Storie di ebrei torinesi

 

Sara Levi Sacerdotti
Pane e politica

 

Come era nata la tua decisione di impegnarti nell'ambito della politica cittadina?

In un modo totalmente autonomo e spontaneo. Un giorno, era il 1989, passai davanti alla sezione di via Mazzini 44 vicino a casa mia e mi soffermai a guardare i manifesti delle Europee che si sarebbero svolte quell’anno. Anno, tra l’altro, in cui avrei votato per la prima volta.

Mentre guardavo il materiale elettorale uscì il segretario di sezione Antoine Manigas (capisco che il linguaggio suoni arcaico, ma quello era il ruolo e quella era una sezione di partito: il PCI) e mi fece alcune domande. Alla fine mi chiese se mi fosse interessato dare una mano per la campagna elettorale delle europee di quell’anno.

Così cominciai a volantinare senza pensarci su molto, poi svolsi il mio primo ”lavoro” retribuito: mi fecero fare la scrutatrice di partito, solo che ai tempi le 80.000 lire venivano naturalmente devolute al partito! Sembra roba del paleozoico eppure era così.

Ero la più giovane in sezione e rimasi tale per lungo tempo; ero indipendente (non avevo preso la tessera del PCI). Il segretario di sezione chiese di costituire un gruppo di gente giovane perché la sezione aveva bisogno di “svecchiarsi” e di idee nuove. Ingenuamente dissi al Segretario che però per fare questo lavoro avrei dovuto, come minimo, leggere la storia del PCI di Spriano (venivo dal liceo classico e le basi per qualunque cosa erano fondamentali). Il segretario mi disse che si poteva partire anche senza la lettura dei cinque volumi della storia del PCI. Stessa domanda la feci a mio padre che mi rispose anche lui così. Così la storia del PCI continua a giacere incellofanata e imperturbata nella libreria.

Il Segretario era l’unico, o quasi, operaio della sezione: come è noto la connotazione sociale della sezione era fortemente marcata dalla borghesia professionista o universitaria oltre a molti volti noti della politica, allora torinese, che sarebbero diventati politici a livello nazionale in poco tempo. Poi c’erano figure di peso decisamente significative come Gisella Giambone (figlia di Eusebio, fucilato a Torino il 5 aprile 1944, operaio, Medaglia d'oro al valor militare alla memoria), Ugo Spagnoli (Vicepresidente della Corte Costituzionale, nonché deputato per lungo tempo) e molti altri di pari calibro e intelligenza.

Certo la mia scelta, come ho detto, è stata del tutto indipendente, nel senso che nessuno mi ha spinto, ma naturalmente a casa mia si mangiava pane e politica e io ero molto incuriosita da quel mondo. Tanto che a sei anni avevo già deciso (poi desiderio non mantenuto né avverato) che sarei voluta diventare Presidente della Repubblica. Certo, allora c’era Pertini idolo assoluto dell’antifascismo e dei bambini degli anni ’80.

Nessuno a casa mia però aveva una militanza attiva. Ma certamente le passeggiate della domenica a Villa Genero con mio padre con in mano La stampa, La Repubblica e l’Unità probabilmente furono uno stimolo primario.

Costituii un piccolo gruppo di giovani indipendenti all’interno della sezione con nessun obbligo di prendere tessere o di partecipare alla vita della sezione, il mandato era quello di riunirsi per formulare nuove idee e discutere su come coinvolgere il territorio circostante (problema immutato della politica italiana).

In breve tempo alcuni miei amici seppure con dubbi vari (allora si discuteva ancora….) mi seguirono in questa avventura e da lì grazie al passaparola arrivarono diversi giovani amici di amici. Si fecero iniziative relative all’attualità e fu un momento anche molto divertente oltre che formativo, anche perché potevamo davvero chiamare chiunque per farci un seminario o un’iniziativa pubblica. La disponibilità nei nostri confronti era massima.

La prima volta che fui candidata fu a 19 anni per la circoscrizione sempre come indipendente del PCI; non vinsi, anche perché frequentavo l’ultimo anno di liceo e non avevo ancora imparato che per farsi votare bisognava per lo meno dirlo ai più stretti amici. Anni dopo, invece, entrai in circoscrizione Centro Crocetta come consigliere e vi rimasi per più di due mandati, fino al 2011, fino a diventare Vicepresidente. L’ambizione per la Presidenza della Repubblica si era decisamente ridimensionata!

