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Il populismo ha i giorni contati

di Manuel Disegni

 

Il populismo - dice - è una risposta semplice a problemi complessi.

Semplice come “+ Europa (e - latino)”?

“Populismo di destra, populismo di sinistra, populismo né di destra né di sinistra...”

Non sarà un po' troppo semplice chiamare “populiste” tutte le espressioni del disagio sociale?

Non sarà un po' troppo semplice gridare, in coro con Merkel e Juncker, “al populismo!”, tentando di intimorire l'elettorato, avocando a sé il monopolio della ragione e facendo di tutte le proposte politiche non in linea con quella neoliberale - anche quelle più divergenti fra loro - un unico fascio “estremista e irrazionale”?

Non sarà un po' troppo semplice definire “antipolitico” il M5S, la cui presunta natura post-ideologica altro non è che il riflesso della presunta natura post-ideologica dei governi presunti tecnici o succubi della presunta tecnocrazia UE? Non sarà che la misera credibilità centrista che cercano di contendersi fra loro uomini di Stato come Luigi Di Maio, Matteo Renzi e Mario Monti, nasconde, in fondo, un'offensiva ideologica contro l'idea della possibilità del progresso sociale?

Non sarà, forse, che la figura politica del sapiente economista dall'apparenza tutta dotta e austera e quella del demagogo dalle possenti corde vocali e i modi un po' rudi hanno a che fare l'una con l'altra più di quel che siamo abituati a immaginare, come le due facce di una moneta?

“Populismo” (tra virgolette) è una risposta semplice a problemi complessi. Pur con tutta la sua programmatica vaghezza, l'accusa di populismo si presta bene a essere capovolta contro chi se ne riempie la bocca.

Le elezioni - dice - sono andate male. Pazienza, tanto il parlamento che si trattava di eleggere era già esautorato. Che la sovranità non sia del popolo è chiaro a chiunque abbia il coraggio di confessarselo, al più tardi dal referendum greco del 2015. Faremmo dunque meglio a cominciare a chiamare “amministrative” le elezioni che credevamo politiche.

La realtà dell'UE non ha niente a che vedere con il progetto di un'unione politica e democratica dei popoli europei. Si tratta piuttosto di uno strumento di dominio del capitale nordeuropeo e più specificamente tedesco utilizzato senza più alcun velo di finto ritegno per fare concorrenza alla produzione dei paesi mediterranei e imporre in maniera autoritaria i costi sociali di questa concorrenza. La si chiama “austerità” ma in realtà è foga sfrenata e arbitraria e conduce direttamente alla disgregazione sociale, all'imbarbarimento di masse declassate e impaurite da un futuro più nero degli immigrati africani.

Occorre prenderne atto. Allora ci si troverà davanti due strade, una di destra e una di sinistra.

Quella di destra è rappresentata grosso modo da Salvini: una posizione anacronisticamente sovranista che nutre il suo consenso di un'ideologia nazionalista, xenofoba e allusivamente autarchica. Quella di sinistra invece non è rappresentata da nessuno (dentro il prossimo parlamento italiano): rottura definitiva col fantasma della pseudo-socialdemocrazia - che non è né socialista né democratica, e grazie al cielo ha un piede nella fossa in Italia come altrove - e costruzione di un fronte continentale che unisca i movimenti sociali di opposizione al centralismo di Francoforte.

 Manuel Disegni

 

Dario Treves, Le Croisic, 1961