volume di Shlomo Pines dal titolo Le metamorfosi della libertà - Tra Atene e Gerusalemme - Neri Pozza, 2015. Mi limiterò tuttavia ad una nota informativa più ampia su questo importante studioso israeliano, credo per la prima volta pubblicato in Italia, in attesa di una recensione vera di chi abbia una competenza in materia su questa complessa rete di saggi che intrecciano culture diverse, quella giudaica, quella islamica e quella europea e pensatori in apparenza lontani nel tempo e nello spazio. “La sua biografia - si legge nella nota che segue alla breve prefazione di Giorgio Agamben - parla di passaggi e di ibridazioni, di continuità e di fratture, un po’ come il suo approccio ai grandi problemi della storia del pensiero.”

Pines (Charenton-le-Pont 5 agosto 1908 - Gerusalemme 1990) proviene da una famiglia di origine russa, probabilmente sefardita, trasferitasi in Francia, dove il padre pubblica una storia della letteratura giudaico-tedesca e traduce in ebraico la Commedia (andata perduta). Poi la famiglia vaga dall’Estonia all’Inghilterra che raggiunge dopo la rivoluzione russa, quindi approda in Germania nel 1921, dove nel 1941 padre e madre vengono consegnati dai tedeschi alla polizia russa che li caccia in un gulag, dove muoiono durante la seconda guerra mondiale.

Shlomo Pines aveva invece lasciato la Germania nel 1932 e si era trasferito in Francia, dove aveva frequentato soprattutto la diaspora russo-ebraica. Fuggirà dalla Francia verso la Palestina nel 1940 e qui si stabilirà fino alla morte. Dopo la nascita dello stato d’Israele, nel 1952 egli entra nella vita accademica, viaggia per studio negli Stati Uniti e nel 1960 diventa professore dell’Accademia delle Scienze.

Non vi sono sue opere sistematiche ma una ricca serie saggi (e questo libro ne contiene una scelta significativa) che spaziano da autori greci e latini della tarda antichità, filosofi ebrei e musulmani dell’epoca medioevale, testi cabalistici e magici e poi Spinoza, Kant, Nietzsche, ma Pines compie incursioni anche nella letteratura slava, nel pensiero buddista e nella produzione del cristianesimo dei primi secoli. Ha rapporti, ovviamente, coi più importanti pensatori ebrei del suo tempo, prima di tutto con quelli appartenenti ai circoli intellettuali di esuli dall’Unione Sovietica; è in contatto con Nabokov e gli scrittori della diaspora ebraico-russa, come Alexander Kojeve, Alexader Kojré, il poeta Yonathan Ratosh, che aveva elaborato le idee fondamentali di quello che diventò poco dopo il cosiddetto “Movimento cananeo”, che propugnava la fondazione di uno stato ebraico plurietnico e del tutto autonomo rispetto all’ebraismo diaporico e rabbinico. Poi ebbe rapporti fondamentali con Leo Strauss e il filosofo e arabista Paul Kraus e frequentò Gershom G. Scholem

Pines sostiene che non esiste un solo giudaismo, ma che questo costituisce una realtà “plurale”, che si definisce ogni volta in relazione al contesto con cui entra in contatto. Analogamente, per Pines non esiste nemmeno una filosofia specificatamente ebraica, ma un sistema di testi e di problemi ereditati dal mondo greco-arabo con cui gli ebrei, a un certo momento della storia e per ragioni diverse, si trovarono ad avere che fare”. Come scrive Agamben, “Pines rovescia l’approccio tradizionale alla storia della cultura ebraica (e più in generale di ogni cultura): quello che si considera un dato storico certo e non problematico - l’identità e la continuità del fenomeno chiamato giudaismo - diventa per lui un problema, mentre quello che si considerava come problematico - l’appartenenza degli ebrei in periodi diversi a culture diverse (la cultura greca, araba, tedesca ecc.) si presenta per lui come il solo dato storico certo”. Pines “non mette in questione le identità culturali: si limita a contestarne la continuità. Ma metterne in questione la continuità storica significa cambiare radicalmente il modo in cui concepiamo l’identità”, per cui le culture non sono delimitabili ma s’intricano l’una con l’altra. Questa discontinuità fa sì che non vi sia una cultura, bensì un problema, quello ebraico, arabo o italiano che sia. Da cui segue ad esempio la dimostrazione dell’origine musulmana del maggid dei cabalisti, la fonte greca della Guida dei perplessi (di cui è sua la fondamentale traduzione in inglese dal testo originariamente in arabo), o il debito di Tommaso verso Maimonide e di Spinoza verso la tradizione ebraica.

“Nel corso del tempo - sembra suggerire Pines - scrive ancora Agamben - si danno quelle unità problematiche cui diamo il nome di popoli, religioni, culture solo nella misura in cui esse sono traforate, discontinue e frastagliate come un merletto e ciò che chiamiamo storia non è che questa dialettica fra il problema unitario e la disseminazione dei dati, fra una continuità incerta e sempre smentita e una discontinuità perentoria quanto insufficiente.”

Emilio Jona

 

Shlomo Pines, Le metamorfosi della libertà - Tra Atene e Gerusalemme, Neri Pozza, 2015, pp.456, €25

 

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