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Ideologia del respingimento

 di Giorgio Berruto

 

Nonostante sia evidente che i fenomeni migratori siano una delle cifre del nostro secolo, continuano a venire intesi quasi sempre in ottica statocentrica. Per rendersene conto è sufficiente prestare orecchio ai discorsi del mondo politico, e non soltanto nella recente e a dir poco accesa campagna elettorale. Oppure leggere su Facebook i commenti di migliaia di utenti ai più o meno sgangherati post di non pochi candidati. Oppure semplicemente prendere un tram, entrare in un supermercato, andare a un festival e ascoltare quel che dicono le persone. I discorsi che si sentono ripetuti in modo sempre più frequente non sono peraltro originali: “l’Italia è casa nostra”, “ciascuno stia nel proprio Paese”, “tornatevene a casa vostra” è un piccolo campionario non particolarmente elegante, ma c’è anche spesso e volentieri di peggio. Chi si reputa magnanimo aggiunge magari “aiutiamoli a casa loro”, uno slogan buono per tutte le stagioni che fa impennare benaltrismo e ipocrisia molto sopra le soglie di allerta.

Mi sembra evidente che l’idea che soggiace a queste espressioni sia quella secondo cui un certo territorio (forse quello in cui si nasce?) sia considerabile di proprietà. Sarebbe però una proprietà che non ha niente a che vedere con il concetto giuridico classico, perché è evidente che l’Italia non è di mia proprietà nello stesso senso in cui lo è l’alloggio in cui abito, la sedia su cui sono seduto e il computer a cui sto scrivendo. Ma allora di quale tipo di proprietà si tratta?

Può forse giungere in aiuto la vicenda dell’esodo del popolo ebraico dall’Egitto, ripercorsa e rivissuta ogni anno dagli ebrei durante il seder di Pesach. È sufficiente sfogliare la Torah per rendersi conto che si tratta di un percorso di liberazione imprescindibile per la configurazione delle tribù ebraiche come popolo, e che la vicenda si svolge durante quarant’anni nel deserto, per eccellenza spazio senza confini, terra senza territorio, superficie illimitata e indivisibile. Nel deserto, infatti, viene concessa la legge, autentico motivo che porta al coagularsi di comunità umane non omogenee, tribù appunto, intorno a norme e principi condivisi. Il popolo nasce grazie a legami e confini invisibili dunque, non certo a una estensione territoriale limitata, d’altronde impensabile nel deserto. Ed è proprio l’uscita dall’Egitto, un territorio che significa schiavitù, a innescare il percorso verso la libertà. Ma la Torah è ancora più esplicita dando la parola direttamente al Signore che apostrofa il popolo sgombrando il campo da possibili fraintendimenti: “Mia è la terra”. La conseguenza è che per la legge ebraica, legge del deserto, gli uomini non possono fare della terra una proprietà, e meno che mai un possesso perenne.

Il quarantennale percorso nel deserto, inoltre, scardina il mito dell’autoctonia: l’idea, cioè, che esistano popoli legati in modo tanto indissolubile e ancestrale a una terra da poter essere considerati suo frutto. In Bereshit/Genesi, quando Abramo giunge a Canaan trova popolazioni già insediate sul territorio. E a maggior ragione ne troverà Giosuè dopo aver guadato il Giordano alla guida del popolo. È dunque la Torah stessa a chiarire che c’è sempre qualcosa e qualcuno prima, e che questo vale anche per la terra che costituisce uno dei vertici del patto con cui prende identità e forma il popolo ebraico. Nessuno è dunque autoctono, nel mondo ebraico, nessuno affonda radici nella terra. Nel mito greco, al contrario, esistono alcuni esempi di autoctonia. Quello forse più celebre, di cui rende conto in modo completo per esempio Ovidio nelle Metamorfosi, ha come protagonista Cadmo, che dopo aver sconfitto il drago divoratore dei compagni, su consiglio di Atena ne semina i denti. Da questi spuntano immediatamente uomini adulti armati che cominciano a uccidersi a vicenda finché, con i soli cinque sopravvissuti, Cadmo fonda Tebe. L’autoctonia, dunque, sembra il preambolo della guerra civile e fratricida: un fenomeno che il mito inserisce nella cornice della necessità, ma che nelle città greche era endemico e temuto, come emerge da numerosi passi di Eraclito, Platone, Aristotele e altri ancora.

