Libri

 

Un'ebrea terra terra

di David Terracini

 

Si può piangere leggendo un libro di Roberta Anau? Si può. Com’è che la sua crudele perfetta prosa espressionista, piena di satira e turpiloquio giudaico-piemontese-ferrarese riesce a emozionare a tal punto? Accade quando questa ebrea sinistrorsa, che si porta dietro le cicatrici di una Shoah non vissuta ma vissuta, risponde ad un invito a Dresda. “Mando una mail di risposta in cui espongo la mia agitazione e la mia difficoltà uditiva nel sentir parlare tedesco, non perché sono sorda, ma perché la via di comunicazione orecchio-stomaco è diretta”… “Rumino. Sono anni che rumino e medito, rumino e rigurgito, quindi digerisco. Il mio sistema di pensiero è quasi bovino. A me è stata richiesta una lezione di cucina ebraica sefardita con esposizione delle regole della kasheruth, ma proprio in Germania me la vanno a chiedere!”

Protagonisti: lei (Eva-Santippe) e lui (Adamo-Socrate), in una ex miniera abbandonata, che con grande fatica riescono a liberare dai rovi pervasivi del bosco del Canavese, e trasformarla in agriturismo. Lui, nelle prime pagine, gigante muto e sordo alle esigenze, alle contumelie, alle depressioni di lei. Più avanti, lavoratore infaticabile nelle caparbie opere di bonifica, coltivazione sperimentale, raccolta di cimeli vetero-industriali.

Nell’agriturismo invecchiano: “La Miniera è la nostra unica figlia, oltre alle bestie s’intende”… “Nessuno dei due, né Eva-Santippe né Adamo-Socrate abbandonerebbe mai questa postazione. So che dentro ognuno lavora imperterrito lo stesso spasmodico attaccamento morboso a questa piccola Mesopotamia, che nessuno vorrebbe mai lasciare”.

Ho notato che spesso le ragazze comuniste collettiviste con l’età diventano gelose delle loro proprietà: un mio nipotino, per essersi azzardato ad estirpare un preziosissimo (anonimo) funghetto velenoso dai piedi di un faggio, viene aspramente redarguito dalla padrona della Miniera. Perché? Chiede lui. Perché è mio, gli risponde lei.

Ma anche Roberta sa piangere. Tornata nella vecchia Ferrara della sua infanzia, sceglie nel cimitero il luogo della sua tomba dove alberi secolari, muschi e licheni lentamente ritornano padroni, come nella Miniera. “Torno al centro, vado al Tempio, salgo le scale, entro nell’ufficio del rabbino e scoppio. Piango della mia morte, piango per lo sfacelo delle lapidi, piango perché mi sento sola, piango perché nessuno verrà a trovarmi, perché Adamo è un anarchico miscredente e non sa niente di me, piango perché lì, proprio lì, sono stata piccola, mi sciolgo in lacrime perché penso di non aver capito un cazzo sulla vita e tantomeno sulla morte”.

David Terracini

 

Roberta Anau, Un’ebrea terra terra, Golem Edizioni, genn. 2016, 165 pagg., €15.

                          

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