Da quel 1989, con momenti alterni ho vissuto, come molti, la vita politica italiana da una sezione di partito con diversi momenti salienti: la Bolognina, la Cosa, le mozioni, i congressi, la democrazia interna, le commissioni, i sabati e le domeniche, le sere, le donne e gli uomini, le correnti, le sezioni tematiche, i congressi infiniti, le mozioni. Era una scuola continua, era partecipazione, era qualcosa di molto prezioso. Ed era una dimensione anche privata condivisa solo da chi faceva quelle stesse cose che agli esterni potevano sembrare delle torture cinesi, come stare in un cinema o un teatro per 18 ore di seguito.

Poi la circoscrizione, le regole della democrazia, il confronto con l’avversario politico e l’amministrazione dei fondi pubblici.

È stata una grandissima scuola di vita, ho ascoltato riunioni infinite sui regolamenti e lezioni che facevano venire i brividi per quanto erano toccanti. Ho visto l’evoluzione del PCI fino al PD.

Sono stata mandata al congresso nazionale la prima volta che fu invitato Berlusconi.

Era un mondo a sé che molto dopo ho compreso quanto sia stato fondamentale per la mia formazione di individuo consapevole.

Molti di coloro che frequentavo scoprii poi essere amici di gioventù del mio papà e fui io a riportarlo a sentire con mia madre dibattitti infiniti.

 

Ritieni che la tua identità ebraica abbia influenzato il tuo approccio all’impegno politico? Ci sono temi a cui ti sei sentita particolarmente sensibile in quanto ebrea?

Tra le tante definizioni sentite e risentite ʺl’ebreo è un ostaggio e un testimone” è fra quelle in cui mi ritrovo di più.

Certamente per un’ebrea non religiosa ma in qualche forma figlia della Shoah credo che prendersi la responsabilità di qualcosa che abbia a che vedere con il bene comune, esserne parte e non osservatore, fa visceralmente parte della mia identità ebraica.

I temi circoscrizionali naturalmente non erano di grande dibattito ideologico. Però alcune battaglie hanno avuto una valenza forte: quella per il crocifisso in aula, le celebrazioni del giorno della memoria con i voti a favore di AN e Forza Italia e con le mozioni di Rifondazione Comunista che si accaniva a sostenere che la Shoah è anche degli zingari. In quelle occasioni naturalmente la mia appartenenza non poteva essere negata.

Poi tanti dibattitti cui ho assistito in sezione dove mi sono imbattuta nel filone, per così dire, tradizionale di parte della sinistra ostile a Israele fino a diventare antisemitismo. Talvolta reagivo e talvolta no, così, come tanti ebrei, ho pensato di non mettere più piede in una sezione del PCI-PDS-DS-PD. E poi invece ritornavo.

Nel 2011 ho lasciato perché era finito un ciclo politico e forse anche personale.

 

 

La tua esperienza nell'Hashomer Hatazair e all’interno del mondo ebraico ti è stata utile? Pensi che abbia influenzato in qualche modo il tuo approccio alla politica?

 

La scuola ebraica, l’Hashomer Hatzair, sono state scuole di formazione insieme all’educazione famigliare che ho ricevuto e sono state certamente alla base dell’attitudine alla politica. Far politica, almeno com’era una volta, ti insegnava a discutere, a non dare mai nulla per scontato e a seguire alcune regole. Così si faceva anche all’HH.

 

Come vedi la politica oggi? Pensando alle imminenti elezioni sei ottimista o pessimista?

 

Ho molta più paura oggi rispetto agli anni dello sdoganamento di Fini. Fini, falso o vero che sia stato, ha fatto un viaggio in Israele accompagnato da Amos Luzzatto, e quindi almeno per il pubblico all’esterno ha cercato di rivedere le sue posizioni, di ripulirsi un po’. I Cinquestelle per me sono peggio della Lega, se devo fare un paragone. La Lega è apertamente fascista, razzista, antieuropeista, i Cinquestelle sono furbescamente criptofascisti. Sono per lo sfascismo costante condito in parte con le epurazioni interne e in parte con la falsa democrazia partecipativa.

 

Mi auguro vivamente che vincano i partiti apertamente e sinceramente democratici e fortemente europeisti. Mi auguro inoltre che la partecipazione al voto sia buona. Nel caso dell’Italia non credo che la percentuale bassa di votanti sia sinonimo di “democrazia matura”.

 


Sara Levi Sacerdotti

 

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