Credo che, per eludere le fallacie dell’autoctonia, sia necessario un rovesciamento del pensiero. E anche in questo caso possiamo attingere al modello di Israele. Non più all’Israele antico, ma in questo caso all’origine dello Stato moderno, che si stende su almeno cinque decenni prima della proclamazione di indipendenza il 14 maggio 1948. Il progetto rivoluzionario del sionismo non è meramente nazionalistico, ma si propone di gettare le fondamenta per un nuovo abitare e coabitare. Con il sorgere dello Stato, forse inevitabilmente, il progetto è stato progressivamente irreggimentato nelle strutture e nelle necessità quotidiane di questo. Eppure non si tratta di un progetto nazionalistico, dal momento che in esso la terra non è fine, ma mezzo indispensabile verso il fine. La terra, così intesa, diviene condizione per lo schiudersi di possibilità nuove. La direzione? Non avere diritti di proprietà sulla terra - diritti autoreferenziali di autoctonia, prodromi del conflitto con portatori di presunti diritti di uguale intensità e segno opposto - bensì essere abitanti della terra. Fare rifiorire la terra e abitarla con altri.

Il fantasma dell’autoctonia che sembra aggirarsi oggi inquietantemente per l’Europa, e non solo, porta a distinzioni arbitrarie: noi/loro, cittadini/clandestini, autoctoni/stranieri, e a distribuire diritti di conseguenza. Eppure come possiamo dimenticare che nella Torah la figura dello straniero è presente costantemente? Non affliggerai lo straniero perché stranieri voi siete stati nella terra d’Egitto: è questo il monito che torna in numerosi passi. È il viaggio di Abramo - lech lechà, vai verso te stesso attraverso l’abbandono della tua terra, del tuo paese e della casa di tuo padre - a definire l’ebreo. Ivrì è colui che ha compiuto il passaggio (la’avor significa “passare”, “attraversare”), colui che è stato capace di divenire straniero. Lo stesso Abramo, d’altra parte, si considera “straniero e residente (gher vetoshav) con voi” (Gn, 23:4). Secondo rav Joseph B. Soloveitchick è condizione propria a ciascun ebreo, a qualsiasi latitudine spaziale e storica, quella di residente, ma anche di straniero: un doppio ruolo ineliminabile dettato dall’assunzione di specificità pratiche e valoriali vissute in una terra condivisa con altri. Lo straniero residente protagonista nella Torah permette allora l’instaurarsi di una responsabilità biunivoca: mia verso lo straniero, dello straniero verso di me. E così la creazione di uno spazio di convivenza civile fondato sulla condivisione dei precetti noachici.

Per questo è particolarmente doloroso leggere dell’espulsione di almeno 30.000 immigrati clandestini originari dell’Africa orientale decisa dall’attuale governo Netanyahu. Una scelta che allinea Israele a molti Paesi europei, per lo più disponibili solo a parole ad accogliere chi proviene da contesti di conflitto e di miseria in cui è spesso la vita stessa delle persone a essere messa in discussione. Israele, come d’altronde l’Europa, non sembra affatto interessata a conoscere quale potrà essere la sorte degli espulsi una volta varcata la frontiera, ma solo a liberarsi di quello che viene avvertito come un problema, anche a costo di un piccolo esborso. Secondo alcuni, inoltre, esiste una differenza morale tra azione e omissione, per esempio tra affogare un bambino in un lago e vederlo affogare senza muovere un dito pur essendo in condizione di aiutare. In questo caso la scelta del governo israeliano sarebbe ancora più criticabile delle politiche europee sull’immigrazione. La prima infatti comporta l’azione diretta di portare oltre frontiera, in Paesi partner pagati per il servizio che offrono, i clandestini, mentre le seconde si fondano in primo luogo su omissione e dissuasione a monte (in questa categoria rientra anche il muro edificato da Israele lungo il confine con il Sinai).

Quello che più conta, però, è che il respingimento si stia configurando sempre più chiaramente come ideologia, se non addirittura come carattere identitario. A me sembra un atteggiamento che prescinde totalmente dall’umanità dell’Altro che abbiamo di fronte. Perché l’Altro non è più persona verso cui abbiamo doveri ma un problema senza volto da superare, badando bene a non guardarlo negli occhi. L’alternativa a questo scenario, come ha affermato recentemente Donatella Di Cesare, è ritenere che migrare sia “un atto esistenziale e politico che va ancora riconosciuto. Lo ius migrandi è il diritto umano nel nuovo millennio”. Settantacinque anni fa, nell’Europa dominata dalla brutalità nazifascista, un piccolo Paese alpino mantenne l’indipendenza. La Svizzera si proclamava disposta ad accogliere i perseguitati, ma nei fatti operò con una minuziosa politica di respingimento: alcuni passavano, altri venivano bloccati alla frontiera. Lia Levi racconta meravigliosamente una di queste storie nel suo ultimo romanzo Questa sera è già domani, disponibile in libreria da alcune settimane. Respingere significa dunque Auschwitz? No certo, soprattutto se crediamo rimanga una differenza essenziale tra chi uccide e chi omette di salvare. Eppure per molti ebrei la frontiera blindata fu il primo passo verso la cattura, la deportazione e infine, in una lontana e ancora sconosciuta località della Slesia, il lager.

Giorgio Berruto

 

Dario Treves, Viareggio, 1961

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